OLTRE LA CRISI SANITARIA: IL POSSIBILE SPILLOVER DELLA PANDEMIA SULL’ECONOMIA CINESE - DI GIANMARCO SCORTECCI

OLTRE LA CRISI SANITARIA: IL POSSIBILE SPILLOVER DELLA PANDEMIA SULL’ECONOMIA CINESE - di Gianmarco Scortecci

ROMA\ aise\ - “A partire dalla scorsa settimana, la Cina ha lentamente iniziato a riprendersi dall’epidemia di COVID19 che, scoppiata lo scorso novembre, si è progressivamente diffusa e ha arrestato il gigante cinese nel corso dell’ultimo mese e mezzo. La rapida diffusione del così detto coronavirus ha interessato proprio la Cina continentale, area che da sola ha contato più di 80.000 casi positivi”. Così scrive Gianmarco Scortecci, ricercatore del Centro Studi Inernazionali – Ce.S.I – nel report sulla Cina e il Covid19 che riportiamo di seguito.
“La malattia si è dapprima diffusa nella provincia cinese di Hubei sul finire dello scorso anno e ha rapidamente preso piede nel resto del Paese nei primi due mesi del 2020.
Il tasso di mortalità, in principio stimato intorno al 2% dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, si è attestato più di recente al 3,4% secondo quanto riportato lo scorso 3 marzo da Tedros Adhanom Ghebreyesu 3 difficoltà di reperire manodopera, rispetto ad aziende multinazionali o a guida statale. In un sistema formato da circa 30 milioni di OMI, che contribuiscono per circa il 60% all’economia nazionale, i problemi percepiti da queste attività rischiano di ripercuotersi con pesanti effetti sulla salute dell’economia.
Se le grandi aziende multinazionali o le innumerevoli State-Owned Enterprises possono trovare facilmente o godere di priorità nella riallocazione delle forze di lavoro, per le piccole e medie imprese la ripresa delle attività potrebbe avere tempi più lunghi e spingere molti imprenditori fuori dal mercato, con ripercussioni sia sul mondo del lavoro (in termini di possibile incremento del tasso di disoccupazione) sia sulla possibilità di crescita economica del Paese. La questione è ben nota al governo di Pechino che – consapevole delle possibili ricadute – starebbe approntando un pacchetto di aiuti indirizzato proprio alle piccole e medie attività.
Le fabbriche cinesi avrebbero lavorato a un ritmo del 60%/70% rispetto alla regolare produzione nelle ultime settimane. Ecco, dunque, degli shock dell’offerta che si sommano inevitabilmente ai già citati shock alla domanda. Ciò potrebbe portare ad un ulteriore rallentamento dell’economia nazionale. Se in chiusura dell’anno scorso le previsioni di crescita per il 2020 segnalavano già una battuta di arresto rispetto ai trend registrati negli ultimi anni (stimate in una forbice tra il 6% e il 6,4%), l’incertezza legata agli effetti dell’epidemia e ai tempi di ripresa della vita economica e istituzionale del gigante asiatico potrebbe provocare ora un’ulteriore contrazione, stimata intorno ai due punti percentuali (con una crescita del PIL nel primo trimestre del 4,5% rispetto al medesimo periodo dell’anno passato). Infatti, la posticipazione della sessione annuale dell’assemblea legislativa (Congresso Nazionale del Popolo), che generalmente ha inizio il 5 marzo, ha inevitabilmente fatto slittare sia l’approvazione del budget annuale sia l’ufficializzazione dell’outlook economico. La crisi suscitata dal Covid-19, del resto, difficilmente avrà effetti solo all’interno del territorio nazionale. L’interdipendenza creata dagli scambi commerciale, di cui la Cina è tra i principali alimentatori, e la centralità dell’industria cinese rispetto alle supply chain di tutto il mondo rendono la stabilità del gigante asiatico una variabile chiave per l’andamento dell’economia sia di singoli Paesi sia a livello internazionale.
La Cina rappresenta ormai più di un quinto delle manifatture mondiali, è il più grande esportatore del pianeta (con il commercio internazionale complessivamente sopra il 35% in rapporto al PIL) ed è il più importante fornitore di input intermedi per la produzione. I primi contraccolpi del rallentamento cinese cominciano ad essere evidenti in primis nel vicinato asiatico, fortemente interdipendente dalle esportazioni così come dalle importazioni di Pechino, che diventato il principale nodo di scambio della regione. La Repubblica Popolare, infatti, nell’ultimo decennio ha iniziato ad intessere una fitta trama di relazioni economiche e di connessioni infrastrutturali ancora in fase di 4 implementazione, che sta permeando la regione asiatica.
In questa fase di epidemia, la connettività al centro delle ambizioni di Pechino rischia di diventare una delle catene di trasmissione della crisi a livello regionale.
Se la Belt and Road Initiative – l’iniziativa infrastrutturale lanciata dal Presidente Xi Jinping nel 2013 – è stata pensata per interconnettere Stati, sistemi e persone in primis all’interno del quadrante asiatico e poi lungo le due braccia che si sviluppano da est verso l’Europa, ad oggi, con il pericolo della pandemia e con la volatilità delle possibilità di contagio non solo i progetti potrebbero essere rallentati, ma la stessa connessione con gli altri Paesi nella regione potrebbe subire una battuta di arresto. La forte dipendenza economica dalla Cina sta mettendo in difficoltà molti Paesi dell’area, soprattutto tra le economie in via di sviluppo che contano su Pechino per scambi commerciali, input alla produzione e turismo.
La chiusura delle fabbriche in Cina, la sospensione di tutti i lavori intrapresi da aziende cinesi o lavoratori cinesi all’estero, lo stop ai flussi turistici provenienti dalla Repubblica Popolare rischiano ora di creare un forte contraccolpo nella regione. Un quadro di questo tipo offre la misura in cui le economie asiatiche sono oramai interconnesse, tanto che secondo Standard & Poor’s Global Ratings gli shock cumulati alla domanda e all’offerta rischierebbero di causare perdite per almeno 211 miliardi di dollari nella regione dell’Asia e Pacifico.
Se il quadrante asiatico è particolarmente esposto al rischio economico provocato dall’epidemia a causa della prossimità geografica, questa è destina però ad avere effetti di ben più ampio respiro, che oltrepassano i confini fisici e si inseriscono all’interno delle dinamiche sottese alla globalizzazione. Le criticità messe in evidenza dalla crisi sanitaria potrebbero aprire nuovi scenari anche per la ridefinizione della presenza straniera nella Repubblica Popolare.
Come è noto, numerosissime multinazionali hanno collocato la propria produzione in Cina o dipendono da fornitori cinesi. Nel momento in cui le fabbriche cinesi sono paralizzate dalle ricadute sopra descritte, interi blocchi dell’economia mondiale soffrono le conseguenze delle contrazioni di mercato. Questa è senza dubbio l’aspetto più cruciale messo in evidenza dal contagio del coronavirus, prima pandemia a colpire un mondo in stato di globalizzazione avanzata. Nel 2003 la SARS (sindrome respiratoria acuta grave) non ebbe un simile effetto in termini di shock internazionali per il semplice fatto che le global value chains non erano ancora sviluppate come lo sono oggi. In breve, i processi di progettazione, produzione, creazione del valore aggiunto e consegna di prodotti o servizi non dipendevano in maniera così cruciale dal livello di interconnessione e quindi di co-dipendenza delle economie.
La forte dipendenza sviluppata con il contesto cinese rende ora piuttosto complicato per molte aziende pensare di ricollocare la propri 5 del lavoro cinese, da un lato, e la qualità delle infrastrutture, dall’altro, rendono la Repubblica Popolare ancora difficilmente sostituibile con soluzioni alternative in altri Paesi della regione. La centralità della stabilità cinese per gli equilibri economici internazionali è osservabile anche dalla ricaduta che il rallentamento ha avuto a livello internazionale.
L’80% del commercio internazionale si muove via mare e la Cina ospita sette dei dieci porti per container più trafficati del pianeta (tra questi Shanghai e Shenzen). Pertanto, una buona stima degli effetti del COVID-19 sul commercio fra la Repubblica Popolare e gli altri Stati si può trovare nei dati sul traffico di container. Secondo un report dell’UNCTAD, fra la seconda metà di gennaio e inizio febbraio si sarebbe assistito ad un netto calo registrato sia in termini di TEU (twenty-foot equivalent units) sia in termini di navi cargo, con lo Shanghai Containerized Freight Index in calo nelle prime otto settimane del 2020.
L’indice è calato di almeno 200 punti: una diminuzione in parte fisiologica, vista la congiuntura di inizio anno con il Capodanno cinese che tende sempre a far diminuire il traffico merci, in parte molto più acuta e affrettata rispetto alle annate precedenti. Tali dati sono il riflesso di ciò che accade sul piano micro: molte navi cargo sono impossibilitate ad accedere ai porti a causa di rallentamenti delle operazioni di carico-scarico che creano delle così dette “missed port calls” (ovvero delle finestre di transito programmate ma che devono di fatto essere annullate), altre porta-container sono ferme in porto in attesa dei propri operatori, altre ancora sono in mare in condizione di “floating quarantined zones”.
L’effetto, facilmente intuibile di queste finestre di opportunità abortite è una drastica diminuzione delle spedizioni (citata da diverse compagnie del settore come Maersk, MSC Mediterranean Shipping, Hapag Lloyd e CMA-CGM). Tuttavia, una stima veritiera dei possibili effetti del contagio da COVID-19 sul commercio internazionale sono ancora difficilmente quantificabili. Lo scorso 7 marzo, infatti, sono usciti anche i dati ufficiali rilasciati dalle autorità cinese sul proprio import-export del 2020: lo Stato ha pubblicato assieme il report per gennaio e febbraio con cifre che mostrano un calo del 17.2% sull’export e del 4% sull’import.
Questi dati non sono lontani da quelli di inizio 2019 (quando la guerra commerciale con gli Stati Uniti era nella fase più acuta), ma lasciano intendere che è ancora troppo presto per valutare le ricadute effettive del virus in termini di commercio internazionale. Come già accennato, forti cali nel primo bimestre sono fisiologici in Cina, Paese che in questo periodo festeggia il proprio Capodanno.
Se il contraccolpo economico si sta estendendo a livello mondiale, anche le contromisure hanno una portata simile e stanno mettendo in evidenza come, in un mondo globalizzato, i possibili effetti a cascata della crisi sanitaria sull’economia 6 richiedano un coordinamento multilaterale. La Cina, da parte sua, ha già stanziato un pacchetto straordinario di aiuti da oltre 16 miliardi di dollari (110 miliardi di yuan) che il Ministero della Finanza starebbe indirizzando verso le industrie più colpite e verso la regione di Hubei. Anche un incontro speciale Cina-ASEAN (tenutosi in Laos) è stato la sede in cui Pechino ha cercato di rassicurare e ha cercato delle conferme nei partner del Sudest asiatico sulla possibilità di fornire una risposta coordinata per contrastare i possibili effetti dell’emergenza nel medio-lungo termine. Il vertice ha stabilito un accordo per condividere informazioni medico-sanitarie, proteggere le supply chain, supportare le piccole e medie imprese, nonché promuovere lo sviluppo di un vaccino.
In un momento in cui le condizioni interne alla Cina stanno progressivamente migliorando e il Paese si sta avviando verso il termine dello stato emergenziale, il governo di Pechino ha tutto l’interesse a mettere a disposizione la propria esperienza e il proprio know how per aiutare gli Stati che si trovano a dover affrontare gli effetti della pandemia. Ciò non solo per utilizzare il proprio soft power per rinsaldare il rapporto con gli altri governi, ma anche per agire concretamente al fine di limitare la diffusione degli effetti economici della crisi sanitaria negli altri Paesi. Per poter supportare le dimensioni della propria economia e, soprattutto, raggiungere gli obiettivi di crescita qualitativa stabiliti negli ultimi documenti programmatici, infatti, Pechino ha bisogno di un sistema internazionale fortemente interconnesso, all’interno del quale far riconoscere il proprio peso economico e finanziario.
Se un rallentamento delle performance dell’economia globale potesse essere ammortizzato nel breve periodo, il rischio di un’eventuale messa in discussione dei capisaldi della connettività e della globalizzazione potrebbe mettere a repentaglio gli interessi strategici della Repubblica Popolare, non solo in termini di crescita interna, ma anche di posizionamento strategico all’interno del tanto ricercato nuovo equilibrio di pesi e contrappesi nel più ampio contesto internazionale”. (aise) 

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