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 Aldo Cingolani, 28 anni. Sono ingegnere chimico e project manager per una multinazionale che opera nel settore biomedicale.
Nato a Lecce, sono cresciuto in un ambiente ispirato alla scienza. Fin da bambino, circondato da famigliari cervelloni e un alquanto geniali, sono sempre stato mosso da una irrequieta voglia di apprendere, ascoltare ed osservare. Il contesto dei miei primi anni ha plasmato una mente curiosa e avida di stimoli - tanto ossessionata dal raggiungere un perfezionismo mai troppo avvicinato, costantemente viziato da un bizzarro eclettismo, che spesso sfociava in distrazione.
Fin da bambino, sono sempre stato un fiume in piena.
Mi ritrovo ad essere estremamente dinamico tuttora – ma se oggi provo a contenere le mie energie entro perimetri comunemente accettati, grossolanamente imposti dalle nostre cultura e società, da bambino avevo l’energia di un vulcano, e non pensavo neanche lontanamente di frenarla. Correvo, saltavo, mi arrampicavo e poi correvo di nuovo finché… “Oh guarda, uno scarabeo! Ma è bellissimo” – e rimanevo per minuti e minuti a guardare quel mio nuovo amico tutto nero e con i riflessi verde acqua, che cambiavano colore dipendentemente dall’esposizione al sole. Si trattava di proprietà ottiche della luce. Lo sapevo - me l’aveva spiegato mio papà…
Di pari passo con la coltura di una passione per il bello estetico, e la sua incarnazione nella ricerca di forme e silhouette, trovavo sempre più ispirazione nel mondo animale. L’estetica impeccabile del mondo faunistico mi affascinava sempre di più. Amavo osservarla e perdermi nelle sue forme. Così, se da bambino trovavo soddisfazione nello studio delle enciclopedie sui dinosauri, da ragazzo mi sono avvicinato a un confronto diretto e tangibile con il mondo animale.
Un giorno decisi di prendere in mano una macchina fotografica. Pensavo che mi avrebbe aiutato a immortalare ciò che era bello. Avevo 21 anni…
Mi ha cambiato la vita. Fotografare mi ha dato nuovi occhi: era come se avessi trovato un mezzo per mettere insieme le mie passioni. Una semplice macchina fotografica era capace, essa sola, di: mettermi in moto verso mete lontane, ammirare ed immortalare la bellezza estetica, ricercare gli animali. La sua sola compagnia mi rendeva addirittura più coraggioso nell’affrontare avventurose camminate nel selvaggio, o di viaggiare verso mete lontanissime e mai battute dai turisti.
Non solo: fotografare mi ha anche insegnato a guardarmi intorno, a osservare quello che mi succedeva affianco, e a scrutarlo con gli occhi critici, tipici di chi è pronto a catturare la preda sul sensore.
In questo modo, apprendevo.
Una delle cose più felici che ho imparato cibandomi di viaggi e fotografia, è che i bambini riescono ancora ad essere dei fiumi in piena, così come lo ero io. I bambini riescono ancora a passare intere giornate sotto il sole a correre, gridare, giocare.
Qualsiasi viaggiatore che sia stato in terre meno fortunate della nostra, si sarà certamente accorto dell’abbondanza di bambini che riversano all’aperto. Avete notato che questi bambini, anche nei paesi più poveri, non perdono mai il sorriso? In molti dei miei viaggi africani, ad esempio, ho potuto constatare come la quotidianità del bimbo medio trovi l’apice della sua realizzazione nel cercarsi avventure all’interno del proprio villaggio. Il fattore sociale è importantissimo in queste comunità, e viene coltivato fin dalla dolce età. I bimbi giocano in strada spensierati, si trovano nei campi o in grossi spazi colorati di terra rossa, e si abituano a interagire. Questo è il preludio alla loro vita comunitaria tipica dell’età adulta, fatta di fiducia e aiuto reciproco.
E tutti, dico tutti, hanno il sorriso stampato sulle labbra.
Per quanto queste immagini mi riempiano di gioia, e mi facciano ritrovare nei ricordi che ho di un piccolo me, dinamico e scalmanato proprio come questi bellissimi bambini africani, non riesco a nascondere un senso di amarezza quando faccio un confronto con la condizione puerile media di un tipico paese occidentale, quale può essere il nostro.
Primogenito di tre fratelli, ho potuto assistere al processo di crescita di almeno uno dei miei due fratelli con occhi sufficientemente critici – essendo il più piccolo dei tre non ancora adolescente – da scegliere di volerci scrivere su due righe.
Trovo forte rammarico nel testimoniare come il contesto di interazione tra i bambini di qualsiasi ceto, che sia benestante a sufficienza da garantire un laptop e una connessione web, si sia completamente spostata in un universo parallelo al nostro – non più fatto di strade, muri, gessetti e ginocchia sbucciate, ma di schermi, pixel, cuffie e banda superveloce.
Negli ultimi due anni, ho visto mio fratello interagire per scopi di piacere – al di fuori di contesti “forzati” di interazione fisica quali la scuola – solo in occasione del suo compleanno, quando si sforzava di invitare i propri amici a casa. E’ possibile che un bambino ricerchi l’interazione fisica volontariamente solo una volta l’anno?
Non faccio fatica a pensare che in questo caso la generalizzazione non sia un peccato così grosso, se mi permetto di affermare che questo fenomeno è almeno tanto esteso quanto la larghezza della banda wireless che copre i paesi più benestanti (d’altronde, il punto su cui si fonda questo nuovo modello globale è proprio l’interazione globale mediata da schermo).
È impressionante: quando guardo il volto di mio fratello, se impegnato a chattare via cuffia con i suoi amici mentre si incontrano in rooms che fanno da sponda al videogioco in cui sono impegnati, mi sembra di guardare un automa: la schiena è curva, tutto il corpo immobile, eccetto le dita che si muovono freneticamente. Gli occhi guardano un punto fisso dello schermo e le ciglia battono a intervalli costanti ma lontani. La mascella è in tensione, ogni tanto digrigna. Poi si rompe il silenzio – “Bro hai visto che kill?”.
Mi sembra di non vedere più la felicità, la spontaneità e la genuinità tipiche dei bambini. Sembra di aver perso l’infanzia – persa da qualche parte dietro uno schermo.
Come è possibile che quando ero in Africa tutto ciò non mancava? Vogliamo veramente dire che la stratificazione tra primo, secondo e terzo mondo, con le relative possibilità a livello tecnologico, si porti dietro una piaga sociale di questa portata?
Voglio rifiutarmi di pensare che il legame sia così diretto, che ci siano questi bianchi e questi neri, e voglio invece convincermi che ci sia ancora tanto grigio in cui sperare di coltivare l’infanzia alla quale i lettori di queste poche righe sono abituati.
Vorrei che le foto che allego qui fungessero da monito per un pensiero sui bambini, che siano i nostri o no – non importa. Questi scatti sono catture di momenti in cui sono riuscito a vedere la curiosità, la gioia o il dinamismo che mi caratterizzavano quando ero bambino, e che adesso vedo più intorno a noi.



Ai bambini, quelli di una volta.













































































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