“Tallone di ferro”: al Museo del Novecento di Firenze Giulia Cenci in dialogo con Arturo Martini

FIRENZE\ aise\ - Duel è un duello dialettico tra artisti internazionali e le opere della collezione permanente del Museo Novecento di Firenze. Protagonista di questo nuovo appuntamento del ciclo è Giulia Cenci (Cortona, 1988), finalista al Maxxi Bvlgari Prize 2020. Nella mostra “Tallone di ferro”, inaugurata il 28 aprile scorso con la riapertura dei musei e allestita sino al 22 agosto, la giovane artista ha scelto di innescare un dialogo con la scultura in bronzo Leone di Monterosso – Chimera di Arturo Martini.
L’esposizione, a cura di Eva Francioli e Sergio Risaliti, è dunque la rielaborazione in chiave moderna di un’immagine fantastica appartenente alla mitologia classica, nata dalla mente dei Greci e poi adottata da Etruschi e Romani, che tramandarono il mito della Chimera, un essere terrificante, con il muso di leone, il corpo di capra e la coda di serpente, ucciso dall’eroe Bellerofonte. Dopo la presentazione tre anni fa, in Sala Leone X di Palazzo Vecchio, della celebre Chimera di Arezzo, rinvenuta nel XVI secolo e trasferita poi a Firenze da Cosimo I de’ Medici, il mostro ritorna a farsi vivo sotto le forme moderne inventate da Arturo Martini. Ed è proprio con questi elementi “terribili” e apotropaici che Giulia Cenci entra in dialogo, creando a sua volta macchine minacciose, risuscitando miti e personificazioni ctonie, cui appaiono delegate le angosce e inquietudini del profondo.
Dopo un’attenta riflessione sull’architettura e la storia del complesso delle Ex Leopoldine, sede del museo, Giulia Cenci ha realizzato una serie di opere site-specific, invadendo lo spazio con creature ‘mostruose’ nate dalle rovine di macchinari industriali e agricoli. L’artista crea una sorta di ‘paesaggio-anatomia’ che si dispiega lungo una complessa catena di montaggio, un assemblage tridimensionale di forme e strumenti abbandonati e fuori uso. Sono costruzioni metamorfiche in cui parti meccaniche evocano o si mescolano a dettagli anatomici, come in una sorta di Frankenstein o chimera. Due enormi bracci meccanici, composti da frammenti di pezzi agricoli e di automobili, ridefiniscono lo spazio, costringendo il visitatore a un percorso obbligato.
L’installazione richiama alla mente conformazioni naturali e grandi scheletri di specie estinte, esseri primordiali o provenienti da un altrove biologico, generati da incroci e ibridazioni meticce tra natura e tecnologia. L’opera rivela anche una decisa critica al recente passato post-industriale, con il suo bagaglio di violenza e di carica distruttiva, evocata dai versi di Wystan Hugh Auden che recitano: “Nero fu il giorno in cui Diesel /concepì il suo truce motore che/ generò te, vile invenzione,/ più perversa, più criminale/ perfino della macchina fotografica,/ mostruosità metallica,/ afflizione e infezione della nostra Cultura,/ principale sciagura della nostra Comunità”.
Una critica, quella di Giulia Cenci, al progresso industriale e alla superpotenza tecnologica che si esprime attraverso un meccanismo a ritroso: mettendo in mostra le rovine della civiltà industriale, i reperti di un’agricoltura meccanicizzata, i cadaveri di una civiltà fallita, l’artista come novello demiurgo riassembla i pezzi raccolti in questo disastro, per restituire con essi vita a figure perturbanti, nelle cui forme e aspetto si palesa tutto il fallimento della società moderna. (aise)