BREXIT: AMBASCIATA AL FIANCO DEGLI ITALIANI IN UK

BREXIT: AMBASCIATA AL FIANCO DEGLI ITALIANI IN UK

ROMA\ aise\ - 700mila italiani nel Regno Unito. Poco più di 401mila quelli iscritti all’Aire, 378 mila a Londra, 23mila ad Edimburgo. Senza dimenticare che è italiana la comunità studentesca straniera più numerosa in Inghilterra, né l’importanza degli scambi commerciali. Questi alcuni dei numeri forniti dall’Ambasciatore italiano a Londra Raffaele Trombetta durante l’audizione di quest’oggi alla Camera, di fronte alle commissioni riunite Esteri e Politiche Ue. Numeri che fanno capire quale e quanto sia il lavoro della rete diplomatico-consolare soprattutto ora che la Brexit è diventata realtà.
Ricordato il tortuoso iter che ha portato al 31 gennaio 2020, giorno in cui ufficialmente la Gran Bretagna è uscita dall’Unione europea, Trombetta ha parlato in primo luogo della tutela dei cittadini, richiamando il settlement scheme che prevede la registrazione di tutti i cittadini europei residenti nel Paese: quelli che lo sono da più di 5 anni possono richiedere il settled status, gli altri il pre-settled status. Entrambe le registrazioni possono essere fatte entro il giugno 2021.
“I dati che abbiamo sulla registrazione degli europei in generale e degli italiani in particolare sono abbastanza positivi”, ha commentato Trombetta. “Qualche giorno fa a livello europeo si è superata la soglia, anche psicologica, dei 3 milioni di registrati. Per quanto riguarda gli italiani al 31 dicembre del 2019 erano 291.000: il 42% ha ottenuto il settled status, il 58% il pre-settled status”. Quella italiana, ha ricordato, è “la terza comunità più numerosa dopo Polonia e Romania”. Dunque il dato dei 291.000 registrati è “incoraggiante ma, allo stesso tempo, ci consiglia di non abbassare la guardia”, perché nessuno vuole un altro “caso Windrush”.
Importante il lavoro di informazione svolto da ambasciata e consolari per “incoraggiare i connazionali a registrarsi”, ma anche per fare presente alle autorità britanniche le difficoltà incontrate nella registrazione.
La prima è che si può fare solo online, difficoltà rappresentata da tutte le ambasciate tanto che ora è possibile registrarsi anche di persona; c’è poi una “resistenza psicologica”, quasi a voler negare la Brexit; infine la “mancanza di un documento cartaceo” perché “la procedura è online e non lo rilascia”, cosa che, ha ricordato Trombetta, “fa parte della cultura amministrativa britannica”, ma che provoca disagi perché poi “ci sono occasioni in cui bisogna dimostrare di essere registrati e non sempre è facile poterlo fare elettronicamente”. Infine c’è la “mancanza di un automatismo tra il pre-settled e il settled status: al compimento dei 5 anni, chi ha avuto il primo dovrà riavviare rifare la registrazione per il secondo”.
L’auspicio dell’ambasciatore è che “al giugno del 2021 tutti gli italiani si saranno registrati, ma temo che non sarà così”. Questo sarà “quello che ci impegnerà di più dopo il giugno 2021”. Per questo “abbiamo più volte sollecitato le autorità britanniche ad essere flessibili così da essere pronti a venire incontro a questa situazione per evitare un altro caso Windrush”.
Sul fronte dell’informazione dei connazionali, l’Ambasciata ha avviato una campagna “in collaborazione non solo con la rete consolare italiana nel Regno Unito, ma anche con le associazioni, Comites e Cgie. Personalmente sono intervenuto più volte anche sui media britannici perché il messaggio passasse in maniera più diffusa. Abbiamo svolto e continuiamo a svolgere sessioni informative non solo a Londra, ma in varie altre città del Paese, come Birmingham, Liverpool, Cardiff, Manchester, Glasgow” per incoraggiare i connazionali a registrarsi.
Poi sono stati organizzati “due eventi in Ambasciata con l'Home Office britannico” e, ha sottolineato Trombetta, “siamo stati capofila nel coordinarci con le altre ambasciate europee”, che insieme hanno dato vita ad uno user group “sul tema specifico della tutela dei diritti dei cittadini europei”.
Alla registrazione per il settled e pre-settled stuatus sarà dedicato uno sportello che, ha annunciato Trombetta, aprirà il 19 febbraio al Consolato generale di Londra “proprio per venire incontro alle esigenze dei connazionali”.
In parallelo, ha ricordato l’ambasciatore, “le autorità britanniche sono obbligate al monitoraggio della situazione, come prevede l’articolo 159 dell’accordo di recesso”.
“È nostra intenzione continuare a lavorare con le autorità britanniche oltre che con la delegazione europea, che dal 1° febbraio non è più una rappresentanza”, ha ricordato il diplomatico, “così come continueremo a lavorare con le autorità britanniche”.
Sul fronte economico e commerciale, obiettivo dell’ambasciata è “quello di sostenere i settori strategici per la nostra economia. Un settore su cui ci siamo già parzialmente concentrati è quello dell’Innovazione”, cui è dedicata anche una serie di incontri chiamati “Italy for Innovation” in cui, ha spiegato Trombetta, “abbiamo promosso collaborazioni fra i settori più avanzati delle due economie, prendendo spunto dal fatto che il Regno Unito nel novembre 2017 ha lanciato una propria strategia industriale che aveva delle buone complementarità con quella italiana”.
Ovviamente “organizziamo delle riunioni regolari con imprenditori italiani nel Regno Unito, per raccogliere da loro informazioni e osservazioni sulle loro esigenze”, alla luce della Brexit.
L’ufficio Ice “ha attivato un help desk per fornire assistenza alle imprese, alle aziende esportatrici, su problematiche post-Brexit su dogane, normative sull’etichettatura, gli standard fiscali, attrazione di investimenti” e così via. “Da qualche giorno è attivo un help desk anche presso la Camera di Commercio italiana in Uk”.
Passando al negoziato che inizierà a marzo per finire a dicembre, “i tempi sono stretti”, ha convenuto Trombetta, anche perchè “Johnson ha escluso la possibilità di chiedere una ulteriore proroga”. Il premier britannico “il 3 febbraio ha indicato abbastanza chiaramente le priorità e la posizione del Regno Unito per i negoziati: no alla proroga del periodo di transizione; un accordo fondato sul libero scambio”, indicando ad esempio o quello tra Ue e Canada o quello “definito australiano” che, ha spiegato Trombetta, non esiste ma di fatto indica “un modello che si basa principalmente su accordi settoriali”. Poi il Regno Unito “non accetterà un accordo che preveda l'allineamento regolamentare alle norme dell'Unione”, come quelle “in materia di aiuti di Stato, standard sociali, ambientali, sanitari”.
Di contro, la posizione europea “si riflette sostanzialmente in quello che è già previsto nella dichiarazione politica allegata all'accordo di recesso: quindi un accordo di libero scambio - 0 tariffe, 0 quote - magari integrato da accordi specifici su temi quali la pesca e la sicurezza” ad esempio, con “una parte relativa alla sicurezza interna ed esterna”, tenendo come principio-guida il “level play field” e ricordando “l’interdipendenza economica che sussiste fra le due parti”. Importante per l’Ue anche ribadire “il ruolo della Corte di Giustizia nella applicazione del futuro accordo” e quello dei servizi finanziari, “tema particolarmente importante per entrambe le parti”.
In questo quadro, le priorità italiane – ribadito il sostegno al negoziatore – capo Barnier, visto che “l'unità dei 27 nel negoziato sull'uscita è stato uno dei nostri punti di forza” – vedono al primo posto “un accordo che preservi i flussi commerciali tra Italia e Regno Unito” molto importanti per la nostra economia, e tutela per i cittadini.
“Abbiamo una comunità che stimiamo intorno alle 700.000 unità”, ha detto Trombetta. “I dati ufficiali concreti, cioè gli iscritti Aire, sono circa 401000 connazionali, di cui poco più di 378.000 nella circoscrizione consolare di Londra e 23000 circa a Edimburgo. Numeri che esprimono una presenza diffusa, di alto livello, come riconosciuto anche dal primo ministro Johnson nell'incontro che ha avuto in qualche giorno fa con il presente il consiglio Conte”. In questa occasione “ha riconosciuto il contributo dato dagli italiani, non soltanto in termini economici, ma anche sociali e culturali alla crescita” del paese.
“Basti considerare il livello della collaborazione scientifica e universitaria”, ha aggiunto Trombetta: “nel biennio 2017-2018, ad esempio, il numero di italiani presenti nello staff accademico delle università nel Regno Unito era 7756, numero cresciuto di più del 50% negli ultimi cinque anni. Gli studenti italiani nelle università britanniche nello stesso biennio erano 13.985”. C’è “una collaborazione scientifica tra Italia e Regno Unito di altissimo livello. L’Italia è al terzo posto per le pubblicazioni scientifiche in UK”.
Poi ci sono le relazioni commerciali “con un saldo positivo a favore del dell'Italia: nel 2018 abbiamo esportato per un valore di 23,4 miliardi di euro e importato per 11,1 miliardi” e la cooperazione in tema di politica estera e di difesa su cui l’Italia manterrà un dialogo costante con il Regno Unito. (m.c.\aise)