L’EMIGRAZIONE IN CIFRE: SANFILIPPO (CSE) IN SENATO

L’EMIGRAZIONE IN CIFRE: SANFILIPPO (CSE) IN SENATO

ROMA\ aise\ - Nell’ambito dell'indagine conoscitiva sulle condizioni e le esigenze delle comunità degli italiani nel mondo, la Commissione Affari esteri del Senato ha svolto ieri l’audizione del Direttore scientifico della Fondazione Centro Studi Emigrazione, Matteo Sanfilippo.
Accolto dal presidente della Commissione Petrocelli, Sanfilippo ha svolto un lungo intervento, molto dettagliato, su un fenomeno “non di facile comprensione, perché prima non è stato dovutamente preso in considerazione e poi è stato oggetto di allarmati richiami”.
In realtà, ha osservato, “le statistiche non evidenziano un volume di partenze veramente catastrofico - nell’intero 2018 si sono iscritti all’Anagrafe degli italiani all’estero in 128.583 italiani, 400 in più rispetto all’anno precedente -, né un trend che si discosti in modo strutturale da quanto avviene per altri Paesi europei. Tuttavia, la tendenza all’aumento delle partenze è reale e dura da almeno venti anni. Inoltre, coinvolge principalmente le classi di età sotto i 50 anni (nel 2018 il 40,6 per cento è fra i 18 e i 34, il 24,3 per cento fra i 35 e i 49; mentre nel 2017 il 37,4 per cento dei neo-iscritti all’AIRE aveva tra i 18 e i 34, il 25 per cento tra i 35 e i 49 anni), perché trovano in patria con grande difficoltà un lavoro stabile e si devono scontrare con un costo della vita sproporzionatamente alto rispetto agli stipendi e ai salari medi, nonché con scarsi o malfunzionanti servizi sociali, si pensi alla difficoltà di avere e crescere figli”.
Sanfilippo ha quindi richiamato il Rapporto italiani nel mondo della Migrantes (2018) nella parte in cui evidenzia che "dal 2006 al 2018 la mobilità italiana è aumentata del 64,7 per cento passando, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’AIRE a più di 5,1 milioni".
La mobilità, ha aggiunto, “cresce ancora nel 2018, raggiungendo così, al 1° gennaio 2019, quasi 5,3 milioni, con un aumento complessivo di oltre il 70 per cento. L’accresciuta migrazione ha comportato un deciso aumento della consistenza numerica delle comunità italiane all’estero (Rapporto italiani nel mondo della Migrantes, 2018). Secondo le anagrafi consolari, gli italiani all’estero potrebbero essere di più e sfiorare quasi i 6 milioni, ma bisognerebbe valutare meglio le discrasie tra le varie statistiche. Tra l’altro, se si verificano i dati amministrativi degli altri Paesi europei, si nota che fra emigranti temporanei e a più lunga permanenza probabilmente gli italiani all’estero sono ancora di più (secondo alcuni analisti addirittura un milione di più), ma non si registrano per vari motivi, fra i quali la precarietà dei loro impieghi, anche di quelli ad alto livello ed alto reddito”.
Sulla base dei dati a disposizione, “le mete dei flussi italiani dell'attuale millennio sono in maggior parte europee. Un buon 70% degli espatriati – ha confermato Sanfilippo – si muove in Europa, in primis tra Germania e Regno Unito, ma anche in Svizzera, Francia e Spagna. Soltanto il 22% si dirige verso le Americhe, dove le comunità più forti restano quelle negli Stati Uniti e Brasile, con una coda in Argentina, mentre le mete annuali variano anche in ragione della congiuntura politica ed economica. Infine Africa, Asia e Oceania si dividono il restante 8% con qualche interessante esperienza, ma una mobilità e una costruzione di comunità stabili ancora da verificare”.
“Alla fine, sommando partenze recenti e consistenze tradizionali, al 1° gennaio 2019, i 5.288.281 italiani ufficialmente all’estero sono ormai in prevalenza nel Vecchio Mondo: il 54,3 per cento in Europa (in primis Germania, Svizzera, Francia e Regno Unito); il 40,2 per cento nelle Americhe (in primis l’Argentina e il Brasile). Le altre mete sono residuali: Oceania 2,9 per cento; Asia e Africa 1,3 per cento a testa”, ha ribadito il Direttore scientifico della Fondazione Centro Studi Emigrazione, prima di evidenziare la “possibile differenza fra consistenza e origini delle comunità all’estero (che nascono dopo la seconda guerra mondiale, anzi spesso nel ventennio 1955-1975, quando parte una grossa ondata emigratoria) e consistenza e direzione dei nuovi flussi”.
Sanfilippo ha quindi richiamato la Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo svolta a Roma, nel dicembre 2000: in quella occasione “la Caritas di Roma ha tratteggiato il quadro statistico dell’emigrazione italiana di allora: al 30 ottobre, il 29% di chi era partito proveniva dal nord della Penisola, l’11,1% dal centro, il 39% dal sud e il 20,9 per cento dalle isole. Complessivamente, si poteva dire che su dieci italiani all’estero, alla fine di quel mese di ottobre, due erano di origine siciliana, uno di origine campana, uno di origine pugliese e uno di origine calabrese. Inoltre, erano ben rappresentati pure Abruzzo, Molise e Basilicata, mentre tra gli emigranti settentrionali spiccavano trentini, veneti e friulani”.
Un quadro che, 20 anni dopo, è “cambiato”, anche se, ha subito precisato Sanfilippo, “in termini assoluti la prima regione di partenza resta la Sicilia (con oltre 755.000 iscritti all’AIRE). Se, però, ci si concentra sulla diaspora recente, si registrano come regioni di partenza, in ordine decrescente: Lombardia, Veneto, Sicilia, Lazio, Piemonte, Emilia-Romagna, Campania, Toscana, Calabria, Puglia, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Abruzzo, Trentino Alto Adige, Liguria, Sardegna, Umbria, Basilicata, Molise, Valle d’Aosta. Dunque, fra le prime cinque regioni di esodo risultano tre settentrionali (Lombardia, Veneto e Piemonte), una centrale (Lazio) e soltanto una meridionale (Sicilia). Un dato ancora più interessante è offerto dalle prime dieci città di partenza della recente diaspora: Roma, Milano, Torino, Napoli, Genova, Palermo, Trieste, Catania, Bologna e Firenze. Da notarsi che, in queste città, la percentuale di espatri oscilla tra il 4 e il 6% della popolazione, ma a Roma si supera il 10% e a Trieste si arriva al 14 %. Il tutto fa sì che nelle comunità odierna, compresi vecchi e nuovi arrivi, la presenza settentrionale è ormai complessivamente maggioritaria: soltanto il 32% proviene dal meridione e il 16,9% dalle isole, mentre il 15,6% è partito dal centro e il 35,5% dal nord Italia”.
Secondo Sanfilippo, quindi, “ci si troverebbe di fronte a una emigrazione centro-settentrionale e, siccome il livello di scolarizzazione dei partenti è più alto negli ultimi venti anni di quello dei partecipanti all’ondata del 1955-1975, si è potuto parlare di fuga dei cervelli. In realtà, al massimo, siamo davanti a una fuga di giovani, più che di cervelli, perché tutta la società italiana si è scolarizzata, nonostante che i suoi livelli al proposito siano ancora lontani dagli standard dell’Europa occidentale. Sennonché anche questo è un discorso riduttivo, in primo luogo perché la categoria giovani è applicata a persone che vanno dai 18 ai 49 anni (sia pure suddivisi tra giovani-giovani e giovani-adulti), dunque con caratteristiche assai diverse, e, in secondo luogo, perché il fenomeno è più complesso”.
“Da un lato, - ha precisato ancora – abbiamo molte partenze che non sono di giovani singoli, ma di intere famiglie o per formare famiglie (il fenomeno dei matrimoni e delle coppie "europee") e qui conta, evidentemente, il problema di aver figli e trovare alloggi in Italia. Dall’altro, non partono soltanto gli under-50, questi infatti coprono meno dei due terzi del totale e il resto è composto da minori (i figli delle coppie emigrate), over-50 che hanno perso il lavoro (sempre nel 2017 l’11,3 per cento degli iscritti all’AIRE) e, infine, anziani in età di pensione (il 7,1 per cento degli iscritti)”.
“Anche qui – ha ricordato il Direttore scientifico della Fondazione Centro Studi Emigrazione – si sono levate grida di allarme, soprattutto dopo che Tito Boeri, allora presidente dell’INPS, ha spiegato, nel luglio 2017 come il suo Istituto pagasse 373.000 pensioni all’estero. I media e i social hanno puntato il dito verso ricchi pensionati che vivrebbero in resort di lusso, mentre si ha piuttosto l’impressione che partano pensionati che hanno garantito un reddito scarso e cercano di ottimizzarlo in Paesi che costano meno, oppure genitori anziani di coppie emigrate (od anche rimaste) all’estero: in questo caso abbiamo il doppio fenomeno del ricongiungimento familiare e dell’assistenza nonni ai nipoti, garantendo risparmi sulle spese familiari”.
E poi ci sono “i frontalieri e, soprattutto, i cosiddetti notificati, cioè degli interinali frontalieri. Mentre i primi – ha spiegato Sanfilippo – sono un fenomeno "antico", nelle regioni di frontiera ne abbiamo traccia da quando esistono i collegamenti ferroviari, i secondi sembrerebbero far parte di una mobilità precaria che ormai, oltre all’espatrio definitivo, o comunque a medio termine, accompagna quello giornaliero. Occorrerebbe, in effetti, verificare non soltanto quanti frontalieri siano precari a tempo, ma anche quanti emigrati. All’estero si guadagna di più e ai vari livelli della scala lavorativa, ma, come in Italia, è difficile trovare un lavoro fisso. Così esistono non soltanto gli emigrati verso un solo Paese che cambiano di occupazione, ma anche emigrati in Europa che cambiano di Paese, lavorando uno o più anni in ciascuna delle mete raggiunte. Al riguardo, molte interviste ai migranti insistono su quanto sia duro abbandonare il proprio Paese; ma andrebbe anche valutato quanto sia duro abbandonarlo per vivere un pochino meglio, ma senza alcuna sicurezza per il futuro. E, in questo, si dovrebbe anche valutare l'impatto reale della Brexit e quello, per ora soltanto ipotizzabile, di una secessione catalana: il Regno Unito e la Catalogna sono state e sono, infatti, mete maggiori per i migranti italiani”.
In conclusione, “è d'uopo registrare un quadro estremamente composito di un fenomeno che, essendo rivolto soprattutto all’Europa soffre e soffrirà delle convulsioni di questo continente. Va affrontato, comunque, anche un secondo aspetto: la nuova emigrazione si dovrebbe legare all’estero con le già esistenti comunità italiane. Queste, però, sono nate in un altro periodo storico e hanno caratteristiche diverse, soprattutto hanno mirato a un’inserzione nel luogo di arrivo non sempre garantita ai nuovi migranti. Le due componenti degli italiani all’estero spesso si rivelano difficilmente amalgamabili e i nuovi emigrati non frequentano i luoghi di incontro dei vecchi e non partecipano ai loro eventi, anche perché essendo molto spesso precari a termine, non ne avrebbero il tempo e la voglia. Inoltre, non va sottaciuto il décalage temporale e le esperienze diverse che fanno sì che queste due componenti abbiano diversi costumi e diverse culture”, ha concluso Sanfilippo secondo cui “sarebbe opportuno monitorare consistenza e omogeneità delle comunità all’estero, visto che i dati dell’AIRE danno dei numeri, ma non le caratteristiche. Si dovrebbe anche capire la visione che queste comunità hanno di sé stesse e dei propri problemi”.
Nel breve dibattito seguito alla sua relazione, il senatore Airola (M5S) ha sollecitato “un approfondimento sullo spostamento dei giovani italiani in Europa, che, per me, rientra, tuttavia, nel fenomeno più generale, da considerarsi fisiologico e normale, della mobilità intraeuropea”.
Il presidente Petrocelli, invece, ha chiesto “quali specifici elementi di novità siano rilevabili, nell'attuale contingenza storica, per quanto riguarda i flussi di migrazione italiana all'estero, che, come noto, non sono paragonabili alle tradizionali migrazioni, dei secoli passati, indirizzate prevalentemente verso le diaspore nazionali esistenti in loco”.
Infine, il senatore Pellegrini (Lega) ha chiesto che “vengano meglio spiegate le problematiche delle destinazioni e delle fasce di età delle nuove migrazioni”.
Nel rispondere, Sanfilippo si è soffermato, in particolare, sui profili riguardanti la popolazione studentesca, “spesso in possesso in elevato titolo di studio” sostenendo poi che chi emigra a più di 50 anni “è spinto, essenzialmente, dal fatto di aver perso il lavoro a quella età”. (aise) 

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