COVID19/ NON PORTIAMO INDIETRO LE LANCETTE DELLA STORIA AL CONFINE TRA ITALIA E SLOVENIA - DI ALESSANDRO BUTTICÉ

COVID19/ NON PORTIAMO INDIETRO LE LANCETTE DELLA STORIA AL CONFINE TRA ITALIA E SLOVENIA - di Alessandro Butticé

BRUXELLES\ aise\ - “La fotografia dei Sindaci di Gorizia e di Nova Gorica, seduti alle due metà di uno stesso tavolo, separati da una rete, è inequivocabile. Questa rete di confine funge da improbabile barriera alla pandemia e da sicuro testimone che il faticoso percorso di decine d’anni per arrivare alla caduta dei confini è stato travolto, in un attimo, dalla paura del contagio. La rete evidentemente pulisce le coscienze ed a nulla valgono la considerazione che il virus non si ferma con le barriere di confine e che la chiusura delle frontiere interne non è la soluzione: voci che gridano nel deserto. I confini sono barriere intollerabili che producono effetti incontrollabili. Se a questo si aggiunge la mancanza di sensibilità che impedisce di comprendere che due luoghi contermini, identici ed unici, non possono avere discipline diverse e che una normativa chiara ed uniforme assicura pace sociale ed ordine, otteniamo il risultato che oggi vediamo sul rinato confine tra Friuli Venezia Giulia e Slovenia. Confusione, fraintendimenti, gruppi di controllo non autorizzati, caccia ai diversi, rischio di scontri”.
Chi parla è Guido Germano Pettarin, deputato goriziano di FI. Un friulano autentico, oltre che un autentico patriota italiano ed europeo. Come me è cresciuto lungo quel confine nord-orientale per molti anni simbolo della cortina di ferro tra Occidente e Oriente.
Il bisnonno di Pettarin ha combattuto dalla parte dell’esercito austro-ungarico. Come tutti i bisnonni di quella terra che, prima dell’Unione Europea, era stata ed era destinata a campo di battaglia impregnato del sangue di milioni di fratelli europei. Gli uni contro gli altri armati.
Mio padre, seppure siciliano, mi ha fatto crescere in quella bellissima regione, che è una sintesi delle bellezze del nostro pianeta. Perché era ufficiale della fanteria d’arresto. Portava la cravatta rossa, come il sangue che i fanti d’arresto sapevano dover versare per resistere qualche dozzina di ore rallentando le truppe di Varsavia che, in una ipotetica invasione dell’Italia, sarebbero passate dalla “soglia di Gorizia”. La porta d’entrata in Italia ai carri sovietici. E, secondo la dottrina Nato, la loro resistenza, in una zona di frenaggio che arrivava sino alla Pianura Padana, doveva dare il tempo alle truppe alleate di intervenire a difesa del vecchio triangolo industriale italiano.
Da bambino accompagnavo mio padre nelle sue ispezioni delle “opere”, i bunker e le casematte di difesa territoriale, nascoste alla vista dei passanti, ma che i contadini conoscevano meglio dei soldati, da Prepotto a Cormons, a pochi chilometri di distanza dal confine con la Jugoslavia. Ricordo lo sguardo minaccioso dei graniciari jugoslavi con i cani lupo al confine.
Poi mi sono arruolato nella Guardia di Finanza, ed ai tempi dell’Accademia, quando mi trovavo in licenza a casa dei miei genitori, accompagnavo il comandante della Compagnia di Cividale del Friuli nelle sue ispezioni ai distaccamenti di confine. Ricordo dei racconti dei finanzieri, che giocavano a pallone e a volte perdevano la palla che rotolava oltre confine. E i graniciari non gliela restituivano. Sinché un giorno un mulo dell’esercito jugoslavo sconfinò in Italia. Fu immediatamente catturato dai finanzieri. Che procedettero alla sua restituzione solo una volta che ricevettero in cambio i loro palloni.
Storia di qualche decennio fa. Che oltre al sorriso dell’aneddoto, da la misura di quello che era il confine nord-orientale. Solo grazie all’Unione Europea, negli ultimi anni ho potuto trascorrere le mie vacanze estive, assieme ai miei nipotini, passeggiando sui prati e le colline dove prima erano nascosti cannoni, mortai e mitragliatrici. Teatri di eccidi delle due guerre, e di armi puntate da una parte e dall’altra del confine durante la Guerra fredda.
Speravo non vedere più riapparire quei fantasmi. E questo grazie all’Unione Europea. Che è un’unione di pace e nella pace. Che è stata capace di abbattere i fili spinati tra le due Gorizie. L’italiana Gorizia, e la slovena Nova Gorica.
Ma è bastato uno schifosissimo virus per riportare le lancette della storia indietro nel tempo.
“Non si può far finta di non vedere”, mi dice Guido Pettarin. “Quanto accaduto nei giorni scorsi sul Carso è gravissimo e deve essere un sonoro allarme”, dice a proposito della coppia di giovani con la doppia cittadinanza italiana e slovena, fermati nei boschi da uomini con uniformi militari apparentemente slovene e costretti ad inginocchiarsi col fucile puntato alla testa.
Polizia e Esercito sloveno dicono che non si trattava né di soldati né di poliziotti. Hanno promesso inchieste. E l’opposizione slovena chiede persino la testa del Primo Ministro per questo episodio. Un buon segno. Segno che la Slovenia è oggi una democrazia che rispetta le leggi europee. Anche se dovrà forse fare i conti con i nazionalisti e l’estrema destra slovena. Che potrebbe diventare un pericolo, per le sue smanie paramilitari alla ricerca di immigrati irregolari.
“È bastato un virus per tornare indietro di trent’anni; abbiamo di nuovo chi urla ‘stoj’ sul confine e spiana armi, vere o giocattolo poco importa”, insiste Pettarin.
“Non si sottovaluti quanto successo e si corra subito ai ripari” – aggiunge.
“Si agisca, in primis a livello EU, per consolidare atteggiamenti come quelli delle amministrazioni comunali di Gorizia, Nova Gorica e SemPeterVrtojba che operano insieme, nel comune GECT GO, coordinando uniformando collaborando a far di un territorio e di un popolo il laboratorio dove si sperimenta l’Europa del futuro, nonostante le resistenze e gli ostacoli frapposti dagli Stati di reciproca appartenenza.
Si evitino le tentazioni protezionistiche che partono dalle convenzioni bilaterali in una Europa di 27 stati ed arrivano ai corridoi turistici che vogliono tagliar fuori dalla economia comune turistica Paesi come Italia e Slovenia, per il vantaggio di altri stati, in una rincorsa ad un dumping tra realtà deboli ed in difficoltà.
Si abbandoni il falso criterio democratico dell’unanimismo ad ogni costo e si comprenda che la democrazia è libertà di opinione e di voto, nel rispetto della maggioranza; ci si attivi per allargare l’UE al più presto ai Balcani Occidentali, indispensabili per una Europa completa.
Un virus non può avere la forza di distruggere una idea continentale; ne dobbiamo essere convinti.
E le barriere costruiamole attorno a chi grida ‘stoj’, perché non possiamo permettere che l’EU si fermi qui.”
Ho voluto intervistare Guido Pettarin. Non solo come friulano doc, ma anche come giurista e appassionato di storia, che tiene ben stretti nel cuore sia il tricolore nazionale che la bandiera stellata europea.
D. Cosa sta succedendo al confine tra l’Italia e la Slovenia?
R. La situazione su quello che è tornato ad essere un confine a causa del Coronavirus, sta assumendo connotati di tensione che avremmo tutti sperato di non dover più vedere. Le scelte, sbagliate, di rispondere alla pandemia anzitutto sbarrando le frontiere interne hanno fatto sorgere timori e preoccupazioni. Timori del contagio e preoccupazioni per il futuro proprio e delle proprie famiglie. Timori e paure che hanno incredibilmente la meglio sullo spirito europeista e sui faticosi percorsi che avevano finalmente portato alla caduta dei confini.
D. Come valuta la risposta italiana agli incidenti di frontiera che sembrano riportare la storia ai tempi della Jugoslavia?
R. Al momento le Autorità italiane stanno ancora cercando di capire cosa esattamente sia accaduto. Confido che le reazioni saranno più serrate, basate sul dialogo e sulla collaborazione. Ma dovranno comunque essere determinate a superare la attuale situazione. Le divisioni i confini e le barriere non portano nulla di buono.
D. Che misure ha preso il Presidente della Regione Friuli Venezia-Giulia?
R. Anche la Regione Friuli Venezia Giulia ed il suo Presidente sono al momento in attesa che le Autorità competenti delineino con esattezza quanto accaduto. Nel contempo continuano le sollecitazioni della Regione al Governo Nazionale affinché si tengano nel debito conto le situazioni critiche che si stanno sviluppando, anche su tematiche particolarmente critiche come le ventilate convenzioni bilaterali tra singoli paesi UE che creerebbero corridoi turistici che taglierebbero fuori l’Italia ed il Friuli Venezia Giulia. Ma al momento il Governo pare non capire quale sia la gravità e l’urgenza della situazione.
D. Come giustificano questa situazione le autorità slovene?
R. Al momento dicono che non sanno spiegarsi l’accaduto e che non si trattava né di militari né della polizia. Rispetto alla situazione pandemica è evidente la criticità della situazione, con tensioni sia ai confini con il Friuli Venezia Giulia che con la Croazia e con provvedimenti di apertura e di chiusura che si sono sovrapposti e non hanno certo aiutato a rendere chiara la situazione, in primis alle stesse popolazioni del territorio.
D. E lei, da friulano, come giustifica questo loro comportamento?
R. Personalmente credo che i motivi siano gli stessi che spingono il nostro Governo a chiudere i confini tra le regioni, impedendo la mobilità trans regionale. Ma il ragionamento è sempre il medesimo: la chiusura delle frontiere interne, nazionali od amministrative, non è la soluzione.
D. Non crede che quelle che spesso possono apparire come conflitti tra il governo nazionale ed i governatori delle regioni italiane possano avere un’influenza anche sulle scelte dei nostri vicini?
R. Di questo sono certo. I conflitti istituzionali tra Governo e Regioni in Italia, ed i provvedimenti di chiusura delle Regioni nei propri ambiti non depongono certo a favore del nostro Paese, che viene respirato dai Paesi confinanti come un pericolo di contagio, così presente da impedire anche la mobilità interna tra regione e regione. Sarebbe importante che l’immagine dell’Italia fosse comunicata con chiarezza, che si evidenziasse che vi sono territori con tassi di contagio bassissimo ed altri in cui il contenimento sta ottenendo i risultati sperati e che il nostro Paese tutto è meno che un covo di untori.
D. Quali misure concrete dovrebbero essere intraprese dall’Italia e dall’Unione Europea per evitare il rischio di un’escalation?
R. È indispensabile ragionare in termini unitari. La chiusura delle frontiere interne non è una soluzione. Si dovrebbero coordinare discipline e provvedimenti, sia come tempistiche che come contenuti disciplinatori, si dovrebbero omogeneizzare le norme applicabili ai territori contermini. Bisognerebbe avere la coscienza che le reti, i muri ed i mitra non fermano il virus che, invece, si combatte con norme chiare ed omogenee che permettono alle persone di sapere come comportarsi e di usare il proprio buon senso a tutela della collettività.
D. Il confine italo-sloveno era un ottimo esempio dell’unità europea. É la fine di un sogno?
R. Mi rifiuto di credere che sia la fine di un sogno. L’esempio virtuoso dell’ex confine tra Italia e Slovenia e la lunga strada percorsa per abbattere i muri non può infrangersi su un virus.
Confido che sia solo una breve parentesi, dovuta alla paura ed alla impreparazione che tutti avevamo rispetto a queste situazioni e che prestissimo ritorneremo ad essere un solo popolo in una sola terra. (alessandro butticé\aise) 

Newsletter
Notiziario Flash
 Visualizza tutti gli articoli
Archivi