Accordo istituzionale: la versione svizzera del "remain or leave" – di Sibilla Bondolfi

BERNA\ aise\ - “Anche se la Svizzera non è membro dell'Unione europea (UE), è integrata nello Spazio economico europeo tramite degli accordi bilaterali. L'UE vorrebbe che le questioni istituzionali di questa via bilaterale fossero regolate in un accordo quadro”. Ne scrive Sibilla Bondolfi su “swissinfo.ch”, quotidiano online plurilingue edito a Berna.
“Tra il 2014 e il 2018, la Svizzera e l'UE hanno negoziato un testo. Bruxelles ha fatto pressione affinché si giungesse a una firma, ma il governo svizzero ha dapprima organizzato delle consultazioni, che hanno fatto emergere tre punti controversi dell'accordo:
• Protezione dei salari: poiché gli stipendi e il costo della vita in Svizzera sono più alti della media europea, i sindacati e l'industria elvetica temono il dumping salariale.
• Aiuti statali: l'UE non vuole sussidi statali. I Cantoni svizzeri temono che le loro banche non potranno più operare con garanzie statali.
• Direttiva sulla cittadinanza dell'UE: i cittadini europei nella Confederazione avrebbero lo stesso diritto all'assistenza sociale degli svizzeri. Gli oppositori in Svizzera temono una "immigrazione verso l'assistenza sociale".
Messo sotto pressione dalla politica interna, il Consiglio federale ha cercato di rinegoziare questi tre punti. L'UE ha segnalato una disponibilità a fornire dei "chiarimenti", ma ha escluso categoricamente nuovi negoziati. La situazione è in stallo da mesi.
Julie Cantalou, politologa e presidente del GLP Lab, il laboratorio di idee del partito dei Verdi liberali, sostiene che c'è stata una mancanza di leadership politica da parte del Consiglio federale dopo la conclusione dei negoziati. I partiti di governo, afferma, erano divisi e non volevano affrontare la prova del fuoco di una campagna referendaria. "Inoltre, la Brexit e altre crisi in Europa hanno ridotto il margine di manovra della Svizzera".
UNO SGUARDO ALL'INDIETRO
Eppure, le relazioni tra l'UE e la Svizzera erano iniziate bene: pieno di ottimismo, nel 1992 il Consiglio federale aveva presentato a Bruxelles una domanda di adesione all'UE. Dal suo punto di vista, la Svizzera era in dirittura d'arrivo e pronta ad entrare nello Spazio economico europeo (SEE), considerato come il primo passo verso la piena adesione all'Unione.
Ma le cose sono andate diversamente: nello stesso anno, l'elettorato svizzero ha sorprendentemente respinto l'adesione allo SEE.
Il governo ha successivamente abbandonato il suo progetto di adesione all'UE, preferendo definire le relazioni con Bruxelles tramite accordi bilaterali.
La "via bilaterale" ha dimostrato il suo valore agli occhi della maggior parte degli svizzeri e l'adesione all'UE non è più di attualità.
Nel 2014, le buone relazioni sono state scosse dal "sì" del popolo svizzero a un'iniziativa popolare per la limitazione dell'immigrazione, sebbene se gli accordi bilaterali garantissero la libera circolazione delle persone con l'UE dal 2002. I ministri degli esteri di Germania e Austria hanno accusato pubblicamente la Svizzera di fare cherry-picking.
In seguito, il Parlamento ha annacquato notevolmente l'iniziativa e nel 2020 l'elettorato ha rifiutato di porre fine alla libera circolazione delle persone. La strada era nuovamente libera per un accordo istituzionale.
E ADESSO?
Ora la Svizzera è di nuovo al punto di partenza. L'accordo quadro rischia di fallire a causa della resistenza politica interna. L'UE ha detto chiaramente che senza un accordo quadro, i trattati esistenti non saranno aggiornati e non saranno conclusi nuovi accordi.
"Paragono l'accordo istituzionale all'aggiornamento del sistema operativo di uno smartphone", spiega Julie Cantalou. "Si può fare a meno dell'aggiornamento, ma poi non si possono installare nuove app e col tempo quelle vecchie non funzionano più".
In altre parole, la Svizzera potrebbe passare dallo statuto di "membro passivo dell'UE" a quello di Paese terzo. A meno che l'UE e la Svizzera non riorganizzino le loro relazioni. Tutto è ancora aperto”. (aise)