ADDIO ALL’EUROPA. FORSE – DI MATTEO CORALLO

ADDIO ALL’EUROPA. FORSE – di Matteo Corallo

BERLINO\ aise\ - "Qualche giorno fa la Signora Merkel si è recata presso il Parlamento europeo, riunitosi per l’occasione al gran completo, per fare il punto sull’Unione Europea. Viste le sue recenti debacle elettorali nelle ricche regioni della Baviera e dell’Assia, cui è seguita la sua dichiarazione di non volersi più candidare alla guida della CDU, il suo ultimo discorso all’Europa può a ben ragione essere considerato come il suo commiato dalla vita politica. Questo articolo", pubblicato in primo piano dal Deutsch – Italia a firma di Matteo Corallo, "racchiude alcune osservazioni compiute durante l’ascolto dell’intervento della Cancelliera tedesca, che nel bene e nel male ha rappresentato la politica europea degli ultimi 15 anni.
Durante le sue prime parole una frase ad effetto che colpisce è che, secondo la leader politica tedesca, il Parlamento europeo sarebbe l’organo legislativo eletto a suffragio universale più grande al mondo. Ma forse si è sbagliata, in quanto dovrebbe essere il Parlamento indiano a detenere questo interessante record. Infatti i 751 parlamentari europei, citati dalla stessa Merkel, non raggiungono di certo i 790 dell’organo legislativo indiano. Inoltre se noi europei, perlomeno quelli facenti parte dell’Unione, siamo più di 500milioni, gli indiani ammontano a più di 1miliardo e 300milioni con la prospettiva di aumentare ancora nei prossimi decenni. Dalle prime parole della Cancelliera sembra dunque trasparire un certo eurocentrismo, che sfocia in quel provincialismo convinto che il nostro ora come non mai Vecchio Continente sia un’eccezione assoluta nel mondo. La sensazione sull’autoreferenzialità europea verrebbe poi confermata da una successiva frase della Cancelliera che afferma, tra gli applausi, come i concetti di tolleranza e molteplicità, da lei diverse volte ripetuti come dei mantra, si trovino solamente in Europa. Come se nel resto del mondo regnassero sempre e dovunque violenza, caos ed intolleranza reciproca.
Tuttavia l’aspetto che sorprende maggiormente del discorso di Merkel all’Europa non è un riferimento a quanto da lei detto, bensì a quanto da lei taciuto. Durante la mezz’ora scarsa del suo intervento non sono mai stati nominati gli Stati Uniti, la Russia, Trump e Putin. Anche i riferimenti agli altri Paesi europei, e non, sono stati alquanto scarsi. L’Italia, che in queste settimane è l’ultimo di una serie di fronti caldi, in pratica non esiste, mentre la Gran Bretagna è stata liquidata con una frase di circostanza in merito alla frattura creatasi con la Brexit, niente di più. Nemmeno il "Grande Male", che tanto sta ossessionando i media e cittadini tedeschi timorosi di perdere il loro benessere costruito in larga parte su un export apparentemente senza freni, dal nome Trump è stato chiamato in causa, così come il suo presunto dioscuro Putin. Neppure quel medesimo Erdogan, con il quale l’Unione ha stretto accordi miliardari affinché non aprisse i confini greci e bulgari lasciando così passare altri milioni di migranti, è stato lontanamente citato. Perfino i populismi di destra, che minaccerebbero l’esistenza stessa dell’Europa, non sono stati chiamati in appello. Certo, vi sono stati alcuni attacchi indiretti come quando Merkel, riferendosi in maniera nemmeno troppo velata all’Ungheria di Orban, ha dichiarato come nessun Paese membro può arrivare a limitare la libertà d’opinione e di stampa al suo interno. Va da sé che neanche la Grecia, "salvata" grazie alle provvidenziali politiche di austerity di Berlino e Bruxelles, è stata nominata.
In fatto di assenze può sembrare paradossale ed alquanto inverosimile, ma il capo di governo di quel Paese, che più di altri ne ha approfittato in termini di export, non ha mai citato l’Euro. Avete capito bene. La moneta unica, che per alcuni economisti come Bagnai, altro non è che un marco mascherato troppo debole (ergo conveniente per le esportazioni) per la Germania e troppo forte per alcune economie come la nostra e quella francese, non è mai stato definito col suo vero nome. Difficile se non impossibile entrare nella mente della Cancelliera ed interpretare le sue motivazioni sotto un’ottica politica cui il suo ruolo appartiene; quel che è certo è che diverse volte ha preferito adoperare il più neutrale termine di "valuta unica", oppure quello più generale di "eurozona". Sempre parlando di termini che non si sono utilizzati, in quei trenta minuti di commiato dall’Unione Europea non si sono mai sentite dalle sue labbra parole come "lavoro", "salari", "occupazione" o il suo contrario "disoccupazione", "giovani", "povertà", "precarietà", "sociale" o "esclusione". Insomma temi a forte connotazione sociale, che sono in fondo quelli che interessano chi cerca un lavoro o è costretto a vivere appena sopra la soglia di indigenza, sono stati accuratamente evitati. Ad essere onesti solo una volta ha citato il tema drammatico della "disoccupazione giovanile", ossia durante un veloce elenco in cui enumerava le sfide che l’Europa dovrebbe fronteggiare, paragonandola ai problemi del "terrorismo" e del "riscaldamento globale".
Invece due parole che sono state ripetute in modo quasi ossessivo sono state "solidarietà" e "responsabilità", che spesso sono state volutamente abbinate. Il primo termine è stato pronunciato addirittura sedici volte, risultando essere quello preferito dal Capo di governo tedesco. La Signora Merkel ha tentato perfino di spiegare come la solidarietà ed il contemporaneo perseguimento dei propri interessi nazionali non siano concetti per forza di cose slegati e concorrenti tra di loro, ma che anzi possono andare assieme senza contraddizione apparente. La Germania si è comportata in maniera egoistica, ha proseguito, sembrando all’improvviso lasciare aperti degli spiragli inaspettati. Vuoi vedere che per la prima volta un politico governativo tedesco ammette che il proprio Paese ha esagerato con l’export e l’austerità imposta agli altri Stati? Tuttavia le speranze di milioni di europei arrabbiati o disillusi dall’operato tedesco degl’ultimi anni sono andate deluse, nel senso che Merkel si è limitata a dichiarare: "Fino al 2015 noi come tedeschi ci abbiamo messo troppo tempo a capire quanto l’immigrazione fosse un problema europeo". Detto altrimenti, l’autocritica si riferiva al mero fatto che la Germania non avrebbe fatto granché per accogliere i poveri migranti, errore gravissimo che tuttavia sarebbe stato corretto con l’umana politica d’accoglienza di più di un milione di siriani, avvenuta nel 2015. La solidarietà europea significa insomma accogliere le quote di migranti decise dalla Commissione Europea di Juncker, che qualche minuto dopo avrebbe casualmente definito la decisione della Germania di accogliere un milione di siriani nell’estate 2015 come giusta. Per i riottosi invece, come la Polonia e l’Ungheria, che all’epoca mai erano state consultate dal governo tedesco, la strada delle sanzioni e della possibile sospensione del diritto di voto è già stata aperta.
Una preponderante rilevanza nel discorso della Cancelliera è stata data alla necessità di creare un "esercito comune europeo di difesa". Sempre citando le parole dell’attuale leader dell’Europa tollerante sotto assedio, "il tempo in cui potevamo contare sugli alleati per difenderci è finito". Ancora una volta si ha terrore di citare col loro vero nome Trump e gli Stati Uniti, così come la Russia. La proposta è quella di semplificare e mettere in comune i sistemi di difesa europei, che ora sono 160. In America (finalmente da lei citata) invece sarebbero 50/60 secondo le sue stime. Un altro suggerimento è quello di creare un Consiglio Europeo di Sicurezza a rotazione, al pari di quello di Sicurezza dell’Onu, anche se non ha voluto specificare su quali argomenti dovrebbe discutere e in caso di quali gravi necessità o minacce alla pace dovrebbe essere convocato. Ha poi aggiunto che un’altra ottima idea sarebbe quella di "rinunciare all’unanimità laddove i trattati lo permettano e laddove ciò sia possibile". Adottando il principio della mera maggioranza, si potrebbe mettere in minoranza e quindi nell’irrilevanza politica, tutti quei Paesi che eventualmente volessero opporsi ad un’escalation militare, dal momento che non potrebbero avvalersi del diritto di veto come invece fanno solitamente le Grandi Potenze al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. "Questo nostro esercito non sarà contro la Nato, vi prego! Questo potrebbe essere un buon complimento per la Nato, ma non è nostra intenzione quella di mettere in discussione i rapporti transatlantici. Sarebbe più semplice collaborare, ma sempre all’interno della Nato", ha ribadito in tono perentorio, mentre urla di protesta di alcuni europarlamentari si levavano nell’aula.
Che dire di più del discorso di una donna politica così importante? I maligni potrebbero infierire facendo notare come Merkel non abbia neppure mai fatto riferimento al termine "figli", che in definitiva sono quelli che sconteranno o stanno già pagando le politiche attuali e quelle future. A prescindere però dalle parole dette e non dette, una breve frase della quasi ex Cancelliera rispecchierebbe come non mai un certo modo moderno di vedere e soprattutto di vivere l’Europa. Durante il suo discorso le è infatti scappato, discutendo delle sfide tecnologiche, di dire che l’Europa altro non è che quel continente dove è stata inventata l’automobile. Alla maggior parte dei lettori parrà una frase irrilevante, ma in essa sembra tuttavia condensata una certa concezione materialistica dell’Europa, che poco a che vedere con millenni della nostra storia. In ogni caso senza un abile e lungimirante autista neanche la più veloce delle Mercedes fa molta strada, a prescindere dal motore diesel. (aise)


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