GENOVA SVELA LA VERA ITALIA: QUELLA DEI MONOPOLI, DELL’INCURIA, DELLA CONNIVENZA – DI STEFANO DE ANGELIS

GENOVA SVELA LA VERA ITALIA: QUELLA DEI MONOPOLI, DELL’INCURIA, DELLA CONNIVENZA – di Stefano De Angelis

NEW YORK\ aise\ - “Quel ponte e quei morti rappresentano in qualche modo i tempi che corrono da quelle parti. Infrastrutture decadenti, manager super pagati, politici che chiudono un occhio anzi due, un Paese che si accartoccia su se stesso, i cittadini, sempre loro, che pagano fiumi di tasse per avere zero servizi e tanta paura perfino nel compiere azioni quotidiane”.
A scrivere della tragedia che ha colpito Genova pochi giorni fa è Stefano De Angelis su “La Voce di New York”, il quotidiano diretto da Stefano Vaccara.
“Quel ponte che si sbriciola. La nube di fumo che si alza. I morti, tanti, troppi. Il silenzio. Il conto da pagare per una tragedia annunciata e che, con tutta probabilità e come da italiana tradizione, resterà insoluto. E questo Ferragosto che sarà ricordato tra i peggiori della pur ultramillenaria storia italiana.
Un fulmine han detto da principio. Poi la colpa è caduta su quella misera e timida pioggia che ieri toccava Genova. Infine, in modo fin troppo prevedibile, la svolta, l’ammissione e quella sequenza di parole che racchiude in se lo stato di un Paese. “Cedimento strutturale.”
Ebbene sì, un cedimento strutturale del Ponte Morandi, eredità di quegli anni Sessanta in cui il cemento armato veniva allungato con la sabbia del mare e le casse di partito venivano inondate di mazzate più o meno esplicitamente richieste agli imprenditori. Eredità di un passato che forse non è proprio passato, ma anzi somiglia ad un presente, in una versione scolorita ma sempre così drammatica, così immorale, così in qualche modo italiana.
Quel ponte e quei morti rappresentano in qualche modo i tempi che corrono da quelle parti. Infrastrutture decadenti, manager super pagati, politici che chiudono un occhio anzi due, un Paese che si accartoccia su se stesso, i cittadini, sempre loro, che pagano fiumi di tasse per avere zero servizi e tanta paura perfino nel compiere azioni quotidiane.
Può sembrare populista e forse un po’ lo è, ma come è possibile che nel Paese in cui si pagano i pedaggi più alti d’Europa, ormai ogni settimana si registrano crolli di cavalcavia, ponti, corsie e piloni? E ancora, come è possibile che nel Paese in cui la rete autostradale che è stata costruita grazie agli aiuti del Piano Marshall americano e ai soldi versati per decenni dai contribuenti italiani, la gestione del servizio venga affidata ad una società privata, per l’appunto Autostrade per l’Italia? Come è possibile che questa stessa società appartenente alla famiglia Benetton (che una volta si occupava di maglioncini a basso costo ed oggi raccoglie miliardi di dollari ogni anno grazie al controllo pressoché totale della rete autostradale), nell’anno 2016 abbia reinvestito soltanto il 3,4% dei propri utili(2,4 miliardi di euro secondo quanto dichiarato dalla Atlantia, holding di cui fa parte il gruppo Autostrade) sulla manutenzione ordinaria e straordinaria dell’intera rete autostradale? Come è possibile che questa società, se è vero quanto dichiarato dal vicepremier Luigi Di Maio, non versi un centesimo nelle casse dell’erario italiano in quanto sita in quel del Lussemburgo? Infine, come è possibile, come diavolo è possibile, che un qualcosa che per l’appunto appartiene a tutti, in quanto pagato e mantenuto con i soldi degli italiani, sia gestito in modo monopolistico da un privato e che ogni dato inerente alla sua concessione sia coperto dal segreto di Stato? Si, avete letto bene, SEGRETO DI STATO. Al pari degli anni di Piombo e della strage di Ustica insomma, un’assonanza che ben rappresenta quanto torbida sia questa vicenda.
Tante domande che rimarranno senza risposta, lo so. Del resto l’Italia è quel Paese che ad ogni terremoto conta centinaia di vittime, ma che mai impara dai suoi errori. È quel Paese dove la connivenza tra business e politica è tale che le figure si confondono, ove non si capisce più chi fa business, peraltro male, e chi fa politica quasi sempre malissimo. Quel Paese dove si piangono I morti ma mai si chiede la testa del mandante, mai per davvero perlomeno. Perfino in America, laddove tutto è affidato al privato per grazia di Dio, la gestione e la manutenzione delle Interstate è affidata ai singoli Stati e ci mancherebbe altro. Paghiamo fior di tasse per avere Autostrade ben mantenute e sostanzialmente gratuite, l’ente pubblico direi che basta avanza per fare un buon lavoro.
Ed ecco che quel ponte è uno sketch dell’Italia attuale e anche un po’ di alcuni italiani. Che cade a pezzi, che si sgretola, che vive di un passato che non c’è più, che si alimenta di paure, strangolato dalla burocrazia, che permette a pochissimi di fare montagne di denaro sulle spalle dei molti senza dar indietro nulla. Un Paese in cui non esiste il libero mercato, non per tutti perlomeno, dato che sussistono oligarchie ben consolidate che si puntualmente su spartiscono comunicazioni, infrastrutture e I pochissimi altri settori lucrosi nell’Italia di oggi.
L’Italia è un Paese strano, o forse è soltanto un Paese sfortunato, questo non lo so.
So solo che le vittime di Genova non sono state vittime del caso o di un pilone difettoso. Sono vittime di uno Stato padrone quando conviene e completamente assente quando serve. Sono vittime di un sistema sostanzialmente malavitoso, che lega a doppia mandata politici, affaristi e furbetti del quartierino. Sono vittime dell’avidità, della corruzione, del perbenismo e dell’immoralità. E non è vero che questo è il momento di pregare per I morti e poi si vedrà chi onora il conto. Questo è il momento di bussare alla porta dei responsabili per farli pagare, finalmente, per I reati da loro commessi. Magari vedi che poi qualcosa cambia davvero. Magari.
Domani potrebbe essere tardi. Domani è un altro giorno e, si sa, troppi italiani hanno memoria corta e i piloni della coscienza che spesso crollano sotto il peso della propria ipocrisia, trasformando quotidianamente la giustizia in silenzio. Proprio come i piloni di quel ponte che ora puzza di morte, proprio come il Ponte Morandi”. (aise) 

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