IL BELLO DI ESSERE EUROPEO NON È LA STORIA COMUNE: È IL DESTINO COMUNE – DI LORENZO ROBUSTELLI

IL BELLO DI ESSERE EUROPEO NON È LA STORIA COMUNE: È IL DESTINO COMUNE – di Lorenzo Robustelli

BRUXELLES\ aise\ - “Non sono d’accordo con la descrizione di cosa vuol dire “essere europeo” espressa da Nicola Lagioia su “Repubblica”. Non sono d’accordo perché è troppo poco quello che descrive lui, è troppo legato al sentimento di una storia in buona parte comune. Ma poi mica poi tanto, se pensiamo che l’Unione europea non è solo “Roma, Berlino, Amsterdam, Madrid, Atene e Parigi”, le città che cita lui, e i pezzi di storia che cita sono legati (principalmente) a queste Nazioni. L’Unione è anche Bucarest, Budapest, Stoccolma, Helsinky, Riga. È la parte di Unione europea alla quale, qui nelle regioni più occidentali, non pensiamo quasi mai, al massimo arriviamo a Varsavia e allo sterminio dei suoi ebrei, al quale, molto indirettamente, forse si riferiscono poche parole di Lagioia”. Così scrive Lorenzo Robustelli che affida le sue riflessioni all’editoriale pubblicato ieri su “Eunews”, quotidiano online che dirige a Bruxelles.
“Che l’UE sia parte di una storia comune è evidente, i Paesi coinvolti condividono secoli di storia, di scambi e di scontri, di alleanze e tradimenti, di crescita culturale e scientifica. Non è che prima dell’Unione, da molto, molto prima dell’Unione, non ci fossero anche scambi culturali e scientifici tra paesi europei, il più famoso dei quali, ma solo uno dei tanti, è dimostrato dalla Monna Lisa, pensata in Italia, avviata in Italia e terminata in Francia, dove è rimasta. O scoperte scientifiche come le lattine per conservare il cibo, nate in Francia ma che ebbero fortuna nel Regno unito.
Certo l’Unione ha intensificato, favorito questi scambi, che fanno parte della storia di qualunque area del Mondo.
Il grande passo avanti dell’Unione è stato quello di scegliere condividere un destino, ed è a questo che i cittadini sono legati se parliamo di Unione Europea e non di Europa, territorio molto più vasto. Non serve andare in Brasile o in Giappone per capirlo. Andar così lontano può far sentir la malinconica mancanza di “casa”, sentimento noto, ovvio, quasi banale. La forza dell’Unione è sentirsene parte quando ci si sta dentro, ogni giorno. E questo è condiviso da tutti, anche dai sovranisti, anche da coloro che l’Unione la mettono in discussione, anche da chi ha dubbi. Perché è da lì che si parte a ragionare e sentire, è dal cambiare l’Unione (tanto, poco, dipende dai sentimenti e dalle scelte politiche di ciascuno) ma il sentimento è il destino condiviso, il fatto di concorrere tutti a un futuro, alla costruzione di una società, di un’economia nella quale ciascuno porta del suo.
C’è chi non ne può più, i britannici, una buona metà dei britannici, ne è testimonianza, al di la delle fake news che sono state raccontate agli elettori per ottenere la Brexit. Noi continuiamo a condividere storia e cultura con quel popolo, ma questo non basta a essere parte di un progetto. Ecco, la forza dell’Unione è aver costruito un progetto, prima economico, poi, pian piano sociale, nel quale, con le dovute differenze, spesso anche forti, quasi tutti i cittadini dell’Unione si riconoscono.
E questo, nel Mondo, è successo solo all’interno dell’Europa”. (aise) 

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