IL CORONAVIRUS VISTO DALLA SVIZZERA – DI TONI RICCIARDI

IL CORONAVIRUS VISTO DALLA SVIZZERA – di Toni Ricciardi

SAN GALLO\ aise\ - “”Non ho paura di ammalarmi. Di cosa allora? Di tutto quello che può cambiare. Di scoprire che l’impalcatura della civiltà che conosco è un castello di carte”. Queste sono le prime righe di un instant book appena pubblicato da Paolo Giordano (Einaudi 2020), fisico di formazione e autore di molti successi editoriali come “La solitudine dei numeri primi” (Mondadori 2008). Ho letto il libro in poche ore, nella sua versione digitale – come molte cose ai tempi del Covid-19 –, e debbo dire che ne consiglio la lettura. Scoprire che le nostre sicurezze non ci sono più, che la nostra frenetica volontà di dettare i tempi della nostra vita e di quella degli altri, improvvisamente, non ci è più possibile deve farci riflettere a lungo”. Così scrive Toni Ricciardi su “Solidali e Insieme”, quindicinale del Movimento Solidarietà e Progresso della Svizzera Orientale e del Liechtenstein, diretto a San Gallo da Sergio Giacinti.
“Riflettere, pensare, analizzare ciò che siamo, avere il tempo di analizzare le nostre interazioni, le nostre paure insite, il susseguirsi del ciclo informativo che accompagna le nostre giornate, credo siano attività che consciamente o inconsciamente stiamo facendo.
Qualche settimana fa, sono rimasto colpito da alcuni dati – non solo quelli di una pandemia che continua a dilagare senza farci capire come e quando finirà – e da un’informazione, a prima vista ben più banale – ma che poi tanto banale non è –, pubblicata dall’Istituto Bruno Leoni.
I dati riguardano la percentuale della popolazione che ha utilizzato siti del Governo per ottenere informazioni negli ultimi 12 mesi (2019). I dati mi hanno allarmato oltremodo e forse spiegano anche molto dei comportamenti delle persone, in generale, ma soprattutto ai tempi del Covid-19.
Infatti, se la media nell’Unione Europea è del 44%, con i picchi superiori all’80% per i paesi scandinavi, passando per il 58% della Germania e il 48% della Francia, il dato che colpisce è che gli Italiani sono penultimi, con il 19%. Meno di un quinto delle persone che cerca notizie in Italia utilizza canali d’informazione istituzionali.
Tra i paesi extra UE, la Svizzera viaggia a percentuali pari a quelle tedesche, con il 67%. Questi dati mi hanno talmente allarmato che ho deciso, nel limite del possibile – confessandovi di avere esagerato a tratti –, di commentare e intervenire sui social nelle bacheche, non quelle dei leader o degli opinionisti politici, ma delle persone “normali” (ammesso che abbia un senso usare questa espressione, ma ci siamo capiti).
Sono stato mosso dalla necessità di trasmettere non opinioni, ma un minimo di informazione corretta visto che è esplosa, come non mai, la produzione di fake news seriali. Queste ultime fanno danni insormontabili già in tempi di pace, figuriamoci in tempi di guerra al Covid-19. Per questa ragione, in una maniera ancora più collettiva di prima, abbiamo deciso di dedicare questa nostra pagina esclusivamente a riflessioni che ci riguardano da vicino, nella realtà, nel nostro quotidiano. Come si vive, si interpreta, si analizza il coronavirus dalla Svizzera.
Da un piccolo paese, più piccolo della Lombardia, ma che mentre scriviamo ha un tasso d’incidenza (rapporto tra residenti e numero di infetti) più alto di Italia e Spagna, tristemente colpite da questo male invisibile. Abbiamo toccato molti punti che fanno luce, accennano o lasciano intravedere quello che sta accadendo e quello che potrebbe accadere.
Ci riserviamo di affrontare successivamente le riflessioni sistemiche, come anche le questioni strettamente politiche sul come l’Unione Europea intenderà affrontare la questione.
Sapete che è in corso una trattativa molto dura e violenta, alcuni passi in avanti sono stati compiuti: stop al patto di stabilità, 750 miliardi di euro come piano acquisto titoli di Stato e altro ancora, ma c’è da fare ancora molto. Al momento, possiamo solo affermare che non sono in ballo solo le sorti delle economie di molti paesi, bensì il futuro stesso di un progetto che, mai come ora, rischia di implodere. Siamo fermamente convinti che serva più Europa, ma ridefinendone i connotati ed i principi per i quali è nata. Ora o mai più. Ricordandoci sempre che nessuno si salva da solo”. (aise) 

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