LA COSTITUZIONE IN FABBRICA – DI FABIO PORTA

LA COSTITUZIONE IN FABBRICA – di Fabio Porta

RIO DE JANEIRO\ aise\ - “Cinquanta anni fa, il 20 maggio del 1970, il Parlamento italiano approvava la legge 300, quella che noi tutti oggi conosciamo come lo “Statuto dei Lavoratori”, una di quelle riforme per le quali l’Italia è divenuta per anni un riferimento internazionale in materia di diritto del lavoro. Dopo un decennio di lotte sociali, di scioperi e manifestazioni sindacali, i diritti della Costituzione italiana, che all’articolo uno recitava “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, entravano finalmente in fabbrica. Fino a quella data, ai datori di lavoro era consentito perquisire i propri dipendenti, punirli per le loro idee politiche o licenziarli soltanto perché si sposavano o avevano avuto dei figli”. Così scrive Fabio Porta che firma questo articolo per “Comunità Italiana”, mensile diretto a Rio de Janeiro da Pietro Petraglia.
“L’Italia di quegli anni era profondamente diversa da quella attuale; negli anni ’60 il cosiddetto ‘boom economico’ era stato in gran parte dovuto al sacrificio di lavoratori (molti di essi emigrati dal sud al nord del Paese) che in condizioni precarie di alloggio e con bassi stipendi avevano contribuito al successo della produzione industriale italiana.
Eppure, se la Costituzione democratica e antifascista sanciva in maniera solenne l’uguaglianza di diritti tra i cittadini della Repubblica, nei luoghi di lavoro si poteva ancora essere licenziati per “insubordinazione” o soltanto perché iscritti ad un sindacato. Una situazione inaccettabile per un movimento operaio che nella seconda metà degli anni ’60 fu protagonsta, insieme al movimento studentesco, di imponenti manifestazioni per rivendicare nuovi diritti e più giustizia sociale. I governi di centro-sinistra, nati dall’alleanza tra la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, ebbero l’intelligenza e la saggezza politica di intecettare quella domanda e di rispondergli in maniera adeguata. Il Ministro del Lavoro, il socialista Giacomo Brodolini, insediò una commissione che aveva il compito di redigere una nuova legge su questa delicata materia; a dirigerla fu il professor Gino Giugni, uno dei maggiori esperti italiani di diritto del lavoro.
Fu grazie a loro, e poi anche a Carlo Donat Cattin, il democristiano che sostituì Brodolini, che i lavori di quella commissione approdarono in Parlamento dove un’ampia maggioranza (con l’astensione ‘benevola’ del Partito Comunista Italiano) approvò quella storica riforma. La legge si componeva di appena sei capitoli che determinavano la completa libertà di opinione per i lavoratori, garantivano il loro pieno accesso alla salute e legalizzavano il diritto di organizzarsi in sindacati. Il famoso articolo 18, modificato soltanto pochi anni fa, limitava i licenziamenti soltanto a ragioni motivate e molto gravi. A cinquanta anni dalla sua approvazione il mondo del lavoro è profondamente cambiato ed è evidente a tutti la necessità di adeguare quella legge ad una realtà profondamente modificata. Indietro non si torna.
Siamo tutti consapevoli che la condizione dei lavoratori italiani sia migliorata grazie allo “Statuto”, sia in termini qualitativi che per l’aumento medio dei salari. Si tratta quindi di rimanere fedeli allo spirito originario di quella legge e alla difesa dei principali diritti dei cittadini-lavoratori; al tempo stesso dobbiamo introdurre nuove modalità per l’applicazione e l’estensione di quei diritti alle nuove modalità del lavoro che la pandemia ha reso ancora più visibili e diffuse. Vanno introdotte anche nuove forme di tutela, in grado di andare incontro sia ai lavoratori che agli imprenditori: mi riferisco in primo luogo alla formazione, vero strumento di adeguamento e riqualificazione delle persone, sia nel caso di permanenza che di perdita dell’impiego.
Anche la partecipazione politica e sindacale sono oggi alla ricerca di nuovi strumenti che possano coniugare la grande articolazione di un mercato del lavoro sempre meno concentrato in grandi fabbriche e più distribuito in realtà del tutto nuove.
Ai politici e ai sindacalisti di oggi spetta così una duplice grande sfida: quella di essere in grado di adeguare quella grande conquista alla complessità del mondo di oggi riuscendo ad essere all’altezza della grande capacità di lettura della realtà e di visione politica dei loro coraggiosi predecessori”. (aise)

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