La memoria di Myrtleford – di Sara Bavato

PADOVA\ aise\ - “Quando Jan Mock ebbe l’idea di coinvolgere gli italiani dell’Università della Terza Età di Myrtleford, di certo non immaginava che si sarebbe imbarcata in un progetto di due anni che è poi diventato For a better life. The story of Italian migration to the Myrtleford Valley, un resoconto approfondito della storia migratoria italiana nella cittadina incastonata tra le valli a nord-est dello Stato del Victoria, attraverso i racconti di una trentina di famiglie. Il volume, ancora prima del lancio, ha venduto più di 800 copie, e ricevuto un premio per l’innovazione comunitaria ai “Victorian Multicultural Awards for Excellence 2020”. La presentazione ufficiale avverrà questo mese durante la Fiera, l’annuale Festival italiano”. Ne scrive Sara Bavato sul “Messaggero di Sant’Antonio – edizione per l’estero” di questo mese.
“Come afferma il professore della Melbourne University, Joe Lo Bianco, nato a Myrtleford ma di origini calabresi, quanto raccolto nel libro esemplifica i cambiamenti avvenuti in tutta l’Australia nell’arco di più di un secolo, dal 1860 ad oggi; una sorta di microcosmo, trasformato dalle diverse ondate migratorie a tutti i livelli, non ultimo quello topografico: la piazza si chiama proprio così, in italiano, e non è raro imbattersi in vie intitolate a famiglie originarie di tutta la Penisola, come Cavedon Lane.
Non a caso, si nota, un tempo la cittadina veniva considerata “più italiana dell’Italia”, animata da dozzine di mezzadri veneti, calabresi, trentini, campani ma anche siciliani, lombardi, piemontesi, marchigiani, friulani. E anche se sono ormai andati gli anni in cui lo scorrere del tempo era scandito dal ciclo della coltivazione, della raccolta ed essiccazione del tabacco – coltura portante dell’economia locale per decenni – gli echi dialettali e italici rimangono.
Mossi dalla voglia di preservare questo ricco passato, Jan, ex insegnante emigrata lei stessa da bambina dall’Inghilterra, e una decina di collaboratori hanno raccolto interviste e materiale fotografico, incontrando prime, seconde, terze e perfino quarte generazioni, come nel caso dei De Piazza.
La famiglia vive tuttora a Orange Grove, la residenza risalente al 1879 costruita da Battista, dalla moglie irlandese Catherine e dai 14 figli.
Con il passare dei secoli – e lo scorrere delle pagine – si leggono le avventure (e disavventure) di connazionali che lavorarono in ogni ambito: operai, commercianti e artigiani che riuscirono a realizzarsi e prosperare. In taluni casi partendo da condizioni di miseria più nera di quella sperimentata al paese d’origine: c’è chi fu costretto a dormire sotto i ponti, chi dovette raggiungere a nuoto il porto perché la nave colò a picco prima dell’attracco.
Per Lo Bianco, si tratta di “un manuale di resilienza”, una lezione per i giovani sulla fatica e i disagi sui quali è stata costruita “una vita migliore”. Da notare che un capitolo a parte è dedicato alle voci delle donne, spesso trascurate, con ricordi di coloro le quali sono emigrate ad appena 5 anni, di mogli per procura e di madri che raggiunsero i mariti dopo separazioni lunghe fino a undici anni.
Si parla anche della genesi del Savoy Club, il Circolo italiano che conta oggi 2 mila soci. Venne costruito e gestito per alcuni anni da una coppia, Rosa e Dom De Fazio, che lo tenevano aperto nei weekend per i connazionali, servendo espressi dalla macchina del caffè a Myrtleford. Aneddoti, questi, conservati nel libro, che rischiavano di perdersi nel giro di qualche anno. Per fortuna, grazie al progetto rimarranno registrati per sempre nero su bianco e negli archivi della Società storica locale”. (aise)