La rivista/ L’Italia e la sua cultura – di Giangi Cretti

ZURIGO\ aise\ - “A Cesare quello che è di Cesare e… a Giulio quello che è di Giulio. È doveroso fare ammenda. Anch’io, supinamente, appartengo alla schiera, a quanto pare assai numerosa, di coloro che, convinti che la citazione fosse sua, la ripetevano ad ogni pie’ sospinto addebitandogliene la paternità: “con la cultura non si mangia”. Ebbene, così non è. A margine della recensione di un libro del ministro Franceschini - il cui titolo (Con la cultura non si mangia?, la Nave di Teseo - nda), con il punto interrogativo, ripropone l’infausta (?) citazione - ho preso atto di una piccata puntualizzazione del già (e, chissà, forse futuro) ministro Giulio Tremonti, che recita: “Premesso che felice o no l’espressione non è mai stata mia, considerando l’uso che ne viene fatto oggi da tanti giganti della cultura, compresa Sua Eccellenza il Ministro Franceschini Dario, e da vari entourage d’ora in avanti dirò: … con la cultura troppi mangiano”. Troppi non saprei. Inequivocabilmente, per lo meno in Italia, in molti sì. Ed è, precisiamolo subito a scanso di malintesi, un merito”. Così scrive Giangi Cretti nell’editoriale che apre il nuovo numero de “La Rivista”, trimestrale della Camera di Commercio Italiana in Svizzera, che dirige a Zurigo. Numero che riporta, tra l’altro, i dati del nuovo rapporto “Io sono cultura”.
“E non è un’opinione. È una constatazione. Suffragata dai numeri: la cultura in Italia dà lavoro a 1,5 milioni di persone (i molti di cui sopra); le attività culturali e creative sviluppate da soggetti pubblici, privati e del terzo settore generano valore anche in altri ambiti economici - in primis turismo, trasporti e manifattura - e nel 2021 sono state stimate pari a 162,9 miliardi di euro, facendo lievitare complessivamente l’impatto della cultura e della creatività a 252 miliardi di euro, con un’incidenza sull’intera economia nazionale fissata al 15,8%.
Numeri doviziosamente documentati dalla dodicesima edizione del Rapporto “Io Sono Cultura”, realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere. Che analizza il sistema produttivo culturale e creativo, “ovvero tutte quelle attività economiche che producono beni e servizi culturali, ma anche tutte quelle attività che pur non producendo beni o servizi strettamente culturali, utilizzano la cultura come input per accrescere il valore simbolico dei prodotti, quindi la loro competitività”.
Cultura, dunque, che, grazie alla sua esuberante polivalenza semantica diventa sinonimo di creatività, di bellezza, di competitività nella produzione. Di conseguenza, di occupazione. Ne beneficia un paese come l’Italia che sull’intreccio tra arte, bellezza, storia, paesaggio ha costruito da secoli un tratto caratterizzante della propria identità. Cultura, che, pertanto, può e deve essere al contempo non solo una leva di crescita e affermazione civile e democratica, ma anche un fattore strategico per uno sviluppo economico che oggi va progettato sostenibile.
Una strategia che deriva da una visione comune: valorizzare la cultura, la creatività e la bellezza. Che sono la chiave di volta di molti settori produttivi italiani. Un esercizio del pensiero immaginativo: d’altro canto, non è la creatività il punto di partenza che accende la scintilla dell’innovazione?
Lo ribadisce lo stesso presidente della Repubblica quando afferma che “la cultura non è il superfluo: è un elemento costitutivo dell’identità italiana”, auspicando che “questo patrimonio di ingegno e di realizzazioni – da preservare e sostenere – divenga ancor più una risorsa capace di generare conoscenza, accrescimento morale e un fattore di sviluppo economico”.
Ne siamo, spesso implicitamente, consapevoli, anche se talvolta ne diamo per scontati gli effetti: cultura e bellezza in Italia sono tratti identitari radicati nella società e nell’economia. Grazie alla loro forte relazione con la manifattura hanno dato vita ad una delle più affermate e copiate cifre distintive universali: il made in Italy. Che non è la riserva dei creativi ma la vera linfa nazionale. Lo specchio del rapporto con il mondo, la vocazione stessa di un Paese che sa immaginare, fabbricare, esportare.
Ecco che la cultura, nelle sue molteplici espressioni, ha un immenso valore. È una vera e propria ricchezza.
Oltre a contribuire in misura determinante alla formazione della personalità umana, essa può divenire una fonte sorprendente di prosperità. Gli esperti e le ricerche lo attestano: i Paesi che hanno la fortuna di possedere patrimoni culturali importanti, possono contare su risorse di grande rilievo, per molti versi, inesauribili e a basso costo.
Esemplare, a tal proposito, il settore turistico che, come in pochi altri luoghi al mondo, in Italia è indissolubilmente connesso alla cultura, una voce che, oggi, è finalmente intesa nel suo significato più ampio: partendo dall’arte giunge alle forme espressive delle tradizioni locali, all’artigianato, alle tipicità di qualsiasi genere incluse quelle agricole ed enogastronomiche. Ma c’è di più, perché le peculiarità di un luogo, la vita che si respira, l’ambiente naturale e artistico che partecipa alla crescita dei singoli, la storia e l’arte, sono un patrimonio individuale che forgia, arricchendola, la formazione delle persone, alimenta poi la creatività delle imprese italiane e costituisce la cifra distintiva del Made in Italy.
Si spiega anche così la necessità indifferibile che la cultura vada valorizzata, incentivata, tutelata attraverso azioni politiche incisive, ma anche tramite un costante incoraggiamento pedagogico.
Il Rapporto conferma che oggi, a due anni e mezzo dallo scoppio della pandemia e in piena fase di ricostruzione e ripartenza, le industrie culturali e creative sono tra i settori più strategici per facilitare la ripresa economica e sociale italiana. Non solo perché i dati dell’ultimo decennio dimostrano che rappresentano una fonte significativa di posti di lavoro e ricchezza. Ma anche perché sono un motore di innovazione per l’intera economia e agiscono come un attivatore della crescita di altri settori: dal turismo alla manifattura, che gli esperti definiscono creative-driven. Ossia quella manifattura che ha saputo incorporare professionisti e competenze culturali e creative nei processi produttivi, traducendo la bellezza in oggetti, diffondendo il made in Italy nel mondo.
Bellezza e cultura, parte integrante del DNA italiano, sono alla base delle ricette made in Italy anche per la fuoriuscita dalle crisi, dimostrando che c’è molto di vero (di profetico?) nella citazione ricorrente (la cui paternità non è di alcun ministro): la cultura, l’arte, la bellezza e la conoscenza, salveranno il modo. Oltre a contribuire ad alimentarlo. Va da sé, in tutti i sensi”. (aise)