LA TRAGEDIA DI BEIRUT DEVE RISVEGLIARE IL MONDO - DI GIANNI LATTANZIO

LA TRAGEDIA DI BEIRUT DEVE RISVEGLIARE IL MONDO - di Gianni Lattanzio

ZURIGO\ aise\ - “Le devastanti esplosioni che hanno colpito Beirut il 4 agosto rappresentano una catastrofe per il Libano, ma anche uno schiaffo per la comunità internazionale: non si può continuare a dimenticare il Paese che è stato la Svizzera del Medio Oriente e che nel default finanziario rivela inquietanti mutamenti negli equilibri di potere regionali”. Questa la premessa del pezzo di Gianni Lattanzio pubblicato ieri su “Il Corriere dell’Italianità”, già “Corriere degli italiani”, storica testata di lingua italiana in Svizzera.
“Il Paese è in preda ad una gravissima crisi economica, frutto di politiche miopi e di corruzione al suo interno, ma anche di mutate congiunture internazionali in un contesto mediorientale che non è mai stato così militarizzato dai tempi dei conflitti mondiali. Si tratta di un territorio chiave,specchio delle contraddizioni arabe, riflesso della penetrazione europea nel Vicino Oriente e soprattutto cartina tornasole di contrasti che investono Oriente e Occidente. E tutto questo emerge nel libro Fortezza Libano, scritto dalla giornalista Fausta Speranza, pubblicato per i tipi di Infinito Edizioni.
Su un territorio così geopoliticamente strategico l’Italia è in prima linea. Per la seconda volta è il comando italiano a guidare la missione di pace dell’Onu in questo lembo del Levante. La prima volta, nel 1982, ha coinciso con la prima missione di peacekeeping dell’Italia all’estero, che avveniva in un territorio dilaniato dalla guerra civile. La Brigata Sassari ai primi di agosto ha assunto il comando del contingente italiano e del settore ovest di Unifil, l’interforze delle Nazioni Unite posizionato nel Libano del sud per garantire il rispetto della risoluzione 1701 emanata l’11 agosto 2006 da parte del Consiglio di Sicurezza. Ma c’è anche una sede a Beirut e infatti due militari italiani sono rimasti feriti nelle esplosioni. Di fatto, mille militari italiani saranno dislocati per sei mesi in Medio Oriente e monitoreranno, sotto l’ombrello dell’Onu, lo stop alle ostilità tra Israele e Libano, aiuteranno il governo libanese a garantire la sicurezza dei suoi confini, assisteranno la popolazione civile e sosterranno le forze armate libanesi nelle operazioni di sicurezza e stabilizzazione dell’area. A comandare l’operazione, denominata Leonte, è il generale Andrea Di Stasio, comandante della Brigata Sassari, a capo di 3.800 caschi blu di 16 nazionalità.
La missione dell’Onu non è mai stata interrotta anche se la guerra civile, scoppiata nel 1974, si è conclusa con gli accordi del 1989. Si tratta di un territorio delicatissimo in particolare nella zona meridionale confinante con Israele carica di tensioni. Ma negli ultimi dieci anni il conflitto in Siria ha messo a dura prova anche il nord, confinante con quella zona di territorio siriano dove ha spopolato il sedicente Stato islamico. Anche questa guerra ha contribuito a impoverire il Libano per il quale la Siria era il primo partner commerciale dell’area. In ogni caso, il carovita, che ha alimentato mesi di proteste da ottobre scorso, non basta a giustificare il tracollo finanziario che ha portato, a marzo scorso, il governo a dichiarare il default. Ci sono altre dinamiche, in quest’area del Vicino Oriente, a partire dal passo indietro dell’Arabia Saudita che mal sopporta che il partito sciita Hezbollah, legato all’Iran, stia al governo. Tutto questo e molto altro delle ingerenze straniere viene raccontato nel libro di Speranza, inviata dell’Osservatore Romano con diversi premi internazionali alle spalle per i suoi reportage da diverse parti del mondo.
C’è anche una significativa provocazione di carattere politico: Speranza intravede nel Libano un terreno fertile per quel processo verso l’acquisizione del concetto di cittadinanza nel mondo mediorientale auspicato di recente anche da alcune voci autorevoli dell’Islam. In Occidente è qualcosa di scontato, ma non lo è altrove dove non è codificato, ricorda l’autrice. Si tratta del riconoscimento formale e costituzionale di uguali diritti e doveri per cittadini di uno Stato nazione, al di là della confessione religiosa. Nell’Islam si è imposta per secoli una concezione non territoriale del diritto, piuttosto personale e dipendente dalla fede professata in cui non c’è stato spazio per l’idea di essere cittadini di pari diritti seppure di religioni diverse. Il termine Umma, che da sempre indentifica la comunità, ha un senso transnazionale e universale, infatti, e non territoriale. Il concetto di nazione, che in arabo non esisteva fino all’Ottocento, è stato sempre interpretato in termini etnici o religiosi. Ma di recente – come ben spiega il libro di Speranza – si è aperto il dibattito sulla necessità di acquisire il concetto di cittadinanza nel mondo mediorientale, per vivere insieme, da cittadini uguali, senza subordinazioni o primati, etnici o religiosi. Speranza ricostruisce nel volume le tappe recentissime di questo processo, che portano fino al Documento sulla Fratellanza umana firmato da Papa Francesco e dall’Imam di Al Azhar il 4 febbraio 2019, che parla di valori e di pace, ma – come giustamente mette in luce la giornalista – anche proprio della necessità del concetto di cittadinanza. In sostanza, non più precari e esplosivi equilibri tra maggioranze e minoranze più o meno rispettate o tollerate, ma la svolta di avere cittadini portatori di diritti e di doveri.
E Speranza chiede, dunque, maggiore attenzione da parte della comunità internazionale per il precario equilibrio in Libano, fondato sulla particolarissima governance religiosa tra cristiani e musulmani, nonché tra sunniti e sciiti. Riconosce i limiti di questo sistema definito confessionalismo, ma giustamente chiede che non ci si arrenda al fallimento di un sistema che rappresenta in nuce proprio un primo baluardo del diritto di cittadinanza in terra mediorientale. Il libro di Speranza avverte sull’urgenza di far sì che in Libano si vada avanti rispetto a quel sistema e non indietro, come purtroppo si rischia fortemente nella grave instabilità economico sociale che si vive attualmente.
Il Paese dei cedri viene raccontato anche nel suo spessore culturale, che va dagli influssi di fenici, bizantini, arabi fino alla modernità, con tantissimi riferimenti letterari e con una lettera inedita di Guttuso al suo amico pittore libanese Fedhan Omar. Nel volume c’è anche la ricostruzione della continuità archeologica che dal Libano porta in Siria, una traccia che l’autrice indica come un ideale percorso di pace da riscoprire.
In definitiva, il volume Fortezza Libano che già dal titolo suggerisce la straordinaria resistenza di questo piccolo lembo del Levante a venti di odio identitario in una delle aree più calde del mondo, offre una testimonianza stimolante di come nella cultura e nell’arte ci sia sempre uno spazio di incontro e di dialogo e che non ci si debba arrendere al cosiddetto scontro di civiltà. Ed è proprio anche questo “l’ombrello” sotto il quale è importante pensare che stiano operando i nostri militari accanto alla popolazione civile”. (aise) 

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