L’ItaloAmericano/ Cinzia Angelini alla prima regia di un film d’animazione - di Silvia Giudici

SAN FRANCISCO\ aise\ - “Non solo animatrice e story artist, ma anche regista e autrice. Cinzia Angelini è una delle professioniste italiane più affermate nel campo dell’animazione e dopo aver lavorato per la Dreamworks, Warner Brothers, Sony e Illumination Entertainment, è ora al suo debutto come regista per il lungometraggio di animazione dal titolo Hitpig”. Ad intervistarla è stata Silvia Giudici per “L’ItaloAmericano”, magazine diretto a San Francisco da Simone Schiavinato.
“Il film, prodotto dalla casa di produzione Cinesite, verrà distribuito in tutto il mondo nel 2022 e sarà doppiato da Peter Dinklage (Il Trono di Spade), la comica Lilly Singh e il personaggio televisivo RuPaul.
Con un lungo curriculum che la vede protagonista nella realizzazione di successi internazionali come i Minions, Cattivissimo Me 3, Il Grinch e Spider-man, Cinzia ha vissuto a Londra dove ha iniziato la sua carriera per la Amblimation di Steven Spielberg, prima di approdare a Los Angeles nel 1997, dopo l’offerta della Dreamworks di lavorare su Il Principe di Egitto.
D. Cinzia, hai una esperienza incredibile nel campo dell’animazione. Come sei arrivata a diventare regista di Hitpig, film di animazione che porterà sul grande schermo il libro Pete & Pickles di Berkeley Breathed?
R. Lavoro per lo studio Cinesite dal 2017 e loro sapevano che il mio sogno era da sempre quello di dirigere. Prima di questa offerta, si erano proposti di aiutarmi a finire Mila, un corto a cui sono molto legata e che ho portato avanti in parallelo al mio lavoro per dieci anni e che grazie al coinvolgimento dello studio sono riuscita a terminare. Sono una grande realtà che ha un dipartimento degli effetti speciali attivo da trent’anni e da circa cinque hanno aperto quello di animazione; tra gli altri film di animazione hanno realizzato La Famiglia Addams. Sono un po’ lontani dalla mentalità hollywoodiana essendo di base in Canada.
D. Da Mila a Hitpig come è avvenuto il passo?
R. Hanno invitato gli impiegati a scrivere delle idee per un cortometraggio. Ho deciso di provarci e mi sono fatta ispirare dai disegni particolarissimi di questo maiale e questo elefante, protagonisti di Pete & Pickles. Ho scritto un cortometraggio che è piaciuto molto e, dopo la determinazione che avevo dimostrato alla regia di Mila, lo studio ha deciso di darmi la possibilità di cimentarmi su un lungometraggio.
D. Quanto è stata differente l’esperienza di regia di un lungometraggio?
R. Ci sono tante cose diverse. Quando gestisci il tuo film sei il capo e decidi personalmente tantissime cose. Creativamente puoi fare quello che vuoi. Quando lavori su un progetto con investitori, il discorso cambia. Avendo uno studio grande alle spalle i risultati arrivano più veloci e la qualità è molto alta. Abbiamo iniziato la fase di animazione da qualche mese, e arriveremo presto ad avere trecento persone che lavoreranno al film. A livello artistico stiamo lavorando su qualcosa di fresco, sempre in 3D ma con un look più pittorico. Vorremmo mantenere lo stile del libro di Berkeley Breathed, che ha ispirato la storia.
D. Di cosa parla invece Mila?
R. Io sono nata e cresciuta a Milano ma ho sempre frequentato moltissimo Trento che è la città dei miei genitori e sono anche recentemente diventata Trentina nel Mondo ad honorem. Mila è ispirato alle storie che mi raccontava mia madre e di come si sentisse da bambina durante i bombardamenti di Trento nella Seconda Guerra Mondiale del 1943. Il personaggio di Mila, sebbene abbia perso tutto, non perde la speranza e l’immaginazione e rappresenta un po’ tutti i bambini che vivono o hanno vissuto la guerra.
D. Come mai Mila era così importante per te?
R. Crescendo ho sempre avuto interesse per la guerra nei Balcani e quella in Rwanda, e facendo animazione ho sempre avuto il desiderio di raccontare storie che parlassero di temi forti come la guerra. Quando mi capitava di parlare ad amici e colleghi di storie che mi sarebbe piaciuto realizzare, tutti erano colpiti da quella di Mila. Questo corto mi ha insegnato tanto a livello di conoscenza del lavoro, mi ha aiutato a migliorarmi come artista, ha influenzato il mio modo di relazionarmi con i colleghi, anche perché ho lavorato per dieci anni con trecento persone da 35 paesi differenti.
D. Hai ormai un’esperienza di quasi 25 anni. Come è cambiato lavorare nel settore dell’animazione?
R. Da donna di nazionalità straniera non sempre le cose sono state facilissime per me, ho dovuto fare molte battaglie in ambito lavorativo in questi ultimi vent’anni, anche quando mi trovavo in Italia.
D. Il tuo essere italiana come ti ha distinto nel tuo lavoro?
R. Prima di tutto l’accento mi ha sempre distinto! Devo dire che come italiana sono sempre stata ben vista. Noi abbiamo un modo di fare molto caloroso e protettivo, che piace e che ci aiuta a interagire con le persone.
D. Quali sono stati gli ostacoli invece?
R. Il fatto di non avere la padronanza della lingua inglese in quanto straniera a volte è stato un ostacolo. Credo però che ognuno di noi debba cercare di compensare in qualche modo; io ad esempio quando facevo le presentazioni di qualche storia e non mi veniva una parola in inglese, mettevo subito un effetto sonoro così che si capisse in ogni caso!
D. A livello artistico cosa ti ha ispirato?
R. Sono cresciuta negli anni ’70 guardando i cartoni animati giapponesi, all’epoca ancora in un televisore in bianco a nero. Ho da sempre amato Hayao Miyazaki fin dai suoi primi cortometraggi nel ’92, ’93. Ma ho amato molto anche i classici Disney che a scuola ho studiato fotogramma per fotogramma.
D. Hai avuto un momento in cui hai capito che avresti voluto fare del disegno il tuo mestiere?
R. Ho avuto le idee chiare solo verso i 18 anni. Sapevo che avrei fatto qualcosa legato al disegno ma il lavoro nell’animazione è capitato per caso. Nel 1991 prima di iniziare una scuola di grafica pubblicitaria ero a una cena con una amica di mia madre che mi suggerì di seguire un corso di animazione. All’epoca dipingevo chitarre e facevo servizi fotografici con Elio Fiorucci che era rimasto molto colpito da queste mie creazioni e mi aveva ingaggiato. Quindi sono arrivata alla scuola di animazione con le mie chitarre dipinte. Dopo un mese di studio ho capito che quello sarebbe stato il mio percorso.
D. Come è stato per te arrivare in America?
R. All’epoca Los Angeles rappresentava la mecca dell’animazione. Ora le cose sono cambiate e si lavora in animazione in molte altre parti del mondo, ma certo non mi aspettavo che sarei rimasta e che avrei messo su famiglia qui, anche se il mio desiderio era in ogni caso quello di restare.
D. Cosa ti ha insegnato lavorare qui?
R. L’importanza di lavorare in team. In Italia siamo molto creativi ma più confusionari, qui i ruoli sono ben definiti. A livello tecnico ho lavorato con i miei idoli dell’animazione come Warren Franklin e Dave Rosembaum. Ho trovato anche più apertura verso il mio essere donna e il venire considerata equamente a parità dei miei colleghi uomini.
D. Considerato tutto quello che hai già conquistato, quale è il tuo sogno per il futuro?
R. Ho un paio di film che ho scritto e che mi piacerebbe realizzare. Uno è ambientato a Venezia e un altro è un film che al momento è in sviluppo e ha un tema molto forte: parla della Zohra Orchestra, un’orchestra afghana di sole donne che dopo il ritorno dei talebani vorrebbero riportare la musica nel loro paese.
D. Come è cambiata l’animazione in questi ultimi anni?
R. La cosa positiva è che negli ultimi tempi anche piattaforme come Netflix non considerano più l’animazione come un genere per bambini ma come una forma d’arte destinata anche a un pubblico di adulti”. (aise)