L’ItaloAmericano/ Dopo Astrazeneca l’immunologo italiano Giacomo Gorini porta la sua ricerca ad Harvard – di Silvia Giudici

SAN FRANCISCO\ aise\ - “Fino ad inizio 2020, la specialità di Giacomo Gorini allo Jenner Institute di Oxford era isolare anticorpi monoclonali, occupandosi nello specifico di malaria. Quando la pandemia ha sconvolto le nostre vite, al giovane ricercatore italiano è stato chiesto di unirsi al gruppo che, con a capo la vaccinologa britannica Sarah Gilbert, aveva iniziato la ricerca di un vaccino anti-Covid, ricerca che avrebbe poi portato allo sviluppo del vaccino AstraZeneca. Da qualche settimana il 32enne riminese è volato a Boston per proseguire il suo lavoro nel campo e continuare a occuparsi di sviluppo tecnologico di nuovi vaccini”. Ad intervistarlo è stata Silvia Giudici per l’ItaloAmericano, magazine diretto a San Francisco da Simone Schiavinato.
““Ora ci stiamo ancora concentrando sul Sars-Covid 2. L’obiettivo è che i vaccini funzionino contro tutti i corona-virus e che siano facilmente adattabili e distribuibili”. Mi racconta dal Massacchussetts, dove è da poco ricercatore presso il Ragon Insitute di MGH, MIT e dell’Università di Harvard.
D. Giacomo, ci racconti della sua esperienza con il vaccino AstraZeneca al Jenner Institute di Oxford. Quale è stata la sua impressione iniziale?
R. Quando ho iniziato a metterci le mani, il coronavirus era una malattia italiana, visto che l’Italia è stato il primo Paese fortemente colpito in Occidente. Giorno dopo giorno andando al lavoro vedevo che il laboratorio si svuotava e solo il personale necessario continuava a lavorare in presenza. Mi sentivo ovviamente molto legato all’Italia e volevo che il mio contributo potesse essere un modo di portare libertà alla mia famiglia, ai miei amici, al mio Paese.
D. Che esperienza è stata lavorare su un vaccino durante una pandemia?
R. Prima di tutto pensavamo a lavorare, quando si è in laboratorio bisogna imparare a mettere da parte tutto il resto. Ma non posso negare che per me fosse difficile ignorare quello che stava succedendo nel mondo e in Italia; immaginare che nel giro di un anno saremmo arrivati a distribuire un miliardo di dosi nel mondo era inconcepibile allora, invece ce l’abbiamo fatta. È stato un periodo molto intenso e molto solitario perché la città si era svuotata, quindi non è stato facile, come del resto per tutti quanti.
D. Ha dei ricordi belli di quel periodo ad Oxford durante il lockdown, qualcosa che le ha dato la forza di andare avanti in un momento difficile per tutti ma ancora di più per la scienza?
R. Stare con i colleghi, eravamo isolati e passavamo molto tempo insieme. E poi ho iniziato ad avere un’attenzione mediatica che alla mia età non mi sarei mai aspettato di avere. Ho ricevuto tantissimo sostegno dall’Italia; il sindaco della mia città mi ha chiamato diverse volte e mi ha mandato dei regali da Rimini, sentivo che la mia città mi sosteneva e questo ha fatto una grande differenza per me.
D. Ricorda cosa ha provato quando il vaccino ha ricevuto l’approvazione?
R. È stata un’emozione non paragonabile ad altre e la mia è stata una gioia non solo personale. Ero contento per il gruppo e ovviamente per i senior scientist che da decenni stavano dietro al coronavirus. Ero contento anche perché si tratta di un vaccino facilmente conservabile e facilmente distribuibile. Poi sono stato contento anche per i colleghi più giovani. In Italia diamo poca fiducia alle nuove leve, invece il lavoro più manuale lo hanno fatto ragazzi di 21-22 anni che per un anno non hanno visto la loro famiglia, hanno lavorato tutti i fine settimana, isolati, soli, a testa bassa, dedicati a lavori anche ripetitivi. Quindi sono orgoglioso di loro e spero che continuino a raccogliere successi per il resto della loro carriera.
D. Boris Johnson ha visitato lo Jenner Institute. Come è andata?
R. È stato simpatico, ci ha messo a nostro agio. Ci teneva al nostro lavoro, si era appena ripreso dalla malattia. Ho scambiato qualche parola con lui e si è complimentato per il modo in cui l’Italia aveva gestito la pandemia, all’epoca c’era stata solo la prima ondata. Ho risposto che era stato un gran sacrificio ma ne era valsa la pena. Con la seconda ondata purtroppo non siamo stati altrettanto virtuosi.
D. C’è una lezione che ha imparato durante questa pandemia?
R. Ho imparato ad essere cauto nel fare previsioni per il futuro, abbiamo visto che la realtà spesso è diversa da quello che ci aspettiamo. A inizio pandemia pensavamo a quanto la situazione ci avrebbe aiutato a far riacquistare fiducia nei vaccini, visto che già avevamo un po’ di anti-vax contro. E invece non è stato così per tutti. Le varianti anche hanno cambiato le carte in tavola. A livello personale ho capito che questa pandemia ha rivelato la vera natura di molta gente, ha mostrato come le persone reagiscono nei momenti difficili. Abbiamo sicuramente imparato a conoscere il prossimo. Inoltre la pandemia ha accelerato molte mie decisioni a livello lavorativo, infatti eccomi qui a Harvard.
D. Come si pone con chi è scettico sul vaccino?
R. Con le persone che conosco poco o non conosco mi faccio una risata, perché alla fine penso di poter avere più impatto nel non cercare di convincere loro ma nel convincere chi mi chiede informazioni, o comunque chi è aperto al dialogo ed è disponibile a mettersi in discussione. Ho imparato per la mia pace mentale a lasciar correre e mi concentro piuttosto sullo spiegare in maniera semplice e divulgativa, ad esempio su Twitter, quelli che possono essere i dubbi delle persone così che anche se non avrò convinto quello testardo, quello con cui non si può ragionare, almeno avrò controbilanciato divulgando informazioni utili. In gioco c’è molto quando si parla di vaccini sperimentali, in ballo c’è la capacità dell’interlocutore di fidarsi degli esperti, di dimostrare una forma critica di pensiero, di mostrare consapevolezza e attenzione verso il prossimo, e la capacità di misurare l’impatto del proprio comportamento. Sono aspetti che ormai si possono capire da una piccola conversazione, ed è dura quando capita che la delusione arriva proprio da persone a cui voglio bene.
D. Come mai ha deciso di diventare immunologo?
R. Per Roberto Burioni! Io volevo fare neuroscienze finché al primo anno di laurea magistrale in Biotecnologie Mediche Molecolari e Cellulari, dopo la triennale che ho fatto a Bologna, ho avuto lui come insegnante di virologia al San Raffaele di Milano. La sua sincera passione verso la materia è stata la cosa che mi ha fatto appassionare, soprattutto i suoi esempi. Lui è un maestro! In classe era magnetico, davvero capace di catturare la tua attenzione: durante le sue lezioni era impossibile distrarsi.
D. Prima di arrivare a Boston ha vissuto a Washington D.C. Che esperienza ha avuto lì?
R. Dopo la laurea nel settembre 2013 e la tesi con Burioni, sono andato a D.C. al N.I.H., il National Institute of Health, a fare studi su vaccini sperimentali per l’HIV. Ero nel laboratorio di una italiana, la dott.ssa Genoveffa Franchini e ho collaborato con il gruppo di Anthony Fauci con il quale abbiamo pubblicato due articoli.
D. Come si trova in Usa, che rapporto ha con questo Paese?
R. D.C. mi aveva un po’ appesantito alla fine della mia esperienza. È una città governativa con tante persone che lavorano nel pubblico e nel no profit, grossi istituti e entità che hanno una direzione molto precisa. Boston ha più fervore nel campo della biotecnologia, è un ambiente più dinamico e ci sono più studenti, più persone giovani. D.C. è un po’ più seria. Boston l’avevo già visitate nel 2007 per studiare l’inglese e mi ero ripromesso che ci sarei tornato. E ora eccomi qui!
D. Cosa le piace di questo Paese?
R. La mentalità. Il fatto di poter mandare una email ad ogni ora e avere sempre risposte da chiunque. Mi piace anche l’ingenuità, che in Italia è considerata una cosa negativa. Qui invece il fatto che molte persone pensino: “Sì, questo è molto difficile da realizzare ma potrei essere l’eccezione”, credo sia una forza di questo Paese. Beppe Severgnini ha detto che più del talento è importante la tenacia e per me questo è il Paese in cui con la tenacia si raggiungono gli obiettivi.
D. Tornerà mai in Italia?
R. Mi immagino di tornare in Italia con più frequenza ma penso che resterò all’estero per il resto della mia vita.
D. Cosa le manca del nostro Paese?
R. Dell’Italia mi manca la cultura che può anche essere trovata nelle piccole cose, dal prendersi un caffè in piazza ai palazzi antichi. Condividere la stessa cultura poi, porta a capirsi più in fretta, si trova un’intesa immediatamente se si condivide la stessa mentalità. Io sono molto socievole e riesco a farmi amici anche all’estero ma con i miei connazionali trovo un’intesa particolare.
D. Che obiettivo ha per il futuro?
R. Non pensavo che sarei tornato negli Usa, questa è stata un’occasione inaspettata. Sono sempre stato un pianificatore, ma ora che sono contento di ciò che ho ottenuto, ho capito di poter lasciare andare le aspettative che ho su me stesso e concentrarmi di più sul presente. Un giorno mi piacerebbe tornare in Italia, anche se non in maniera permanente, e riuscire ad importare un po’ del buono della cultura anglosassone e americana, come la fluidità intergenerazionale sul posto di lavoro e le opportunità. Mi piacerebbe riuscire a portare gli aspetti positivi di una cultura di successo, in modo da svecchiare il nostro Paese”. (aise)