MalindiKenya.net/ I turisti italiani scoprono il Kenya dell'anteguerra – di Freddie del Curatolo

MALINDI\ aise\ - “Penseranno che l’aspetto peggiore della loro vacanza è che spesso le nuvole oscurano il bel sole che abbronza e spinge al bagno in piscina. Penseranno anche che in spiaggia c’è un po’ troppo vento, ma questo non li fermerà dal provare l’emozione del bagno nell’oceano indiano, specie quando la marea non è troppo alta né troppo bassa, ed il mare sfodera varie tonalità di blu. Riterranno anche che è un piacere comunque provare brividini quando in Italia da almeno un mese pativano un caldo da anticamera dell’inferno. Penseranno queste cose e non hanno tutti i torti, i turisti italiani che sono arrivati a Watamu e Malindi per la settimana di ferragosto. Sono in media 1500, senza contare quelli che pur essendo "di primo pelo" sono andati subito a cercare l'opzione bed&breakfast o air BnB, come si usa oggi, pur rimanendo turisti nell'animo. Lo vedi dalle domande che ti pongono, dai dubbi, falle false credenze, dalla conoscenza dell'inglese (ahimè, troppo spesso anche nelle nuove generazioni…). Per due mesi d’agosto di seguito, nel 2020 e 2021, tutto si era fermato nel mondo e di conseguenza anche i charter, fatti apposta per chi non è proprio (o non ancora) un viaggiatore”. A scriverne è Freddie del Curatolo in un articolo di oggi in primo piano sul portale da lui diretto MalindiKenya.net.
“Chiamalo turista “di massa” o “da pacchetto vacanze” o ancora “all inclusive”: a lui difficilmente piace uscire dal resort in cui il più delle volte ha deciso di autoconfinarsi con l’aiuto di un’agenzia viaggi o di una navigazione in internet.
Ma chi esce, inevitabilmente, invece del deserto fuori dal resort di Sharm El Sheikh o di mare sabbia mare sabbia mare delle Maldive, trova l’Africa, con tutta la sua bellezza, la sua natura, la sua gente e i suoi paradossi.
I turisti del dopoguerra (anzi del dopo UNA guerra, quella contro un virus, e durante una guerra vera) torneranno agli antichi luoghi comuni, quelli che se fossero capitati sulla costa durante un ferragosto pandemico, avrebbe avuto meno effetto: “gli africani non si possono permettere una vacanza come la nostra”, “gli africani sono poveri e vivono tutti in capanne di fango col tetto di palme secche”, “gli africani non hanno da mangiare” e via dicendo.
Effettivamente negli ultimi due anni a Watamu e Malindi abbiamo avuto conferma dei due Kenya: uno è quello di sempre, che da una parte è cresciuto in consapevolezza ma dall’altra ha sempre più problemi, dall’altra una classe di cittadini che si possono permettere molto più di una vacanziella da charter, assaltando il buffet e lasciando in una settimana 2 euro di extra.
Con la differenza che i keniani che soffrono la fame sono sempre più visibili, basta fare capolino in un villaggio dell'immediato entroterra, in una scuola, in un piccolo ospedale locale. Invece quest'anno i keniani d’alto bordo non li vedi, semplicemente perché non ci sono. Sono rimasti a casa in attesa dei risultati delle elezioni. Alcuni per votare, molti per vedere cosa succede, memori del passato. Altri perché in qualche modo sono interessati e coinvolti in giochi di potere. I più ricchi e meno coinvolti sono a Dubai o altrove, perché finalmente possono viaggiare.
E se a Nairobi, come avrebbe detto il poeta, ci sono "i segni di una pace terrificante", ovvero nessuno per strada e un'aria da scacciare fantasmi. le destinazioni turistiche tornano ad essere quelle tranquille e ospitali (fino all'eccesso) dell’anteguerra.
Quindi i turisti italiani mettono fuori il naso, fuggono dalla spiaggia per il vento e i beach boys che sono come tossicodipendenti in astinenza da polveri bianche da due anni (ecco l'eccesso...). Ma se si spingono oltre, scoprono sicuramente qualcosa di nuovo.
Certo, non è facile di questi tempi. La curiosità fine a sè stessa non cresce spontanea, bisogna sempre attivarla con qualcosa di noto e nelle destinazioni turistiche della costa keniana non c’è tanta roba conosciuta per fare dei selfie dignitosi. Sarebbe meglio vivere senza specchi, vivere davvero per se stessi e per cibare la propria anima, ma come si fa oggi senza immagini scattate con il telefonino da condividere sui social?
Ma sì, ci sono tante altre cose da fare che ricordano una qualsiasi vacanza bella: lo shopping nei bazar locali, acquistando parei e copricostume sgargianti, un po’ di souvenir da portare ad amici e parenti e altre amenità. Assaggiare il succo di frutto della passione in un bar locale (no, no...meglio italiano, così si capisce il menu) ed infine assaggiare una vera specialità della cucina del Kenya. A Malindi e Watamu ne è pieno, si vedono e si pubblicizzano in ogni ristorante e perfino nei chioschi sul mare: la pizza!!!
Buona vacanza e ben tornati.
Tra poco tornerà anche il vero Kenya, chissà se un giorno tornerete veri anche voi”. (aise)