Messaggero di Sant’Antonio/ L’olocausto sconosciuto – di Sara Bavato

PADOVA\ aise\ - ““Era il 29 gennaio 1942, ricordo molto bene quel giorno. Venne una macchina della polizia speciale, dissero che ci davano un’ora e mezza di tempo e poi ci avrebbero deportati. Potevamo portare con noi solo 8 kg di roba a testa (…). Ci radunarono in vari punti: scuole, mense. Ci portarono a Novorossijsk, ci fecero il bagno. Poi ci misero in dieci vagoni bestiame. Su questo treno facemmo un lungo viaggio che durò due mesi. Morivano i bambini. I miei figli di 2 e 5 anni morirono, come tutti, di tifo petecchiale e di polmonite. Quando arrivammo nel Kazakistan ci dissero: “Vi hanno mandato qui perché moriate tutti””. Queste sono le parole di Paola Evangelista, riportate nel libro “L’olocausto sconosciuto: lo sterminio degli Italiani di Crimea”, un volume a cura di Giulia Giacchetti Boico e Giulio Vignoli che ha raccolto le testimonianze dei sopravvissuti”. Ne scrive Sara Bavato sul “Messaggero di Sant’Antonio – edizione per l’estero” di gennaio.
“La Crimea è una penisola dalla storia travagliata tra il Mar Nero e il Mar d’Azov, da quasi otto anni soggetta a sanzioni economiche internazionali a causa della contesa tra Russia e Ucraina.
La presenza italiana ha radici antiche: possedimento romano, è stata brevemente sotto il controllo delle Repubbliche di Venezia e di Genova, prima dell’avvento dei russi. Furono gli zar a incentivare l’emigrazione di manodopera specializzata dall’Italia, in particolare dalla Puglia, a partire dalla prima metà dell’Ottocento.
Contadini, viticoltori, pescatori ed esperti del settore navale: circa tremila persone si stabilirono nella città portuale di Kerch e nei dintorni. Costruirono una chiesa, fondarono una scuola con corsi di italiano, e un circolo.
Sotto il regime bolscevico, dopo il 1917, la situazione cominciò a peggiorare. Vennero confiscate proprietà e terre da collettivizzare e, dagli anni Trenta, gli italiani cominciarono a essere additati come fascisti: furono costretti a rinunciare alla loro cittadinanza e, in molti casi, ai propri cognomi.
Iniziarono così le esecuzioni e gli arresti fino al rastrellamento del gennaio del 1942, quando la quasi totalità della popolazione di origine italiana venne deportata nei campi di lavoro in Kazakistan e in Siberia. Da Kerch partirono tre navi cariche di connazionali, e per molti fu un viaggio di sola andata: un’imbarcazione venne affondata dai tedeschi, bambini e anziani vennero sterminati dalle malattie, e tanti adulti morirono di stenti nei gulag.
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, fecero ritorno a Kerch poche centinaia di esuli che si ritrovarono a dover ricominciare da zero, senza poter tornare nelle proprie case ormai occupate. Per Giulia Giacchetti Boico, presidente dell’Associazione Cerkio (Comunità degli emigrati nella regione di Krimea - italiani di origine), uno dei primi ricordi d’infanzia è proprio legato ai racconti della nonna sulla deportazione che ha lasciato una fortissima impressione su di lei.
Sono molte le attività che l’associazione ha portato avanti nel corso degli anni – mostre esposte anche in Italia, pubblicazioni – assieme agli appuntamenti annuali, a partire dalla cerimonia per il giorno del ricordo con la deposizione in mare di garofani rossi.
A settembre, invece, sul colle Gasforta a Sebastopoli (nella foto a sinistra), si ricordano i caduti della guerra di Crimea (1853-’55) che vide lo spiegamento di 20 mila soldati dell’esercito dei Savoia. Oltre a ricordare e tramandare il passato, l’associazione si adopera per la promozione culturale, in particolare durante la Settimana della lingua italiana nel mondo, e continua ad assistere i connazionali per questioni burocratiche.
I discendenti degli italiani hanno ottenuto solo nel 2015 il riconoscimento, da parte dello Stato russo, della deportazione forzata e ingiusta e delle persecuzioni per motivi etnici. Da anni si cerca inoltre di sensibilizzare il governo di Roma a ripristinare la cittadinanza italiana ai sopravvissuti e ai discendenti che, in molti casi, non sono mai riusciti a vedere il Paese d’origine che portano nel cuore”. (aise)