OSCAR NOMINATED DANTE SPINOTTI: “ME, CINEMA AND MY LOS ANGELES” - DI SILVIA GIUDICI

OSCAR NOMINATED DANTE SPINOTTI: “ME, CINEMA AND MY LOS ANGELES” - di Silvia Giudici

Ph Dante Spinotti

LOS ANGELES\ aise\ - ““In pratica mi piacciono le immagini, sono nato con le immagini e mi piace raccontare una storia attraverso le immagini. Questa è la mia vita”. La passione per la luce e i colori che determinano la profondità e l’estetica di un’inquadratura, nonché la sensibilità artistica con cui riesce a dipingere i propri film, hanno portato il direttore della fotografia Dante Spinotti a illuminare i più grandi set cinematografici di Hollywood”. Silvia Giudici lo ha incontrato e firma un articolo-intervista pubblicato anche sulla versione on line de L'Italioamericano, giornale bilingue pubblicato a Los Angeles e diretto da Simone Schiavinato.
“Da L.A. Confidential, a Heat, da Public Enemy a The Last of Mohicans, Spinotti ha esordito a Roma nel mondo della televisione, realtà che ha presto abbandonato per dedicarsi interamente alla settima arte. Pur avendo lavorato in Italia con Benigni, Olmi, Tornatore e Salvatores, in America Spinotti ha lavorato a blockbuster storici, commedie e film d’azione, ed è stato nominato all’Oscar per The Insider nel 1999. “Per diversi anni ho fatto avanti e indietro dall’Italia. La mia prima esperienza è stata in North Carolina con Dino De Laurentiis, dove ho girato Crimini del cuore con Diane Keaton, Sissy Spacek e Jessica Lange nel 1986”, mi racconta il direttore della fotografia di origine friulana, dalla sua casa di Santa Monica.
D. Dante, qual è stato il primo film hollywoodiano?
R. Il mio primo vero film hollywoodiano è stato Beaches con Bette Midler, prodotto da Disney e Jeffrey Katzenberg nel 1988. Alla fine del film, mi è stato offerto un contratto per altri quattro film con Bette Midler, tra cui un film come regista, ma all’epoca non mi sentivo di dirigere.
D. Ed è una cosa che ha riconsiderato nel corso degli anni?
R. No, fare il regista è uno dei lavori più difficili al mondo. Devi avere il desiderio di raccontare una storia, ma anche saper gestire gli attori, la sceneggiatura; ed è una cosa che non mi interessava. L’unica eccezione è l’aver fatto documentari sulla mia città natale in Carnia.
D. Lei è stato uno dei primi a credere nel digitale, che poi si è rivelata una scommessa vincente. Come ne ha capito il potenziale?
R. La grande differenza è questa. Un pittore può dipingere e poi cambiare ciò che non gli piace. Un musicista può ascoltare le sue composizioni e lavorarci sopra, lo stesso vale per uno scrittore. Nel cinema non potremmo farlo con il film. Avevamo la nostra esperienza e la nostra professionalità, ma a volte giravamo al buio, non eravamo sicuri di come la luce sarebbe venuta fuori nella scena. Con il digitale lo si può realizzare in tempo reale, così si può correggere. E questa è una cosa straordinaria perché ti permette di valutare quello che vedi, di essere più veloce e anche più coraggioso se vuoi. Prima avremmo aggiunto più luce per non rischiare che fosse buio. Con il digitale si vede esattamente quello che si sta facendo e questo è un vantaggio fenomenale.
D. Come lavora sulle immagini?
R. Il mio grande collega Vittorio Storaro dice che ognuno di noi ha dentro duemila anni di esperienza culturale dell’umanità; e ognuno di noi ha la sua personale esperienza visiva, che aiuta quando si ha un dubbio mentre si realizza un film. Oltre a questo, il nostro lavoro è fondamentalmente quello di sostenere una storia e le emozioni che trasmette. Il direttore della fotografia, con la luce, le inquadrature, l’uso degli obiettivi e della macchina fotografica, deve sostenere questi aspetti emotivi. Se si gioisce con il protagonista, l’immagine deve sostenere questo senso di gioia. Lo stesso con la paura e il dramma. È una questione di funzionalità e bisogna anche considerare il linguaggio del film, gli ambienti, la temporalità del film. Tutti elementi che mostrano come avvicinarsi alle scene fotograficamente.
D. La luce di Los Angeles, la famosa Golden Hour, si dice che ci sia solo qui. Cosa ne pensa?
R. L’ho notata la prima volta che sono venuto qui con Enzo Biagi; siamo venuti in America per un mese. Allora mi sono accorto di questa luce che ha una peculiarità: è molto blu e chiara, quasi bianca. In Italia c’è una luce più mediterranea e dorata.
D. Perché è venuto in America con Enzo Biagi?
R. Sono venuto con lui nel 1974 per fare alcune interviste su Patricia Hearst, rapita da un gruppo di giovani; era il periodo delle rivolte simbioniche, in Italia c’erano le Brigate Rosse, su cui avevo fatto un documentario.
D. Quali ricordi ha di quei primi viaggi in California?
R. Ero stato a Los Angeles per dieci giorni qualche anno prima, per indagare sulle scoperte nel mondo degli effetti speciali realizzati con i computer, che stavano venendo fuori in quel momento. Dovevo girare un film in Italia con Nicola Carraro e Franco Cristaldi, e loro mi avevano mandato qui per capire com’era la situazione. Sono venuto a Los Angeles con colei che sarebbe poi diventata mia moglie, e ho avuto la fortuna di incontrare le persone che per prime utilizzavano il digitale.
D. Qual è stata la sua impressione della città?
R. Ho trovato la città molto magica; alloggiavo allo Chateau Marmont, e ricordo che mi hanno colpito queste lunghissime strade con nomi spagnoli. Sembrava molto difficile muoversi.
D. Come è cambiato il rapporto con la città nel tempo?
R. Ha cominciato a piacermi quando sono diventato residente qui. Venire qui solo per girare dei film mi faceva passare molte ore sul set e poi andare direttamente in albergo. Los Angeles mi sembrava quasi grigia, ma è una città che bisogna conoscere per amarla e apprezzarla. Quando la conosci, penso che non abbia eguali.
D. Quali sono i suoi posti preferiti?
R. Uno dei miei posti preferiti, che ho scoperto poco tempo fa durante la pandemia, è una zona collinare, a nord di dove vivo a Santa Monica. Passeggiando dal Mandeville Canyon a Westridge si trovano delle passeggiate straordinarie. Dall’alto si vede il golfo e tutta la città, un panorama di una bellezza unica che è stato un vero sollievo per la mia anima in questi mesi di isolamento.
D. Altre parti che le piacciono?
R. Il porto di Los Angeles è un’altra zona spettacolare, con tutto quello che succede intorno e le sue situazioni estreme, come le persone che scommettono sui cani. C’è sempre molta umanità, molta diversità, ci sono persone provenienti da tutto il mondo e, forse, questa è una delle cose più affascinanti.
D. Il suo lavoro l’ha aiutata a scoprire aspetti della città che non conosceva?
R. Ho avuto la fortuna di lavorare a film come Heat e LA Confidential di Michael Mann e questi mi hanno fatto conoscere la città abbastanza bene. Los Angeles ha molte facce e aspetti a seconda delle varie aree. In centro ho girato di notte con un giubbotto antiproiettile durante la preparazione del film Heat; affiancato da un capitano della polizia andavamo a vedere i siti della droga, la zona industriale di Downtown. La ricordo piena di falò improvvisati. Quando abbiamo girato LA Confidential, invece, siamo andati a West Adams, una zona residenziale con case storiche in stile artigianale molto popolare negli anni ’30, ’40, ’50, ma che oggi non è più popolare.
D. A quale film è più affezionato?
R. Ogni film ha cose a cui sono affezionato, e altre che non corrispondono solo a ricordi felici. L’ultimo film che ho girato qui e di cui sono orgoglioso è il thriller Fatale, con Hilary Swank, che uscirà a gennaio e girato da Deon Taylor, un mio caro amico, un regista molto giovane e di grande talento, ex giocatore di basket. Un altro film che mi è molto caro è quello che io e mia moglie abbiamo prodotto per nostro figlio Riccardo. Si intitola Where are you e nel cast c’è anche Anthony Hopkins. L’ultima versione del montaggio è davvero bella e anche questa è tutta girata a Los Angeles, con la scena finale girata nel deserto. Quando affronti un film come produttore finisci per conoscere la città più da vicino, perché vai in giro a vedere i luoghi, interagisci con le persone e con varie realtà che forse non conoscevi prima.
D. Qual è il primo ricordo legato alla fotografia?
R. La passione per il mio lavoro ha una lunga storia alle spalle. Da bambino, quando avevo 12 – 13 anni, sviluppavo fotografie e nella mia città di Lendinara, in Polesine, ero il fotografo ufficiale della squadra di calcio. Ricordo che stavo dietro al portiere per fotografare le azioni e i gol; le foto venivano poi stampate, ingrandite e messe nei bar della città, e dicevano “Fotografie Spinotti”.
D. E poi cosa è successo?
R. Poi a 18 anni mi sono trasferito in Kenya dove viveva il fratello di mio padre, che era un operatore cinematografico. Non sopportavo di finire il liceo e i miei genitori, non sapendo cosa fare e conoscendo la mia passione per la fotografia, decisero di mandarmi da lui. Mi occupavo di riparare le macchine fotografiche, che erano la mia passione. Dopo qualche mese ho capito che quella era la mia strada. Lì ho avuto delle esperienze incredibili, come quando ho filmato Jomo Kenyatta che usciva dalla prigionia.
D. Torna spesso in Italia?
R. Sì, ci torno sempre almeno un paio di volte all’anno. Ho sempre trascorso il Natale in montagna nella mia casa di famiglia, o a Roma che è la città dove ho iniziato a lavorare nel cinema, oltre che la città di mia moglie e di mio figlio. Spero di tornarci presto.
D. Cosa le manca dell’Italia?
R. Non ho mai visto le cose in questi termini. Essendo partito a 18 anni e avendo iniziato a viaggiare presto, non ho una visione del mondo divisa per nazioni. Sono molto affezionata sia all’America che all’Italia, ognuna rappresenta per me cose diverse e mi sento cittadino del mondo”. (aise)