PRESIDENTE MADURO: PROSSIMO IMPUTATO DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE? - DI ROBERTO ROMANELLI

Presidente Maduro: prossimo imputato della Corte Penale Internazionale? - di Roberto Romanelli

CARACAS\ aise\ - “Il governo del Venezuela presieduto da Nicolás Maduro ha già fatto un passo avanti verso la Corte Penale Internazionale dell’Aia. Anzi, due. La Corte Penale Internazionale ha infatti ritenuto, lo scorso dicembre, che “esistono ragioni per credere” che le autorità “abbiano commesso crimini di lesa umanità” e quindi passare le indagini alla fase 3”. È quanto scrive Roberto Romanelli su La Voce d’Italia, storico giornale della comunità italiana in Venezuela, oggi on line, diretto da Mauro Bafile.
“La strada è ancora lunga e piena di ostacoli, ma attivisti dei diritti umani confidano che il processo in corso non potrà essere detenuto dal governo. Prima o poi i principali responsabili – anche il presidente Maduro – siederanno al banco degli imputati nel Tribunale Internazionale dell’Aia.
Intanto, aumentano le denunce di arresti, violazioni di diritti umani e maltrattamenti contro oppositori, mentre più di 350 detenuti languono da anni nelle carceri del paese.
Sulla scia della repressione
Il rapporto della CPI indica che “autorità civili, membri delle Forze Armate e individui favorevoli al governo hanno commesso crimini di lesa umanità, incarcerato o privato di libertà cittradini, violando norme fondamentali del diritto internazionale, almeno dall’aprile 2017”. Non solo, nel rapporto si parla anche di “tortura, violenze sessuali, persecuzione di un gruppo o comunità per motivi politici”.
L’esame preliminare condotto della Procuratrice Fatou Bensouda è iniziato l’8 febbraio 2018, sulla base di numerose denunce di crimini durante la repressione delle proteste antigovernative avvenute tra aprile e luglio e 2017, (quando l’Alta Corte assunse le funzioni del Parlamento). Il bilancio ufficiale è di 127 morti, tra 3.000 e 15.000 feriti, e circa 3.000 detenuti.
Qualche mese dopo, il 27 settembre 2018, la Corte riceve la richiesta di sei Paesi (Canada, Argentina, Cile, Colombia, Paraguay e Perù) che sollecitano si indaghi per crimini di lesa umanità commessi in Venezuela dal 12 febbraio 2014, l’anno in cui si registrò un’ondata di proteste in cui morirono 43 persone, ne furono ferite 486 feriti e si realizzarono 2.854 arrestati.
La decisione della CPI riguarda i fatti del 2017 ma la Procura specifica che può indagare anche su crimini avvenuti successivamente, 2014 al 2017.
Il rapporto arriva dopo le denunce fatte dell’0nu e dell’Osa che nel 2019 e 2020 hanno corroborato i numerosi casi di morti, torture, arresti illegali ed esecuzioni extragiudiziali nel paese, così come una severa crisi alimentare e sanitaria e l’importante deterioramento di tutti i servizi pubblici.
Prossimi passi
La direttrice del Centro di Justicia y Paz (Cepaz) Sara Fernández spiega allaq Voce che nella fase 3 le indagini porranno l’accento sull’ammissibilità delle prove.
“Questa fase è composta da due elementi: la complementarità e la gravità. Ossia, si vedrà se ci sono procedimenti nazionali aperti: accuse, indagini, processi sui casi oggetto di studio. Qualora ci fossero, si verificherà la loro autenticità. La procura della CPI – aggiunge – esaminerà anche se le informazioni ricevute dalla procura del Venezuela sulle azioni intraprese siano autentiche. Cosí come le informazioni emesse dalle Ong e istituzioni come le Nazioni Unite, l’Osa”.
Per quanto riguarda la gravità, la procura dovrà analizzare “la natura e la forma con cui si sono commessi i crimini e l’impatto sulle vittime”.
Culminata positivamente la fase 3, si passa alla 4 dove si valuta “l’interesse della Giustizia”, per accertare l’esistenza di motivi che potrebbero invalidare il processo, cosa che solo avviene in casi eccezionali. Con questa tappa si conclude l’esame preliminare e comincia formalmente l’indagine giudiziaria.
“In questo grado dell’inchiesta – scandisce Fernández -, la Procura raccoglierà tutta l’evidenza necessaria, le prove, le testimonianze delle vittime, le informazioni reperibili nei luoghi dove si sono verificati i fatti. Tutto sarà esaminato. Altro aspetto importante. In questa fase – aggiunge – è l’identificazione dei sospettati e l’individualizzazione dei casi. La Procura può chiedere alla Camera Preliminare di spiccare un mandato d’arresto contra la o le persone ricercate. L’esecuzione di questo mandato – visto che la CPI non ha poteri di polizia – ricade sugli Stati che sono obbligati a cooperare ed eseguire le detenzioni secondo lo Statuto di Roma”.
Dopo l’indagine giudiziaria e prima del processo, c’è ancora un passaggio: la conferma delle accuse a carico della Camera Preliminare in una udienza con l’accusato dove si verifica l’esistenza di “prove sufficienti” e non più indizi, per il capo d’accusa. Questo procedimento conclude con una sentenza. Si arriva, quindi, al processo vero e proprio svolto dalla Camera giudicante.
“Il giudizio si svolge in aula con udienze orali e pubbliche. E possono essere seguite in aula o nella web. Qui lo standard delle prove è più alto perché per emettere una condanna i giudici devono essere convinti della colpevolezza oltre ogni dubbio ragionevole”, puntualizza.
Rinasce la speranza
Dopo oltre due anni di attesa che hanno alimentato dubbi sull’operato di Fatou Bensouda, la decisione della Procuratrice ha fatto rinascere le speranze dell’opposizione.
Tamara Suju, direttrice dell’Istituito Casla, con sede a Praga, è una delle Ong denuncianti. È convinta dell’esito delle indagini. “Nel caso della CPI sono sicura che ci sarà una indagine giudiziaria. Saranno processati i maggiori responsabili, come si accenna nell’ultima decisione. Sono sicura che solo nel caso delle torture, che implicano detenzioni arbitrarie e violenza sessuale, c’è un caso giudiziario. Soprattutto nel caso della tortura su cui abbiamo raccolto testimonianze fin dall’anno 2002, la Cpi è convinta che ci siano un crimini di lesa umanità”.
L’attivista considera che la CPI non avrà dubbi sull’apertura di un’indagine vera e propria perché “nel Venezuela continuano i crimini di lesa umanità e la repressione sistematica”. Assicura che la fase 3 e l’esame preliminare si concluderà rapidamente perché la stessa Procuratrice Bensouda ha dichiarato che ha come meta concluderlo nella prima metà dell’anno.
Fernandez vede “difficile” che lo Stato venezuelano possa “frenare” il processo messo in moto dalla CPI, anche se, come anticipa, il governo probabilmente impedirà l’accesso al paese degli inquirenti per svolgere il proprio lavoro.
“Sebbene è vero che questo fatto possa complicare l’inchiesta, non credo sia qualcosa di insuperabile, anche perché Venezuela ha più di 5 milioni di emigrati prodotto della crisi e la violazione dei diritti umani. Quindi vuol dire che ci sono molte prove fuori del paese a cui può accingere la Procura”.
“Molto importante”, prosegue, “è anche il lavoro preciso svolto dalla missione dell’Onu fatta sulla base delle regole del diritto penale internazionale con lo standard similare a quello usato nell’esame preliminare della CPI”.
Fernández non trova “nessuna forma in cui Venezuela possa incidere o bloccare le indagini, al di là degli argomenti della difesa”.
Aumentano le denunce e appelli
Subito dopo la decisione della CPI, il presidente Maduro riconosce apertamente l’esistenza di violazioni di diritti umani nel paese ma esonera di colpe il Governo e attribuisce la responsabilità degli “abusi” la polizia.
“Mi fa male quando un poliziotto commette violazioni dei diritti umani in un quartiere, ruba il televisore a una famiglia o è coinvolto in un sequestro”, affermò il 23 dicembre ed annunciò un programma di “educazione, promozione, formazione e vigilanza dei diritti umani”, incaricato al Ministero degli Interni.
Dopo questa prima segnale di attenzione, non se n’è più parlato. Non lo ha fatto il presidente Maduro e non lo hanno fatto le altre autorità, malgrado le denunce che continuano a pioggia contro il governo.
L’arresto di 5 membri della Ong “Azul Positivo”, la morte del leader indigena pemón Salvador Franco per ”edema cerebrale, malnutrizione e mancanza di assistenza medica”, presunte torture contro Adolfo Baduel, figlio dell’ex generale chavista Raul Baduel (anche lui in prigione), son solo alcune delle denunce delle ultime settimane.
Un nuovo rapporto dell’Istituto Casla, presentato all’OSA nel gennaio scorso, raccoglie 25 vicende accadute tra il 2014 e il 2020, che coinvolgono 141 vittime di “detenzione arbitrarie, tortura, sparizione forzosa temporale, violazioni e altre forme di violenza sessuale”, contro civili e militari. Nella sua esposizione dei fatti, Suju racconta dettagli danteschi sui metodi utilizzati per i supplizi.
Allo stesso modo, Provea, un’altra Ong molto rispettata nel paese, denuncia “il terrorismo di Stato” per mantenere al potere la “Rivoluzione Bolivariana”. Racconta di 225 morti per torture, 75 di essi da quando Maduro è eletto presidente nel 2013. Solo nel 2019, assicura, “574 persone hanno sofferto torture e 23 sono morti”.
Il conteggio totale dall’anno 2013 comprende 5.232 violazioni all’integrità fisica, 852 vittime di comportamento crudele, 1.033 feriti, 1.804 sequestri illegali e 810 minacce e persecuzioni.
“La tortura si è trasformata in una pratica generalizzata e sistematica che si commette quotidianamente nella maggior parte delle carceri e centri di reclusione contra i prigionieri comuni e detenuti per ragioni politiche”, sottolinea Provea.
Dal canto suo, Amnesty International chiede alla CPI di aprire una indagine circa l’esecuzione di 14 persone durante un recente operazione di polizia in un quartiere di Caracas durato 4 giorni, con l’impiego di 650 agenti dopo un presunto scontro a fuoco tra bande criminali armate.
CPI, i precedenti
Fin dalla sua creazione nel 2003, la CPI ha aperto 22 indagini, per lo più riguardanti paesi africani, ed emesso 33 ordini di cattura, dei quali 17 sono stati portati a termine e 3 si sono consegnati volontariamente.
Nei 4 casi aperti a presidenti mentre erano in carica, si è resa palese la difficoltà di arrivare a processi o condanne se non esiste cooperazione da parte degli stati, a giudicare dai risultati. I processi sono durati anni.
Nel 2014, la CPI dovette ritirare le accuse contra il presidente del Kenia Uhuru Kenyatta per mancanze di prove. La procuratrice Fatou Bensouda disse allora che la mancata cooperazione del governo keniano sminuì la capacità della procura di fare il suo lavoro. “Solamente posso andare a giudizio se esiste una prospettiva di condanna nel Tribunale basata nelle prove. Se non esiste questa prospettiva, è mia responsabilità professionale ritirare le accuse all’incriminato”.
D’altra parte, il presidente Omar al Bashi del Sudan non fu mai consegnato alla corte, malgrado gli sforzi diplomatici, e il suo processo si svolse nel suo paese. Nemmeno Pierre Nkurunziza del Burundi si è consegnato mentre il governo si è ritirato dallo Statuto di Roma (che dà vita alla CPI), cercando di sfuggire a un processo che, nonostante tutto, continua il suo corso. Invece, l’ordine di arresto del presidente libico Gheddafi venne annullato dopo la sua morte durante la rivolta contro la dittatura.
La procedura contro il Venezuela è ora responsabilità del nuovo Procuratore della Cpi, il britannico Karim Khan, che sostituirà Fatou Bensouda a luglio di quest’anno.
Eletto la scorsa settimana, Khan ha sconfitto i rivali, tra cui lo spagnolo Carlos Castresana, considerato da alcuni analisti come il “candidato” di Maduro perché sostenuto anche dal vicepresidente spagnolo Pablo Iglesias di Podemos.
La visione di un processo a Maduro appare ancora lontana e vaga, ma richiama l’attenzione delle vittime della repressione e di una opposizione indebolita che sogna di cacciare Maduro dal potere”. (aise)


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