SERGIO, BASKET E SORRISI DALL'ITALIA AL SAMBURU

SERGIO, BASKET E SORRISI DALL

MALINDI\ aise\ - Portale fondato e diretto da Freddie del Curatolo, Malindikenya.net prosegue la sua presentazione di italiani che “hanno scelto di dedicare parte del loro tempo in maniera diretta alla popolazione keniana. Ognuno secondo le sue inclinazioni, nell'area geografica che predilige o con cui è venuto in contatto e soprattutto conscio delle peculiarità, dei problemi, delle difficoltà ma anche delle grandi soddisfazioni che questa terra e la sua gente possono donare.
Lontani dalla "logica delle caramelle" e dal buonismo tout-court e in maniera solare ma avveduta, appassionata ma programmatica, con il cuore ma anche con molto cervello. Questa volta non si tratta di un'intervista o di raccontare una storia, in quanto l'artefice del progetto "Samburu Smile", Sergio "Musungu" Mazza, ex cestista professionista e insegnante di minibasket a Salerno, è abile con la penna tanto quanto con la palla da basket ed il suo racconto ci ha emozionato”.
Questa la sua storia.
“Una partenza non prevista, un volo nel cuore dell'Africa e poi la vita che cambia. Potrebbe essere l'inizio di molte storie che si concludono con un rientro, un senso di pienezza, quella nostalgia nella bocca che va sfumando e un graduale ritorno al quotidiano.
Ma non per tutti è così. Almeno, non lo è stato per me.
Una volta tornato dal Kenya, ho deciso che nel mio piccolo volevo dare un contributo, mettendo a disposizione dei bambini del che meglio sapevo fare, ossia la mia esperienza nel mondo del basket. Anche perché l'Africa e quei bambini mi hanno fatto tornare il sorriso, e quindi avevo un debito con loro.
Tutto è cominciato oramai 8 anni fa, quando, nel lontano 2011, ho risposto ad un invito. Un’amica mi disse che un missionario colombiano aveva bisogno di una mano in una missione piuttosto remota con i bimbi della sua comunità. Io, che già avevo a che fare con i bambini nel mio lavoro “italiano”, ho accettato subito senza fare troppe domande, incuriosito da una esperienza che sapevo sarebbe stata forte, ma non potevo immaginare che avrebbe segnato la mia vita.
Sono stato lì solo due settimane, eppure sono bastate a farmi cambiare l'idea che avevo del Continente Nero.
L'Africa, nell’immaginario collettivo, è dove i bambini stanno male: quando sono arrivato lì, ho incontrato molti più sorrisi e serenità di quanto pensassi.
Sono poveri, è vero, ma è una condizione che non viene avvertita in pieno, perché non c'è grossa differenza tra le varie famiglie.
Sono tutti sullo stesso piano. Tranne qualche politico che gode di vantaggi, nei vari villaggi non c'è il concetto di povertà e ricchezza, e non si muore di fame: sono pastori, hanno il gregge a disposizione, eppure non mangiano la carne se non in casi eccezionali.
Si nutrono di latte o di sangue degli animali.
Spesso salassano il sangue dell'animale e lo mischiano al riso o alla farina, per assumere sostanze più nutritive.
Tornato a casa da questa esperienza, riguardando le foto scattate lì e rileggendo il mio diario di viaggio, ho notato che ero più sereno, positivo e anche più sorridente!
Così ho deciso di tornare.
E dal 2013, per due mesi, ogni anno sono un “italiano in Kenya”, ma anche un po’ un Samburu. Un po' alla volta ho cercato di strutturare progetti utili ai bimbi, in prospettiva.
Non mi piacciono le associazioni che portano caramelle o cioccolato: così facendo gli crei un bisogno che poi non può più essere soddisfatto.
Così è nato “Samburu Smile”.
Io, in valigia, quando parto, preferisco portare palloni per giocare, divise, qualcosa che rimanga nel tempo. Con un pallone riesco a far giocare 50 bambini e magari dura anche più di una settimana. Le divise da gioco poi li fanno impazzire, perché sono legati al concetto di squadra.
E devo ammettere che sono più legati tra loro di noi, perché le tribù creano questa forte concento di “identità”. Come tante ex colonie inglese lo sport più conosciuto è il calcio.
Ci giocano un po’ tutti i bambini, con palloni fatti di stracci uniti alla meglio con lo spago: brutti da vedersi, ma che non si rompono mai.
Le femminucce, invece, giocano di più con le mani, e sono bravissime nel lanciare e afferrare queste strane palle di pezza: fanno giochi particolari, di grande abilità.
Io ho portato uno sport diverso e sin da subito, maschietti e femminucce, si sono appassionati: ho portato i palloni e poi abbiamo attrezzato campi adatti a questo sport. Purtroppo i primi anni succedeva che alla mia partenza l'attività moriva, perché non c’era nessuno in grado di poterli seguire!
E allora ho cominciato a dedicarmi alla formazione degli adulti, presi tra quelli senza lavoro, magari appena reduci dall’High School.
Ho cercato di farli diventare allenatori per quando io non ci sono. In Italia lo faccio per la Federazione, perché non farlo in Kenya? Qui, inoltre, provo a garantirgli un minimo di stipendio. Insomma, gli ho strutturato una Sport Academy: da settembre a giugno fanno le loro attività, che non sono continuative come da noi. Quando torno in estate, da luglio a settembre, riscontro dei progressi, anche se è complesso, nel corso dell'anno mantenere rapporti costanti.
In questo modo, attraverso lo sport, cerco di favorire la loro istruzione. In Kenya esistono borse di studio per meriti sportivi, un pò come accade nei college americani.
Molte High School, da Nairobi e in diversi centri del paese, fanno reclutamento.
Perché, dunque, non permettergli di costruire il loro futuro con le loro gambe, e con le loro mani? Ovviamente mettendo delle regole sulla frequenza: chi non ha buone medie scolastiche, non può far parte dell'Academy. E così da qualche anno, tra piccoli e grandi intoppi, in tre diverse zone dei Samburu si gioca a basket.
Suguta Marmar è il centro più grande, poi ci sono Tuum e Lodungoqwe, due piccolissimi villaggi. Non sempre riesco a visitare tutti e tre i posti durante lo stesso viaggio. Di solito due l'anno. Il primo è una cittadina, la più grande, e si trova sulla strada che porta alla capitale di questa regione, dove ci sono due scuole, una pubblica e una privata, con 2000 bambini circa. Le scuole delle altre due località sono formate da 700 bambini circa.
A Tuum non va mai nessuno: si trova ai piedi della montagna e la strada si interrompe proprio al villaggio, non prosegue. L'altro è nel mezzo della savana in una zona non molto ospitale, climaticamente parlando.
Con il passare del tempo ho imparato, osservandoli sempre più a fondo, a conoscere i bambini Samburu: sono felici per quello che gli dai. Non chiedono di più. All'inizio c'è da vincere un po’ di diffidenza.
Quando sono arrivato, tanto per dire, per tutti loro ero “Mzungu”, l’uomo bianco: venivo studiato da adulti e bambini, e anche talvolta discriminato. Ma pian piano mi sono guadagnato la ?ducia dei bambini, con il gioco, e di riflesso quella dei grandi.
Quando si comincia a giocare, quando i bambini fanno domande, senti che hai aperto una porta che ti permette di entrare nel loro mondo, che è diverso da quello dei nostri bambini.
Il bambino lì vive di doveri, non di diritti.
Nella loro scala sociale c'è l'uomo, la donna, il giovane e poi, in fondo, il bambino, colui che gode di meno diritti degli altri.
Dal canto mio ho sempre cercato di trattarli in modo diverso.
E con qualcuno sono arrivato ad avere una certa confidenza, cosa piuttosto inusuale, perché per loro è una debolezza aprirsi e magari dare spazio alla propria fragilità.
Ho dovuto imparare a farmi rispettare, ma anche a fidarmi degli altri.
A Tuum ho quattro giovani coach. A Suguta tre e altrettanti a Lodungoqwe. Loro, quando non ci sono, godono di molta libertà.
Mi dà una grossa mano una suora sud americana, suor Alba, che coordina un po' le attività. Poi a Nairobi ho creato una rete di coach, volontari, che saltuariamente salgono dai Samburu a dare una mano e controllare come vanno le cose, e una persona che gestisce in parte le risorse economiche che mando, e le “scartoffie” burocratiche.
Grazie a questo progetto circa 2000 hanno così modo di giocare: 500 quelli assidui, che almeno 3 volte a settimana si allenano sui campi di Samburu Smile. Sia maschi che femmine, divisi al 50%.
Adesso, come ogni anno, si avvicina la partenza, e sale sempre l’ansia e l’incertezza. È sempre un salto nel buio.
Non è facile mantenere le relazioni con loro. Internet non sempre va.
È complicato. Non sai mai bene quello che troverai. Di solito arrivo a Nairobi e i primi tre giorni li passo ad organizzare il periodo che trascorrerò lì…
Diciamo che la parola programmazione non è nel loro vocabolario e il progetto a lunga scadenza è visto come un’utopia. Ma nonostante le difficoltà c’è anche tanta gioia, e tante lezioni che sto imparando da loro stessi.
Mi stanno insegnando che le difficoltà non devono mai fermarci. Devono stimolarci ad andare oltre. Ci si rende conto, vivendo in mezzo a loro, di quanto ci lamentiamo quotidianamente per cose inutili, e così ho imparato ad esser anche più tollerante. E a sorridere di più. Mi viene più spontaneo lì. In Italia ogni tanto cresce la rabbia per ciò che si sente intorno, per l'indifferenza. Grazie all'Africa ho imparato a gioire delle piccole cose.
Tra le tante cose, lì ho ritrovato anche il piacere della lettura, del sedermi a tavola, parlare, confrontarsi, vivere esperienze condivise”. (aise) 

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