SIAMO TUTTI SULLA STESSA BARCA, NELLA STESSA TEMPESTA, DALL'ITALY ALLA WEST COAST – DI SIMONE SCHIAVINATO

SIAMO TUTTI SULLA STESSA BARCA, NELLA STESSA TEMPESTA, DALL

LOS ANGELES\ aise\ - “In Italia la curva dei contagi infonde caute speranze ma non illude. Rallenta la sua corsa ma 800 vittime al giorno tolgono il fiato come il virus. Ci sono paesi che si sono spopolati, dove è scomparsa la memoria storica con i residenti più anziani”. Si apre così la lunga riflessione, quasi un omaggio, da Los Angeles sull'Italia firmata da Simone Schiavinato che, nella città californiana, dirige la versione on line del giornale bilingue L'Italoamericano.
“Martedì 31 marzo, mentre New York già contava più decessi degli attentati dell’11 settembre e in Italia era stata abbondantemente superata la soglia psicologica dei centomila contagiati accertati con un tampone positivo (ma sono sicuramente molti di più), ha suonato il Silenzio. Tutti i sindaci sono usciti dal loro municipio per commemorare le vittime di questa pandemia davanti alle bandiere tricolore a mezz’asta mentre il malinconico squillo della tromba risuonava nel paesaggio irreale delle città deserte, svuotate, immobili. Un minuto in cui il peso del dolore per le tante persone che se ne sono andate senza nemmeno un funerale si leggeva sui visi tesi dei sindaci che lottano per gestire quest’emergenza.
Città e paesi, da Nord a Sud, si sono sentiti sulla stessa barca di cui ha parlato Papa Francesco il 27 marzo, prima dell’inedita benedizione Urbi et Orbi. Sotto la stessa tempesta. La stessa che dall’Oriente è arrivata nella West Coast come uno tsunami devastante che proprio ora sta sconvolgendo le nostre vite, la nostra quotidianità. Ci sembrava lontana l’Italia, ma ora il Central Park accoglie un ospedale da campo e la nave ospedale USNS Comfort è nel porto di New York, primo nostro epicentro dell’emergenza Coronavirus.
In quella data oltre 11 milioni di italiani hanno seguito la celebrazione in mondovisione del Pontefice in una piazza San Pietro desolatamente vuota, sotto la pioggia battente, il cielo scuro e denso di nuvole pesanti. Un clima plumbeo che era il ritratto perfetto del momento storico che stiamo vivendo. Non poteva essere più scenografico, più efficace nel comunicare il senso di smarrimento che ognuno di noi ha davanti a una virulenza sconosciuta, a questo nemico invisibile ma potentissimo.
Anche guardandola con occhi laici, quella cerimonia aveva una simbologia forte. Prima abbiamo visto un uomo piccolo dentro quella piazza enorme e vuota, silenziosa e buia, piovosa. Quell’uomo solo che camminava affaticato smascherava, come ha detto poco dopo, “la nostra vulnerabilità e lasciava scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità”.
Poi le telecamere hanno indugiato sul Crocifisso ligneo del XV secolo solitamente custodito nella chiesa di San Marcello al Corso a Roma. Racconta un pezzo di storia della Capitale e della Chiesa poichè venne portato in processione dal popolo romano per fermare la grave pestilenza del 1522 e nel Giubileo del 2000 accompagnò la supplica di Giovanni Paolo II che in quel mantello sfavillante di colori lo abbracciò, dolente e provato, durante la Giornata del Perdono. Sfuggito a un incendio nel 1519, la pioggia non lo ha risparmiato: le gocce scivolavano sull’antico legno come lacrime.
E ha fatto correre un brivido lungo la schiena quel silenzio che durante la benedizione finale è stato interrotto dalle campane su cui però si sono stagliate le sirene delle ambulanze, l’unico suono fragoroso che riempie oggi le città italiane ammutolite ma insieme spaventoso, perché tutti sanno che le ambulanze trasportano in ospedale malati Covid-19. Angoscia certo, ma su quelle ambulanze anche la meravigliosa dedizione di medici e infermieri che stanno fronteggiano una guerra impari, davvero a costo della propria vita e a scapito delle proprie famiglie. Molti non abbracciano i figli e non vedono i compagni da settimane. Ma il sacrificio dei sanitari, sostenuto dallo “stare a casa” di 60 milioni di italiani per interrompere le catene di contagio, sta portando i primi frutti se è vero che il virus sta rallentando la corsa.
“Ci siamo resi conto – ha detto Papa Francesco - di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti”.
In questa Pasqua strana che vivremo quest’anno, che cambia i riti della chiesa, cancella la suggestiva Via Crucis al Colosseo, tiene tutti a distanza di sicurezza e tutti chiusi in casa senza genitori, fratelli e sorelle alla stessa tavola, che cancella le tradizionali gite fuori porta della Pasquetta che inauguravano la stagione primaverile e i ponti di aprile e maggio, dando la prima boccata d’ossigeno al turismo che quest’anno in Italia sarà da profondo rosso, lanciamo un invito.
Con i nostri migliori auguri a voi e alle vostre famiglie per l’imminente festività, vi invitiamo a fare una donazione alla Protezione Civile italiana. Un unico conto corrente per attrezzare tutti gli ospedali italiani, per dotare di ventilatori polmonari i centri di rianimazione, per fornire di indispensabili presidi di protezione i medici.
L’Italo-Americano continua così a tendere la sua mano verso l’Italia. Come ha fatto con la raccolta fondi dopo il devastante terremoto che rase al suolo il centro storico dell’Aquila nel 2009, come ha fatto per la campagna di ricostruzione del Teatro Comunale di Ferrara dopo il sisma del 2012 insieme al Consolato Generale di Los Angeles.
Emergenza Coronavirus: IT84 Z030 6905 0201 0000 0066 387. BIC: BCITITMM.
I fondi andranno a tutte le regioni italiane perché l’emergenza è nazionale. Da Nord a Sud ci sono criticità importanti. Il Nord è più colpito nei numeri dei contagi, il Sud nelle carenze strutturali degli ospedali. Chi può dia una mano”. (aise)


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