LIBIA, MEDITERRANEO, MIGRAZIONI: IL RUOLO DEL MAECI

LIBIA, MEDITERRANEO, MIGRAZIONI: IL RUOLO DEL MAECI

ROMA – focus/ aise – Si è tenuta a Roma, la scorsa settimana, la XIII Conferenza degli Ambasciatori e delle Ambasciatrici, al Ministero degli Affari Esteri. Nella mattinata, presso l’Auditorium Parco della Musica, si è tenuto un evento di anticipazione. Il primo panel, dal titolo “Italia, Europa, Mediterraneo”, dopo l’introduzione di Elisabetta Belloni, Segretario Generale degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ha visto l’intervento di diversi interlocutori, che hanno analizzato la situazione in atto in Libia e le ripercussioni sulla politica estera italiana. Maurizio Molinari, direttore de La Stampa, cui la moderatrice Alessandra Sardoni ha chiesto cosa sia cambiato all’interno della crisi libica negli ultimi tempi, quali siano i rischi per l’Italia e, più in generale, quelli geopolitici, ha sostenuto che “oggi la guerra in Libia è una guerra per procura tra Stati sunniti di opposte fazioni. Haftar è sostenuto da forze consistenti degli Emirati Arabi. La Turchia e il Qatar invece sostengono Al Serraj. Tutto ciò – ha osservato - trasforma la Libia in un microcosmo e pone per noi una sfida strategica nuova, perché siamo partner di entrambe le parti. Tutti i Paesi coinvolti hanno interessi profondi con l’Italia.” Secondo Molinari, “Questa può essere una grande opportunità, ma è molto difficile. Il Mediterraneo è uno scenario drammaticamente nuovo rispetto al periodo della fine della Guerra Fredda. Gli Usa, la Russia e la Cina si affrontano senza esclusione di colpi di fronte al nostro sguardo. E anche in questo caso noi siamo partner di tutti questi Paesi. Dobbiamo ritagliare i nostri interessi in uno scenario drammaticamente in movimento”. Al secondo relatore, l’ambasciatore Pietro Benassi, Consigliere diplomatico del Presidente del Consiglio dei Ministri, la giornalista Sardoni ha chiesto come pensa che l’Italia si possa e si debba muovere in questo scenario. “La politica dell’Italia”, ha risposto Benassi, “deve essere sempre più credibile. La recente crisi in Libia è coincisa con un appassionante - non per noi - gioco a chi sceglieva la coalizione giusta. Ma la soluzione militare non è mai quella giusta. Gli obiettivi iniziali (messa in sicurezza del Paese, lotta al terrorismo) stanno avendo un effetto contrario, perché non sono state messe in campo soluzioni diplomatiche. La situazione ora è esasperata, drammatica”. Secondo l’ambasciatore Benassi, poi, “la presenza di un conflitto anche per procura ha fatto salire il livello degli spoiler e rende inevitabile la messa intorno al tavolo di più attori per creare le condizioni di pace. La Libia”, ha concluso il consigliere diplomatico del premier “è il paradigma del panel “Europa e Mediterraneo. Se l’Italia non sistema la Libia difficilmente può incidere in questa area nel medio e lungo periodo. Il contrasto religioso, poi, è uno dei grandi temi della politica internazionale. La lotta intra-sunnita è diventata centrale rispetto al conflitto tra sciiti e sunniti”. Sardoni ha quindi chiesto a Federica Saini Fasanotti, Senior Fellow, Brookings Institution e Senior Associate Fellow ISPI, come, in questa situazione, si ponga l’Italia nel rapporto con gli altri Paesi dell’Unione europea. “La Libia”, ha spiegato Fasanotti, “è uno scenario difficilissimo in cui si incrociano gli interessi di molti Paesi europei. La Francia è uno dei Paesi con cui ci scontriamo maggiormente su questa questione. Devo però dire che la nostra diplomazia è sempre stata coerente. Si è deciso di appoggiare Serraj e così si è fatto senza mai cambiare idea. La Francia, invece, ha avuto un atteggiamento molto più difficile e di difficile lettura. Da una parte ha appoggiato il nuovo inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, ma poi sul campo è intervenuta pesantemente per appoggiare Haftar, che si trova alle porte di Tripoli. Haftar è stato anche appoggiato dagli USA, ma anche negli Usa esiste una discrasia: il presidente dice una cosa, ma gli organi istituzionali e competenti ne pensano un’altra”. Secondo Fasanotti, “c’è un problema di gestione della crisi: la telefonata di Trump ad Haftar è stata una mossa avventata, che ha messo in difficoltà gli americani. Pompeo ha detto una cosa e Trump due giorni dopo ha fatto l’esatto opposto. Gli Usa hanno un problema di visione di strategia al loro interno, soprattutto per quanto riguarda la Libia, che per loro in questo momento è uno scenario secondario”. D’accordo con questa analisi anche Maria Angela Zappia, Rappresentante Permanente dell’Italia presso le Nazioni Unite. “La Libia” ha fatto notare la Zappia “è la sovrapposizione di varie complessità e le Nazioni Unite ne risentono. È diventato un conflitto regionale, con attori schierati in maniera fin troppo evidente. Ci sono dinamiche di contrapposizione ormai costante tra grandi attori come USA, Russia e Cina. C’è incertezza nella politica americana. L’ambasciatore americano”, ha ricordato, “manca da sette mesi e si sente. In Consiglio di sicurezza questo si percepisce. Un dialogo con gli attori principali continua ad avvenire, ma è molto complicato. Le Nazioni Unite danno una direzione; l’inviato speciale ha un ruolo difficilissimo, le alleanze cambiano di giorno in giorno”. “Noi” ha sottolineato l’ambasciatrice italiana all’ONU “abbiamo garantito un sostegno costante, forte, che ha aiutato molto la mediazione, che era arrivata a una svolta che poi è stata fatta fallire. La Libia, comunque”, ha concluso Zappia “rimane per tutti un rischio: per il terrorismo (che riguarda in particolare gli USA), per i traffici incontrollati (che riguardano l’Italia) e per l’instabilità che si irradia su un’area che è di fronte a noi e ha complessità gravi (che riguardano l’Italia e la fascia dell’Africa del Nord)”. Nel dibattito, poi, è di nuovo intervenuto il direttore Molinari, al quale Alessandra Sardoni ha domandato se la questione terroristica e il traffico dei migranti siano questioni legate tra loro. “È interessante vedere cosa è successo a Daesh in Libia dopo la caduta di Sirte” ha risposto Molinari, per il quale “dopo aver perso Sirte, grazie alle milizie di Misurata, 18 mesi fa, l’Isis non è scomparso, ma si è dissolto. I miliziani si sono ritirati nel deserto della Libia e si stanno riorganizzando. I gruppi sopravvivono perché si camuffano tra le tribù locali.” La grande preoccupazione che i Paesi alleati hanno sulla tenuta dell’Algeria, della Tunisia, secondo Molinari “ha a che vedere con il fatto che il traffico di umani è gestito dalle stesse persone che danno infrastrutture logistiche, anche elementari, ai terroristi. Si sta istaurando una grande fascia di instabilità e illegalità diffusa”. “Lei che è esperta di Cybersicurezza”, ha poi chiesto la moderatrice a Federica Saini Fasanotti, “come valuta questo problema?”. “Il Sahel e il Maghreb”, ha risposto l’esperta, “sono zone nomadi, non controllate (nemmeno Gheddafi ci riusciva). Tutte queste cellule terroristiche si possono spostare senza problemi. I confini sono porosi, si possono scambiare merci. Gli italiani, durante la colonizzazione della Libia, avevano problemi nei confini a Est e Ovest, dove passavano i ribelli e le armi. Questo 70 anni fa. Le cose non sono cambiate. Il problema del terrorismo è endemico e ci vuole una strategia molto più importante di quella utilizzata fin ora, soprattutto dagli Stati Uniti. La guerra con i droni ha grossi limiti”. Sul campo come si muove la diplomazia? La domanda di Alessandra Sardoni, stavolta, era rivolta a Pietro Benassi. “Andando sul campo” è stata la risposta del consigliere diplomatico del premier. “Il presidente del Consiglio credo sia stato l’unico leader mondiale ad andare in Libia. Si è andati in Tunisia, in Algeria. Si continua a fare questa azione, a essere presenti. Al di là del contrasto tecnico, se l’Isis si è dissolto, va consolidata questa dissoluzione, stabilizzando il Paese, diminuendo il disagio della popolazione; bisogna mandare dei segnali che siano premesse di un dialogo politico, bisogna distribuire le risorse dei proventi petroliferi. Questo sarebbe un segnale forte”. “La Libia purtroppo” ha quindi fatto notare Benassi “è un coacervo di questioni aperte. I traffici sono di varia natura, bisogna contarli ma anche pesarli. Alcuni numeri sono stati fatti in maniera enfatica, ma di fatto l’emigrazione ci impatta direttamente dal gennaio 2011, con l’inizio della Primavera Araba. Ci vollero due anni per mettere la questione all’ordine del giorno del Consiglio europeo. All’epoca c’era il problema della Tunisia, ma già era un problema sistemico. Ci trovammo da soli. Ed era chiaro che i migranti chiedevano di andare in Europa, non in Italia. L’Europa ha preso coscienza solo dopo che la Merkel, nel 2015, ha aperto le porte ai siriani. I Paesi del Nord Europa ovviamente si occupano dei movimenti secondari, ma è sui primari che bisogna agire, ponendo un freno senza dare un incentivo. Il regolamento di Dublino era pensato per il “buon tempo”, non per le emergenze, che hanno creato momenti aspri di conflitto all’interno dell’UE. Tuttavia, la questione va europeizzata a tutti i costi”. “Il problema dell’immigrazione” ha concluso Benassi “si risolve con 8/9 misure da prendere contemporaneamente. Corridoi umanitari, protezioni, accoglienze, rimpatri. Serve coesione”. L’ultima domanda prima della chiusura del primo panel è stata poi rivolta a Maria Angela Zappia: come si può muovere l’Italia per quanto riguarda la questione umanitaria, soprattutto in riferimento alla presenza dei campi di detenzione per migranti in Libia. “Sul campo si fa molta diplomazia a tutti i livelli”, ha risposto Zappia. “La Libia è un esercizio di diplomazia continuo. Le Nazioni unite non c’erano in Libia e proprio l’Italia si è spesa per portarcele. La crisi però è pesante e quello che siamo facendo ancora non è sufficiente. La realtà dei campi di detenzione è di antica origine, solo che oggi se ne parla”. (focus\ aise) 

Newsletter
Archivi