6 DOMANDE SULL’EURO-PARLAMENTO AI CANDIDATI ALLE EUROPEE: VERONICA FAVALLI (VOLT), UNA ITALIANA CANDIDATA IN BELGIO – DI ALESSANDRO BUTTICÈ

6 DOMANDE SULL’EURO-PARLAMENTO AI CANDIDATI ALLE EUROPEE: VERONICA FAVALLI (VOLT), UNA ITALIANA CANDIDATA IN BELGIO – di Alessandro Butticè

BRUXELLES\aise\ - Veronica Favalli, 30 anni, di nazionalità italo-croata, ha studiato in Italia, Germania e Croazia. Laureata in Scienze Diplomatiche e Internazionali con focus in Economia e Politiche per lo Sviluppo, ed europeista convinta da sempre, si candida per la prima volta in Belgio alle prossime elezioni per il rinnovo dell’europarlamento (Regione di Bruxelles-Capitale e in tutta la circoscrizione nazionale fiamminga) con Volt, il primo movimento paneuropeo, fondato nel 2017, e candidato alle europee in 8 stati UE (ma non in Italia). Potrà quindi essere votata, oltre che dai cittadini belgi, anche dai cittadini di altri Stati membri dell’UE, residenti in Belgio e che hanno optato per l’iscrizione nelle liste elettorali belghe. Dopo aver vinto una borsa di tirocinio presso la Presidenza del Parlamento europeo, lavora a Bruxelles da 5 anni come policy advisor esperta in politica di coesione, imprenditorialità, internazionalizzazione, accesso al credito, strumenti di finanziamento europei per le imprese.
L’abbiamo intervistata nell’ambito di una serie di incontri con i candidati dei diversi partiti alle prossime elezioni europee.
D. In questi cinque anni, secondo lei cosa avrebbe dovuto fare il Parlamento europeo e non ha fatto?
R. Siamo in campagna elettorale e tutti i partiti sembrano concordi sul fatto che il vero problema del Parlamento europeo sia la mancanza di iniziativa legislativa. Ma cosa hanno fatto i nostri eurodeputati in questi 5 anni? Ritengo che sia inutile fare lunghi elenchi su cosa avrebbe dovuto fare il Parlamento europeo e non ha fatto. Il primo della lista è sicuramente una battaglia forte per riformare le istituzioni europee.
D. Cosa invece ha realizzato di positivo il Parlamento?
R. Tenuto conto del fatto che il Parlamento può solo rispondere agli input legislativi della Commissione europea e che tutte le vittorie sono di fatto condivise col Consiglio, in 5 anni di legislazione ha dato un contributo approvando diverse proposte di rilievo. Tra queste, l’abbattimento delle tariffe del roaming, iniziativa a beneficio diretto dei cittadini. L’introduzione del Fondo di solidarietà (FSUE) per rispondere alle grandi calamità naturali che esprime a pieno la solidarietà europea alle regioni colpite. Più recentemente il Parlamento si è giustamente espresso per aumentare la dotazione dei fondi europei.
D. Secondo lei il Parlamento europeo funziona bene così com'è oppure sarebbe necessaria una riforma che ne aumenti i poteri?
R. Negli ultimi sessant'anni, l’Ue ha ampliato la propria missione da custode della pace in Europa a qualcosa di più significativo. Oggi l’Europa lavora per garantire i diritti, per rafforzare il commercio, per aumentare la prosperità di tutti e per proteggere il nostro patrimonio e l'ambiente. Tuttavia, le ripetute crisi hanno dimostrato che le istituzioni europee non sono in grado di raggiungere gli obiettivi prefissati. L'Unione deve essere riformata perché il futuro risiede in un'Europa federale veramente democratica. In quanto unica istituzione eletta direttamente, per essere veramente efficace e democratico, al Parlamento europeo deve essere consentito il diritto di iniziativa legislativa. Inoltre, per garantire trasparenza e responsabilità, sarebbe necessario impedire riscritture dell'ultimo minuto e accordi sottobanco nonché elaborare le condizioni per la creazione di veri partiti pan-europei.
D. L'Italia conta poco o molto in Europa?
R. Bisogna distinguere tra peso socio-economico-culturale e politico. L’Italia è la settima potenza industriale al mondo, la seconda in Europa, siamo uno dei Paesi fondatori dell’Ue, uno dei più grandi e popolosi. In termini geopolitici l’Italia ha sempre saputo mantenersi in posizione centrale e indipendente, giocando intelligentemente sulla scena internazionale. Nella storia recente, però, non siamo riusciti a parlare con una voce sola e questo ci ha arrecato danni, anche economici. Il demerito di questa situazione lo dobbiamo ai nostri rappresentati politici che non hanno una visione strategica e non riescono a creare le condizioni per fare sistema paese, rovinando così la reputazione dell’Italia trasmettendo un’immagine di instabilità e di pressapochismo nell’affrontare i problemi reali. Le regole della diplomazia internazionale sono rigide e i rappresentanti politici si devono rendere conto che l’attenzione agli interessi del Paese si fa sedendosi ai tavoli dei negoziati qui a Bruxelles e non nei talk-show nazionali.
D. Quale è stato il suo contributo all’Europa e all’Italia in questi anni?
R. Sono sempre stata un’europeista convinta. Fin dalle scuole superiori quando ho scelto di frequentare una delle prime “scuole europee” in Italia (“Liceo europeo sezione Giuridico Economico”), scegliendo poi un percorso universitario improntato sugli studi internazionali ed europei. Ho sempre desiderato un lavoro che mi potesse portare ogni giorno ad avere un impatto positivo sulla realtà socio-economica in cui vivo. A Bruxelles difendo ogni giorno gli interessi del mio Paese, dal lato economico e imprenditoriale, contribuendo alla definizione di testi normativi e sensibilizzando le nostre realtà sull’importanza delle politiche e sulle opportunità di finanziamento europee. Fino a ora il mio contributo è rimasto a livello professionale e personale. Sono entrata in politica perché intendo mettere a disposizione le mie conoscenze, il mio tempo e la mia passione per ridare energia al progetto europeo, rendendo l’Ue più efficiente, efficace e più vicina ai cittadini.
D. Il Parlamento ha votato la riforma del Trattato di Dublino, che affronta il problema dei migranti, ma questa riforma non è operativa. Come giudica la riforma, e come mai c'è questa impasse?
R. La riforma proposta dal Parlamento europeo è un buon inizio per superare le attuali regole previste dal trattato di Dublino e tali modifiche avrebbero già aiutato la situazione nei paesi di primo approdo come l’Italia. Il problema però è l’approccio intergovernativo che è sbagliato e che non permette a queste riforme di passare in Consiglio. Inoltre, manca una politica estera comune. Qui sta la vera differenza di Volt e il suo essere transnazionale. Gli interessi comuni valgono di più degli egoismi nazionali che danneggiano tutti. Quello che dobbiamo capire è che se un Paese dell’Unione ha un problema le conseguenze prima o poi ricadono su tutti, indifferentemente che si tratti di problemi migratori, economici o sociali. (alessandro butticé\aise) 

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