A TRENTO LA CONFERENZA DELLA SOCIETÀ ITALIANA PER LE SCIENZE DEL CLIMA CON 130 ESPERTI DAL MONDO

A TRENTO LA CONFERENZA DELLA SOCIETÀ ITALIANA PER LE SCIENZE DEL CLIMA CON 130 ESPERTI DAL MONDO

TRENTO\ aise\ - Si è aperta all’insegna di Vaia, ieri mattina, nel palazzo della Provincia autonoma di Trento, la Conferenza annuale della Società Italiana per le Scienze del Clima (SISC), un grande evento scientifico che ha visto la presenza a Trento di oltre 130 tra scienziati ed esperti, provenienti dall’Italia e dall’estero. Quest’anno il focus dei lavori, che proseguiranno fino a sabato prossimo, 26 ottobre, è sui cambiamenti climatici.
La scelta di Trento quale sede della conferenza è stata motivata dalla bellezza della città e dei suoi dintorni, dalla presenza di centri di ricerca e attività, scientifiche e divulgative, legate alla climatologia, all’ambiente e al tema dei cambiamenti climatici, ma anche dal fatto che il territorio è stato duramente colpito, un anno fa, da un evento “estremo”, la tempesta Vaia.
La conferenza si è aperta però con una relazione su un tema “trasversale”, quello della comunicazione, che ovviamente impatta sia sulle attività degli esperti che sulle decisioni dei governi e delle amministrazioni pubbliche, oltre che sui comportamenti individuali. A parlarne è stato James Painter della Oxford University, che dopo avere esaminato brevemente la grande trasformazione che sta avvenendo nel mondo dei media, con la crisi della carta stampata e in parte anche delle tv, e la crescita del ruolo dei social media, si è soffermato su alcuni concetti “problematici”, quelli di complessità, incertezza e rischio.
L’incertezza è insita nella complessità dei problemi affrontati e dei fattori da prendere in considerazione, ed è parte integrante dell’approccio scientifico, che cambia e si evolve nel tempo, ma il suo impatto sulla audience dei fruitori dell'informazione e quindi sui comportamenti – individuali e collettivi – è basso. Non a caso il suo utilizzo è in calo, mentre cresce il ricorso al concetto di “rischio”, in particolare quello che si corre non facendo nulla né sul piano della riduzione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera, responsabili del riscaldamento globale, né sul piano dell’adattamento ai cambiamenti che comunque sono già in atto. Ma attenzione: a volte il cortocircuito mediatico produce forzature anche quando è armato dalle migliori intenzioni.
È il caso di uno “slogan” reso molto popolare dalle manifestazioni pubbliche e mutuato da alcuni titoli di testate autorevoli, che facevano riferimento ai lavori della IPCC, il Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici dell’ONU, l’organismo più autorevole a livello mondiale: abbiamo 12 anni per salvare il pianeta. In realtà nei lavori della IPCC non si era detto esattamente questo, era emerso invece che per contenere il surriscaldamento globale bisognava ridurre le emissioni di CO2 entro il 2030 del 45%. L'enfasi non era sui 12 anni, anche perché questo potrebbe avere degli effetti negativi. Gli sforzi per ridurre le emissioni, infatti, vanno realizzati già ora, mentre il grande pubblico potrebbe intendere: abbiamo ancora 12 anni di tempo per muoverci.
Sul versante più strettamente giornalistico, i problemi comunque sono molteplici. Da un lato la riduzione dei volumi di business e lo spostamento progressivo degli investimenti pubblicitari verso il web ha sottratto risorse alle testate, limitando ad esempio il ricorso a giornalisti esperti e rendendo più difficile il controllo sulla qualità delle notizie, “minato” alla base dal diffondersi, specie sui social media, delle fake news. Dall’altra è insita nel lavoro giornalistico la difficoltà di comunicare concetti come complessità e incertezza, soprattutto in un lasso di tempo ristretto (o in spazi ristretti), unita alla mancanza di conoscenze specifiche da parte del grande pubblico e così via. (aise) 

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