DIALETTO E INTEGRAZIONE - DI RAFFAELE DE ROSA

DIALETTO E INTEGRAZIONE - di Raffaele De Rosa

ZURIGO\ aise\ - “Tempo fa mi trovavo nella mia cittadina di origine in Italia. Era la giornata del mercato grande, mi trovavo seduto in un bar del centro ed osservavo con curiosità il via vai delle persone. Insomma… si trattava della classica situazione del turista dell’Europa centrale o settentrionale alla ricerca dei comodi stereotipi sull’Italia. C’erano perfino la tazzina di caffè fumante sul tavolino e il sole che riscaldava la piazza. Quel giorno, tuttavia, ho avuto chiara la percezione dell’avvicinamento di quella cittadina della provincia veneta agli ambienti plurilingui e multiculturali che frequento per lavoro o privatamente in Svizzera. Il quadro che mi si presentava davanti non era perfettamente compatibile con l’immagine che alcuni, oggi, vorrebbero avere dell’Italia”. Così scrive Raffaele De Rosa che parla di dialetti, lingua e integrazione ne “La lingua batte…”, rubrica che cura per “La Rivista”, mensile diretto a Zurigo da Giangi Cretti.
“Quando andai via gli stranieri che vivevano in quella cittadina erano veramente pochi. Poi, con il tempo, mi sono accorto che le cose stavano cambiando. Oltre al dialetto locale per le strade della cittadina si è iniziato a sentire il suono di altre lingue. Naturalmente tra di esse c’era anche l’italiano, la lingua che dovrebbe unire un po’ tutti, ma il suo uso spontaneo in quel territorio non è affatto scontato. La locale realtà linguistica quotidiana, infatti, rimane ancora prevalentemente dialettofona ed è paragonabile a quello che avviene nella Svizzera germanofona dove la conoscenza (anche solo passiva) dello Schwyzertüütsch è molto utile per “sopravvivere” senza dare troppo nell’occhio come straniero.
Quel giorno ho visto una signora anziana che camminava lentamente appoggiata al braccio di una donna più giovane, probabilmente dell’Europa orientale. Si trattava quasi sicuramente di una badante. Le due donne si sono fermate davanti a me e l’anziana si è voltata verso l’altra signora iniziando a parlare in dialetto stretto. La donna più giovane, senza batter ciglio, ha ascoltato attentamente le parole dell’anziana e, alla fine, le ha risposto in un italiano più che accettabile.
Questo dialogo misto in dialetto e italiano è andato avanti per un po’ di tempo e le due signore si capivano benissimo. Entrambe stavano usando una strategia di comunicazione normale anche tra moltissimi Italiani. La badante straniera sembrava perfettamente integrata… con il dialetto locale.
Pochi giorni dopo ho parlato di plurilinguismo con una signora straniera residente da diversi anni nella cittadina dolomitica dove sono nato. Il suo italiano era ottimo.
“Io ho tre figli che crescono plurilingui”, mi ha detto.
“E che lingue vengono parlate in casa?”, le ho chiesto.
“L’arabo standard perché è importante saperlo. Poi c’è il francese, l’altra lingua di riferimento del mio Paese di origine. Oggi i miei figli parlano comunque soprattutto l’italiano in casa perché è la lingua del Paese dove sono nati e vivono. È giusto che sia così anche se qualche volta hanno delle difficoltà a trovare le parole giuste quando devono comunicare con i nonni. Io, in questo caso, sono pronta ad aiutarli sempre”.
“Si tratta di situazioni per certi versi simili a quelle che ho vissuto io nella mia famiglia, anche se in un Paese diverso e con altre lingue di riferimento. Per esempio, in Svizzera ho dovuto fare i conti con una serie di dialetti tedeschi che vengono usati praticamente in tutte le situazioni, perfino in quelle formali. All’inizio ho avuto seri problemi a orientarmi linguisticamente, ma alla fine mi sono adattato”.
“Per la verità i miei figli parlano anche il dialetto locale sia tra di loro che con gli amici. Alcuni di questi ragazzi non sono nemmeno di origine italiana ma usano il dialetto senza problemi. Io lo sto imparando dai miei figli e adesso sono in grado di capirlo quando, soprattutto gli anziani, lo parlano con me. Qualcuno perfino mi sorride con simpatia se dico qualche parola in dialetto. Altri, invece, mi guardano male”.
Molti pensano che l’integrazione degli stranieri passi quasi esclusivamente attraverso l’apprendimento (soprattutto scolastico) delle lingue standard. Io sono convinto, invece, che in certe zone, non solo in Italia o in Svizzera, il processo di integrazione passi anche attraverso la conoscenza delle varietà dialettali locali.
Il “purista” brontolone di turno che si lamenta dell’accento (o di altro), comunque, si troverà sempre. Basta ignorarlo!”. (aise) 

Newsletter
Archivi