GLI IGNAVI DI SEMPRE - DI MARCO ONORATO

Gli ignavi di sempre - di Marco Onorato

GINEVRA\ aise\ - “Si può abbracciare il dolore struggente ed immutato, riconoscerne la rabbia dolente per un'ingiustizia immane, affacciarsi sull'abisso in cui nel '900 l'umanità è precipitata? Sullo sfondo doloroso e doveroso di memoria delle commemorazioni per la Giornata della Shoah, è necessario sgombrare il campo dalle convenzionalità ed avviare una riflessione coraggiosa sulle diversità identitarie di una società che si professa pluralista che non deve banalizzare le memorie, confondendole in un'equivalenza etica e conformistica che accomuna lo sterminio degli ebrei ad altre stragi dell'età contemporanea, così da diminuirne l'importanza e negarne l'unicità”. Così scrive M Onorato sul “Giornale italiano”, pubblicazione del CAIG - Coordinamento Associazioni Italiane di Ginevra – diretto da Giovanni Paggi.
“Dobbiamo sempre tenere a mente che la Shoah è stata pensata in uno stato progredito culturalmente che ha messo a punto una macchina industriale della morte di massa secondo una logica scientifica ed economica in grado di istigare odio per il mito del potere ebraico e di identificare l'obiettivo dei persecutori e la "colpa" delle vittime in una sola dimensione: quella di essere ebrei.
Questo archetipo antigiudaico di radice cristiana ripreso dall'antisemitismo moderno è sempre diffuso e neanche tanto taciuto. La dottrina del razzismo che ha preceduto la Shoah e che purtroppo le sopravvive, invita a dimenticare e a guardare al futuro, mettendo sullo stesso piano vittime e carnefici. Se ricordare la specificità della Shoah è espressione di umanità, conoscere è segno di civiltà, è saper trarre lezione dal male per volgerlo al bene, è capire per accostare memorie diverse che non si equivalgono, semmai si confrontano contro l'oblio e l'indifferenza.
Oggi stiamo accettando senza scomporci più di tanto, complice anche un'informazione frettolosa che tutto assimila e confonde, la ricomparsa di simboli nazisti nelle nostre città, la denigrazione della parola ebreo, gli insulti indirizzati agli ultimi sopravvissuti, come quelli rivolti da Salvini alla senatrice Liliana Segre in Parlamento, l'abuso di termini come "soluzione finale", applicato con leggerezza a nuove orribili ingiustizie, i raid filo-nazisti alle conferenze on line per le celebrazioni della giornata della memoria o in ultimo le magliette dei dimostranti a Capitol Hill con la scritta 6MWE, acronimo inglese che vuol dire “Sei milioni di morti non sono abbastanza”?.
In questo clima di confusione e qualunquismo in cui negazionismi, razzismi e neonazismi sono aumentati esponenzialmente, soprattutto in rete, tracimando poi nella società, è legittimo chiedersi quale mondo stiamo consegnando alle future generazioni? Quanti negano la pandemia, cioè la scienza, spargendo dubbi sui social, spesso negano anche la Shoah, cioè la storia.
Gli aguzzini dei campi di sterminio erano persone comuni, amorevoli in famiglia e spesso ipocriti cristiani. Oggi i nuovi aguzzini sono tra la gente per strada, cittadini medi, anonimi compulsivi di social che sostengono tutto e il contrario di tutto, forti anche di una crisi politica aperta in piena pandemia.
Sono populisti democratici in cerca di un capro espiatorio, chiunque può essere identificato con il nemico che pochi anni fa era il meridionale con la valigia di cartone, adesso è il “negro” che ci invade dall’Africa o il “ladro della casta”. Serve la memoria di ciò che è stato.
Quando la società occidentale ha dimenticato il prezioso insegnamento della ciclicità intrinseca alla natura e al tempo e ha smesso di guardarsi indietro, fin troppo fiduciosa nel proprio progresso lineare, ha permesso il risveglio di quei pericolosi nazionalismi che più di una volta hanno portato a disastrosi conflitti, alla costruzione di muri, ai porti chiusi, alle frontiere che si chiudono in faccia ai disperati delle rotte balcaniche.
“La storia ci ha insegnato che la colpa non è univoca, né assoluta, giace nell’estrema, spaventosa e pericolosa banalità del male”.
La filosofa ebreo-tedesca Hannah Arendt sostiene nel suo straordinario testo “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” che l'estrema pericolosità del male non è insita nella malvagità stessa ma piuttosto nella mediocre normalità di uomini e donne, ignavi come Eichmann che pur non essendo maligni, non hanno avuto una morale abbastanza forte da contrastare l’ingiustizia e l’intolleranza. Ignavi. Uomini mediocri che hanno agito per piccoli interessi particolari senza avere le capacità, l’onestà intellettuale o la coscienza di riflettere sulle conseguenze delle loro azioni. L'intera popolazione anche chi non era né razzista, né antisemita, accettando passivamente ciò che stava accadendo, ha permesso ad Hitler di realizzare il suo progetto.
Gli ignavi sono i veri colpevoli delle follie naziste. E sono ignavi i mediocri di oggi, populisti che istigano all’odio un elettorato frustrato e poco istruito, elettori fanatici del carismatico leader di turno, politici opportunisti, indolenti che non denunciano le situazioni di illegalità.
“Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si ‘espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale” scrive Arendt.
Di fronte alla pervasività del male, si deve evitare il rischio dell'assuefazione alla violenza, che sia verbale, fisica o psicologica e preoccuparsi fortemente se un partito politico costruisce il proprio programma sulla base della ricerca di un capro espiatorio per convincere una popolazione impoverita che sia colpa di una particolare minoranza etnica o religiosa. E il guaio di non essere Hitler, ma Eichmann, “è che di uomini come lui ce n’erano tanti e questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali,” e che, scrive Arendt, “quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee, possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo””. (aise) 

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