INVERTIAMO LA ROTTA: RITORNIAMO UMANI! IL PRESIDIO DI GIR - GIOVANI ITALIANI IN RETE DI FRONTE AL CONSOLATO DI BASILEA

INVERTIAMO LA ROTTA: RITORNIAMO UMANI! IL PRESIDIO DI GIR - GIOVANI ITALIANI IN RETE DI FRONTE AL CONSOLATO DI BASILEA

BASILEA\ aise\ - I Giovani Italiani in Rete – GIR - progetto lanciato dal Comites di Basilea per dare un seguito al seminario di Palermo promosso dal Cgie - hanno organizzato e partecipato al Presidio in solidarietà nei confronti di Carola Rackete svoltosi ieri, 3 luglio, a Basilea. I partecipanti avrebbero voluto consegnare alla Segreteria consolare una lettera indirizzata al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Italiana, senza tuttavia riuscirci. Pubblichiamo di seguito le considerazioni dei giovani italiani e il testo della lettera.
INVERTIAMO LA ROTTA: RITORNIAMO UMANI
“Tutti quelli che sono qui mi approverebbero, se il timore non frenasse le lingue. Ma la tirannide fra molti altri vantaggi ha anche quello di fare e dire ciò che vuole”. (Sofocle, Antigone)
Nella notte tra il 28 e il 29 giugno, dopo quattordici giorni di tergiversazioni da parte dell’Ue e dopo la biasimevole ammissione d’incapacità da parte della Corte Europea dei Diritti Umani, Carola Rackete, Capitana della ong Sea Watch 3, approdando a Lampedusa malgrado il divieto del Ministro dell’Interno italiano, ha fatto solo il proprio dovere per salvare le vite di 42 donne e uomini stremati.
Sottoposta per quattro giorni agli arresti domiciliari per il reato di resistenza e violenza a nave da guerra – accusata di non aver rispettato l’alt di una motovedetta della Guardia di Finanza e di averla “speronata” durante la manovra di attracco. Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Agrigento, Alessandra Vella, nella serata di Martedì 2 luglio non convalida il fermo della comandante e nell’ordinanza, con la quale ne decreta la scarcerazione, va oltre, dichiarando che la comandante della Sea Watch ha agito nell’“adempimento di un dovere di soccorso il quale non si esaurisce nella mera presa a bordo dei profughi ma nella loro conduzione fino al più vicino porto sicuro”.
La decisione di Carola Rackete di forzare il divieto di approdo risponde, dunque, all’obbligo di prestare soccorso e prima assistenza agli stranieri giunti, sul territorio nazionale, a seguito di un salvataggio in mare. Il provvedimento del gip di Agrigento ripristina il primato del diritto rispetto a quello della forza.
Come spiega dettagliatamente il gip nel provvedimento suddetto, il diritto è dalla parte della Capitana, illegale (e disumana, aggiungiamo) sarebbe infatti stata la sua condotta qualora non si fosse assunta la responsabilità di portare in salvo le vite dei naufraghi soccorsi in mare. Il Giudice, ancora, attraverso il richiamo a norme internazionali cogenti, dimostra sia l’illegittimità della pretesa di chiudere i porti da parte del Ministro dell'Interno, sia del divieto finale di attracco della Sea-Watch dopo 15 giorni di attesa, ripristinando così l’equilibrio dei valori e la prevalenza dell’incolumità della vita umana. Inoltre, la Capitana non ha praticato nessuna resistenza e violenza a nave da guerra «le navi della Guardia di Finanza» si legge ancora nell’ordinanza, «sono navi da guerra solo quando operano fuori dalle acque territoriali o in porti esteri», circostanza evidentemente diversa da quella di Lampedusa. Sullo «speronamento» della motovedetta, invece, la gip interviene dichiarando che: «da quanto emerge dalla visione dei video il fatto deve essere notevolmente ridimensionato nella sua portata offensiva».
La scarcerazione di Carola Rackete ristabilisce un senso civile e profondamente umano all’agire di questa moderna Antigone che si è assunta la dura responsabilità di portare in salvo 42 vite umane. Il tentativo di trasformarla in un "nemico dell’umanità”, definendola “pirata”, ovvero nemica degli stati perché ha ritenuto suo compito e dovere salvare vite umane è stato respinto. Nonostante l’ordinanza di scarcerazione del Tribunale di Agrigento, la Procura procede separatamente a carico della Capitana per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. I problemi restano. Resta la gogna sessista e razzista messa in atto dal Ministro dell’interno italiano, scagliatosi rabbiosamente e con gli epiteti più scabrosi nei confronti della Capitana, resta la sua folle reazione nei confronti della Legge, prima da lui stesso invocata e poi contestata, intimando al gip di svestire i panni da Magistrato.
Resta l’assordante silenzio, quando non aperto sostegno, di molti italiani e italiane.
Resta il tentativo manifesto di trasformare la solidarietà in un reato e legittimare un nuovo tipo di guerra, quello diretto alla vita e all’umanità di tutte e tutti noi. Per questi motivi, nonostante la notizia della scarcerazione di Carola Rackete giunta nella serata di Martedì a Basilea, così come a Ginevra, si è deciso di confermare il presidio per la giornata del 3 luglio in solidarietà alla Capitana della Sea Watch, che si ricollega alle numerose iniziative organizzate in tutta Europa dalle comunità italiane e non, sotto la sigla #Freedom for Carola Rackete.
Il presidio di Basilea, svoltosi dinanzi al Consolato italiano, ha ribadito la necessità di una liberazione “senza se e senza ma” di chi opera per la salvaguardia e la salvezza di vite umane, che altro non è che la liberazione di tutte e tutti noi dall’odio e dall’orrore. I partecipanti con la loro azione hanno cercato, in mezzo ai debordanti tentativi razzisti, di stabilire un filo rosso di solidarietà tra chi, da una parte e l’altra del mare, vive situazione di precarietà e povertà.
Hanno agito nel tentativo di ripristinare quelle “leggi del Cielo non scritte che non da oggi e da ieri, ma da sempre, sugli uomini si ergono immortali” ovvero rifiutare la legittimazione del discorso dell’odio e rigettare la disumanità fra donne e uomini liberi ed eguali.
Diversi cartelli nelle mani di ragazzi e ragazze presenti riportavano l’imperativo, che suona come una preghiera “Restare Umani”, ovvero non accettare e non abituarsi all’orrore. Altri chiedevano “Porti Aperti” per aprire ad un’altra politica delle migrazioni e dell’accoglienza, a politiche di libera circolazione delle persone, uniche alternative ai vincoli differenziali su base razziale, nazionale e sessuale. Il messaggio che il presidio di ieri ha voluto veicolare è semplice quanto lapidario: la rotta va invertita, bisogna ritornare umani!
Al termine del Presidio i partecipanti hanno tentato di consegnare alla segreteria consolare del Consolato italiano di appartenenza un documento di protesta per la vicenda che ha viste tristemente protagoniste la Capitana Carola Rackete e la ong Sea Watch 3; lettera diretta al Ministero degli Affari Esteri italiano. Dinanzi all’indisponibilità del Consolato a riceverli, i partecipanti all’iniziativa hanno depositato il documento e hanno sciolto il presidio.
Questo il testo del documento che avremmo voluto consegnare al Consolato.
“Carola Rackete è libera, non dovrà più sottostare agli arresti domiciliari nè subire alcuna misura cautelare preventiva, di fascista memoria, per aver scelto e praticato la salvezza di 42 donne e uomini.
Resta lo sdegno e la necessità di far sentire la nostra voce per i quattro giorni di fermo che Carola Rackete ha dovuto subire, per la gogna sessista e razzista messa in scena in Italia, semplicemente per il coraggio di aver portato in salvo vite umane nel porto più sicuro, non essendo, come ha sottolineato il gip di Agrigento e come la cronaca libica ci conferma, i porti della Libia e della Tunisia considerati tali. Per quanto l’annullamento di qualsiasi misura preventiva nei confronti della Comandante Rackete sia una vittoria per la solidarietà internazionale, resta in piedi il processo che la vede indagata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per il quale il 9 Luglio dovrà sottoporsi nuovamente ad interrogatorio. Non stupisce, poi, che il prefetto di Agrigento in serata abbia firmato l’espulsione per Carola, rispondendo agli ordini di un infastidito capo del Viminale che prima si erge a difensore della Legge per poi contestarla quando questa interviene nella propria sancita autonomia. È evidente quanto il Vice Premier Salvini non accetti di buon grado la divisione dei poteri e l’indipendenza della Giustizia, sancite dalla Costituzione Italiana e su cui si basa la moderna Democrazia.
Lo ribadiamo, la solidarietà e la salvaguardia di vite umane non può essere processata, chiediamo dunque la libertà senza se e senza ma per Carola Racket.
Contro il siparietto sessista e razzista messo in piedi dal Governo Italiano, contro pseudo-decreti che vorrebbero incatenare la solidarietà fra donne e uomini liberi, siamo stati oggi dinanzi al Consolato d’Italia in Basilea, rappresentanza di nostra appartenenza, a chiedere a gran voce la fine di queste politiche razziste e la libertà per Carola senza e senza ma e per quanti e quante come lei credono che il movimento di popoli liberi ed eguali sia, oltre che necessità storica, diritto e dovere da difendere e preservare.
Andiamo avanti, nessun processo all’azione umanitaria in mare!
Rete Restiamo Umani Basilea”. (aise) 

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