"L’ARCHITETTRICE" DI MELANIA MAZZUCCO - DI RITA SACCONI

"L’ARCHITETTRICE" DI MELANIA MAZZUCCO - di Rita Sacconi

ROMA\ aise\ - Di recente si registra un imprevisto interesse, soprattutto di studiose e scrittrici, verso le donne artiste, ignorate dalla storia dell’arte.
Melania Mazzucco con il suo romanzo storico "L’architettrice" (Einaudi, pp. 556, euro 22) ha scoperto e ci ha permesso di conoscere Plautilla Bricci, prima donna architetto a Roma e nel mondo occidentale. Dimenticata finanche dalla Storia con la maiuscola, benché artisti suoi contemporanei, quali Bernini, Borromini, Romanelli e altri, le riconoscessero qualità e capacità.
Plautilla, nata nel 1616, era figlia di Giovanni Briccio, soprannominato "Giano Materassaio" per il lavoro che svolgeva nella bottega del suo severo padre.
Fin dall’infanzia Briccio manifestò un grande interesse per lo studio e da autodidatta imparò il greco, il latino, la matematica e le scienze.
Divenne pittore, drammaturgo e musicista, senza grande successo ma riuscì a trasmettere le sue conoscenze a quella figlia che lo assistette fino alla fine dei suoi giorni.
Anch’ella fu un'ottima pittrice, al punto di essere ammessa all'Accademia del disegno di San Luca grazie ai suoi "meriti e alla valutazione delle sue qualità personali". Ma lei, come suo padre, era un’eclettica e quindi interessata e attenta a ogni forma d’arte.
Osservò e spesso entrò in contatto con pittori e architetti di genio che operavano a Roma, grazie anche al mecenatismo di un papato corrotto e spendaccione che caricava di tasse la povera gente riducendola alla fame e alla miseria.
Il suo amore per l’arte, tuttavia, le costò un prezzo da pagare.
Per conquistarsi, a sua volta, un ruolo fra i geni della Roma di Urbano VIII e Alessandro VII, dovette rinunciare al matrimonio, al piacere di avere figli da stringere fra le sue braccia anche se proiettò il suo desiderio verso quelli di Albina, la sorella amatissima. Ma il suo sacrificio non fu vano.
Con l’aiuto di Elpidio Benedetti, un abate del Cardinal Mazzarino che diventerà l’uomo più importante della sua vita, poté ottenere incarichi di grande prestigio. Tra questi, due opere le hanno dato la fama nel corso della sua vita: il progetto architettonico della Villa Benedetta presso la porta di San Pancrazio, chiamata per la sua forma il Vascello, e quello della Cappella di San Luigi Re di Francia nella chiesa di San Luigi dei Francesi, la cui decorazione barocca era assai vicina al Bernini. E, sebbene il potente architetto non le riconoscesse pubblicamente i meriti artistici, quando egli si occupò del restauro della chiesa di Santa Maria in Montesano, le permise di collocare sull’altare la sua Madonna con bambino.
Ma l’ambizione di Plautilla era tuttavia un’altra: trasformare un disegno in pietra.
"Per quanto ne sapevo, una donna non lo aveva mai fatto. Non esisteva nemmeno una parola per definirla". E perciò fu lei per prima a firmarsi come architettrice.
Il progetto per la costruzione del Vascello fu per Plautilla tutto ciò che l’arte aveva rappresentato nella sua vita, ma fu anche motivo di grande delusione. Elpidio che gliela aveva commissionato, nello scrivere una guida per i visitatori dell’edificio, si guardò bene dal rivelare che la Bricci ne era l’autrice e ne attribuì il progetto al fratello di lei Basilio. La sua spiegazione fu che "il mondo non è pronto per accettare che una donna costruisca la casa per un uomo. Una cappella sì, perché è l’anima, un’offerta a Dio, ma una casa è il corpo vivo dentro di te (…) È una cosa troppo intima per condividerla. Deve restare nostra".
Plautilla aveva capito, ma non lo aveva mai più perdonato.
La sua sarà una lunga vita che attraverserà l’intero Seicento e dovrà affrontare con forza e coraggio la morte di tutte le persone da lei amate.
Villa Benedetta, invece, le sopravvisse per più di due secoli.
Resisterà nel suo splendore fino al 1849 quando sarà bombardata dell’esercito francese chiamato dal Papa per respingere i patrioti della Repubblica Romana, asserragliati nella Villa a impedire l’ingresso in città delle truppe nemiche dalla porta di San Pancrazio.
Il romanzo della Mazzucco è immenso, come giustamente lo ha definito Alberto Asor Rosa che considera l’autrice una delle voci principali della narrativa italiana.
La sua opera è un eccezionale affresco storico, frutto di un attento studio che si è protratto per ben dieci anni prima di diventare romanzo. Ha saputo descrivere con grande maestria la Roma del Seicento con tutti i suoi protagonisti e ci ha fatto conoscere la vita di un popolo romano vessato dai soprusi e vittima di carestie, malattie e miseria. Ci ha resi anche empatici con gli italiani giunti da ogni parte della penisola per difendere la neonata Repubblica pagando con la vita i loro ideali. (rita sacconi\aise)


Newsletter
Archivi