"LEO YENI. AN ARTIST’S PAPER LIFE" IN MOSTRA A NEW YORK

"LEO YENI. AN ARTIST’S PAPER LIFE" IN MOSTRA A NEW YORK

NEW YORK\ aise\ - Si potrà visitare sino al 26 febbraio a New York la mostra "Leo Yeni. An artist’s paper life", organizzata da Casa Italiana Zerilli Marimò in collaborazione con il Centro Primo Levi.
Curata da Cynthia Madansky e ospitata negli spazi di Zerilli Marimò presso la New York University.
In mostra fino al 26 febbraio l’esposizione presenta i disegni che lo stesso Yeni realizzò nel campo di internamento, i suoi quaderni di schizzi con annotazioni su architettura, storia dell’arte e arti decorative, schizzi, dipinti, fotografie di famiglia e documenti ufficiali.
Leo Yeni aveva 23 anni nel 1943, quando l’Italia si arrese agli Alleati e precipitò nel caos della guerra civile. Il viaggio che alla fine lo avrebbe portato a New York insieme a migliaia di rifugiati e sopravvissuti, iniziò a Milano dove, da giovane, aveva studiato all’Accademia d’Arte di Brera. Lì imparò ad amare l’arte e, nel pieno della narrativa nazionalistica del regime fascista, apprese che l’arte era profondamente italiana, perché radicata negli splendori dell’antica Roma, e, prima ancora, dell’antica Grecia.
L’Italia e la Grecia erano i Paesi in cui ebbero i natali i genitori di Leo, così come testimoniano i riferimenti di centinaia di note e schizzi che egli annotò su carta ovunque potesse, durante gli anni scolastici, dopo la sua espulsione dall’Accademia nel 1938 e poi durante il suo volo per Lla Svizzera dopo l’8 settembre 1943.
Di carta conservò anche centinaia di notifiche, registrazioni, certificati, rapporti di polizia, decreti ministeriali, avvisi di entrata e uscita, che definivano la famiglia degli Yeni priva della protezione accordata dalla legge agli altri cittadini, come individui che potevano essere cancellati senza lasciare alcuna traccia. Potevano lavorare, andare a scuola, consolidare forti amicizie, ma le loro vite erano in definitiva di carta.
Leo Yeni nacque in Italia nel 1920. Suo padre, Isac, vi si era trasferito da Salonicco nel 1912, dopo l’inizio della guerra italo-turca, e in Italia fece carriera come contabile presso la Banca Commerciale. La madre di Leo, Pia Della Torre, era nata a Livorno da una famiglia originaria della Toscana, dove viveva da secoli, ma per via delle leggi in vigore allora perse la cittadinanza italiana dopo aver sposato Isac nel 1917.
Un certificato del Registro dei cittadini di Milano del 2010 indica che il suo nome era stato rimosso dal censimento della città nel 1954, a causa della "accertata irreperibilità" della cittadina "greca". Qualcosa si era smarrito sulla scia di carta italiana. Infatti, secondo documenti ufficiali, nel 1938, quando Mussolini e il re promulgarono le leggi razziali contro gli ebrei, insieme a circa 50.000 ebrei, gli Yeni persero i loro mezzi di sostentamento e i diritti. Come ebrei stranieri, furono espulsi e fu chiesto loro di lasciare il Paese entro il 12 marzo 1939, ma non avendo un posto dove andare rimasero in Italia, trasferendosi nelle campagne dove la loro presenza sarebbe stata meno evidente. Furono arrestati vicino a Varese nel 1944, detenuti a Milano e deportati ad Auschwitz dove entrambi trovarono la morte: Pia aveva 63 anni, Isac 75.
Pochi giorni prima dell’arresto, la famiglia stava organizzando la partenza di Leo per la Svizzera. Attraversare il confine era difficile, pericoloso e oneroso. Dopo il novembre 1943, quando la polizia della Repubblica Sociale Italiana emise il mandato di arresto contro tutti gli ebrei presenti sul territorio italiano, migliaia di persone si ritrovarono bloccate in balia della caccia all’uomo nazista. Tra i 44.000 italiani che trovarono rifugio in Svizzera, inclusi civili e militari, c’erano circa 4.500 ebrei. Molti altri, tuttavia, furono respinti dagli svizzeri o venduti dalle guide che avevano assunto per l’attraversamento spesso impervio.
In questa circostanza, Leo Yeni si preparò a prendere la strada per Lugano e Bellinzona dalla zona montana vicino a Varese. Nel suo diario descrisse in dettaglio la preparazione e l’addio ai genitori, a sua zia e alla loro padrona di casa.
In Svizzera Isac aveva un cugino, Isac de Abravanel, che poteva aiutare Leo, il quale era già miracolosamente sfuggito a una retata importante. Con l’aiuto iniziale di una guida e una mappa, Leo attraversò le montagne coperte di neve. Dopo alcuni giorni di viaggio, perse la strada e finì sul lato italiano del confine, ma alcuni incontri fortunati gli permisero di nascondersi dalla milizia fascista e dalle SS tedesche. Decise di tornare indietro, ma quando arrivò a casa apprese che i suoi genitori erano appena stati arrestati.
Si preparò ad un nuovo viaggio, questa volta con una guida fino a Lugano, dove finalmente arrivò. Tramite l’aiuto di suo zio, Leo trovò alloggio. Non aveva altra scelta che fare rapporto alla polizia e chiedere di essere internato in un campo profughi. Fu arrestato per la prima volta e messo in prigione per un breve periodo. Dopo l’approvazione della sua richiesta di asilo, fu trasferito in un campo temporaneo a Bellinzona e, infine, nel campo di internamento di Untervaldo.
In internamento, Leo conquistò uno spazio tutto suo per continuare a disegnare e scrivere, documentando giorno per giorno, su carta, con testi e parole, eventi, relazioni umane, emozioni, aspirazioni che fiorivano e fremevano nel piccolo mondo di quel campo lontano dalla società.
Nel 1945, Leo fu ammesso all’Ecole d’Art La Chaux-De-Fonds dove studiò l’acquaforte e altre tecniche artistiche.
Finita la guerra, rimasto solo, senza famiglia e lontano dal suo Paese, decise di voler continuare la sua strada di artista. Mentre, liberata Roma, iniziava la ricerca dei deportati e cominciava ad emergere l’enormità della tragedia dell’Olocausto, a Leo fu offerta l’opportunità di emigrare negli Stati Uniti.
Nel gennaio del 1946, il suo amico Dante, che aveva incontrato a Camp Unterwalden, gli scrisse: "Andare in America, sarebbe un’occasione meravigliosa per te. Non perdi nulla se non torni in Italia. […] Ascolta il tuo vecchio Dante, vai in America e, se non puoi, cerca di rimanere in Svizzera. Ci vorranno anni prima che le cose migliorino qui. Mi sento piuttosto giù, in un certo senso, era meglio quando era peggio. I miei desideri erano tutti di tornare in Italia. Ora, vorrei solo andarmene. Arrivederci, caro Leo, tutto il meglio per te".
Leo Yeni si trasferì negli Stati Uniti nel 1946 e lì si affermò come designer e artista. (aise)


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