L'ITALIANO NELLE COMUNITÀ STORICHE DA GIBILTERRA A COSTANTINOPOLI: LE LINGUE D’ITALIA A NIZZA E NEL NIZZARDO – DI FIORENZO TOSO

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ROMA\ aise\ - Prosegue sul magazine online della Treccani il viaggio “nel tempo e nello spazio alla ricerca delle "Italie" e degli "italiani" (varietà di lingua e generazioni di persone) che sono esistiti e in parte esistono ancor oggi fuori dei confini nazionali” curato da Fiorenzo Toso. Dopo l’introduzione con l’articolo “Le lingue d'Italia fuori d'Italia”, questo ciclo di approfondimenti su “Europa e Mediterraneo d'Italia. L'italiano nelle comunità storiche da Gibilterra a Costantinopoli”, continua con il contributo che Toso dedica a “Le lingue d’Italia a Nizza e nel Nizzardo”. Ne riportiamo di seguito la versione integrale.
“La cessione volontaria di Nizza e del suo territorio alla Francia, col Trattato di Torino del 24 marzo 1860, ratificato poi da un plebiscito celebratosi il 15-16 aprile, è un episodio controverso del Risorgimento italiano, il “male minore” attraverso il quale i Savoia ebbero il via libera da parte di Napoleone III per portare a termine il processo di unificazione della Penisola. Certo è che Nizza era all’epoca, e almeno già dal Cinquecento, una città di cultura prevalentemente italiana, per quanto il francese vi fosse molto diffuso, e che una cultura di lingua italiana continuò ad esprimervisi per diversi decenni, fornendo indirettamente una base d’appoggio alle rivendicazioni dell’irredentismo fascista sull’antica Contea e sui territori fino al Varo, assunto a “confine naturale” tra l’Italia e la Francia.
Una varietà di provenzale
“Cultura italiana”, però, non significa automaticamente “lingua italiana”, soprattutto a livello di usi parlati tradizionali: in italiano a Nizza si scrisse, e molto, e certamente vi fu una componente italofona attiva ancora dopo l’annessione (o unione, a seconda dei punti di vista) alla Francia, ma la parlata locale, per quanto non priva di influenze piemontesi e genovesi, è inequivocabilmente di tipo occitanico, e rappresenta una varietà di provenzale che, insieme ad altri dialetti dello stesso ceppo, è parlata sul territorio di gran parte dell’attuale dipartimento delle Alpi Marittime.
Ai tempi in cui Mussolini sognava di “riprendersi” la città, così, il mite glottologo Matteo Bartoli, interpellato in proposito, dovette risolversi a utilizzare la salomonica formula secondo cui indiscutibilmente “il nizzardo è più provenzale che ligure” ma è nondimeno “più italiano che francese”, volendo segnalare con ciò un (peraltro ormai discutibile, all’epoca) orientamento della parlata locale verso modelli culturali, più che strettamente linguistici, di provenienza cisalpina.
Il roiasco
Vero è però che una parte dei territori passati alla Francia nel 1860 parla (o parlava) effettivamente dialetti liguri: sono i comuni della media val Roia, ossia Saorgio / Saorge, Breglio / Breil-sur-Roya, Fontano / Fontan, a loro volta storicamente legati alla Contea di Nizza. Qui si parla una varietà, il roiasco appunto, che ha caratteristiche arcaiche e peculiari nel contesto delle parlate liguri, alle quali però è inequivocabilmente legata. A questi comuni si aggiunsero nel 1947, in seguito ai trattati di pace e dopo un altro discusso plebiscito, i comuni altrettanto liguri dal punto di vista dialettale di Briga e Tenda, facenti parte in precedenza della provincia di Cuneo (oltre ad alcuni villaggi lungo il confine col Piemonte), e le frazioni di Piena e Libri del comune di Olivetta San Michele, per il resto tuttora in provincia di Imperia.
Linguistica e politica: il triste caso di Marcel Firpo
Inoltre, nel 1860 erano passate alla Francia anche alcune località che, appartenenti in precedenza al Nizzardo e al Regno di Sardegna, si caratterizzano per dialetti sulla cui classificazione non vi è piena unanimità, essendo considerati da alcuni linguisti (con ottime ragioni) di tipo prevalentemente ligure e da altri di tipo prevalentemente occitano: sono le parlate di Mentone e Roccabruna, che dopo aver fatto parte del Principato di Monaco fino al 1848 si erano proclamate in quell’anno “città libere” votando successivamente la propria annessione al Regno di Sardegna (che le cedette poi, appunto, alla Francia, generando una discreta sensazione di “tradimento”), e di alcuni piccoli comuni del retroterra, come Castillon / Castiglione, Castelar / Castellar, Sainte-Agnès / Sant’Agnese, Gorbio. Non a caso il fascismo tradizionalmente “dialettofobo” in patria si impegnò molto, al momento dell’occupazione italiana di Mentone, a promuovere l’uso scritto del dialetto locale per affermare l’italianità della cittadina, e a farne le spese fu un innocuo poeta mentonasco, Marcel Firpo, finito in galera per collaborazionismo alla fine della guerra, proprio quando i suoi amici ventimigliesi e sanremaschi si stavano dando un gran daffare, al di là del confine, per affermare anche attraverso presunte affinità dialettali un orientamento francofilo dell’estremo Ponente ligure. Tristi esempi, tutti questi, di come linguistica e politica qualche volta si intreccino inestricabilmente.
Liguri per la Francia, "occitani" per l'Italia
In ogni caso, oggi come oggi, il risultato di una serie di vicende così complesse rende difficile percepire in senso unitario questi scampoli di “Liguria francese”, dove pure le parlate sono ancora praticate (soprattutto a Briga e Tenda, qui accanto a un uso residuale dell’italiano presso le generazioni più anziane): se la Francia ne riconosce formalmente l’esistenza, sono gli stessi parlanti a non avere, in molti casi, una percezione netta della propria appartenenza linguistica distinta da quella dei comuni di dialetto nizzardo o gavot. In questa difficoltà ad auto-rappresentarsi si è inserito inoltre, a complicare le cose, l’atteggiamento mistificatorio di alcune amministrazioni comunali che in Italia, per sfruttare i “benefici” della legge 482/1999 in materia di minoranze linguistiche storiche, hanno dichiarato indebitamente il carattere “occitano” delle parlate diffuse sul loro territorio: trattandosi in sostanza di quel che resta del vecchio comune di Briga Marittima (attuale comune di Briga Alta e parte dell’attuale comune di Triora con la frazione di Realdo) e del nucleo del comune di Olivetta San Michele, la confusione generata da questi atteggiamenti ha creato il paradosso di dialetti pressoché identici che sono considerati liguri in Francia e “occitani” in Italia, con tutti gli equivoci che si possono immaginare.
Vestivano i bleu de Gênes
D’altro canto, una “presenza” linguistica ligure (e a Nizza, anche piemontese) nella Francia meridionale è documentata storicamente e appare legata ad antichi fenomeni migratori: parlava genovese, ad esempio, una parte significativa della marineria nizzarda dell’Ottocento (compresa la famiglia Garibaldi oriunda del Chiavarese), che introdusse nel dialetto locale non pochi ligurismi, tra i quali il nome della farinata di ceci, piatto tipico locale di origine genovese, conosciuto come la “soca”, dall’aggettivo “sciòcco” (ossia ‘soffice’) col quale la si denomina talvolta anche a Genova; ma furono di dialetto ligure, in qualche caso ancora fino ai primi del Novecento e oltre, alcuni villaggi della Provenza interna, nel dipartimento del Varo, ripopolati nel corso del Quattrocento da famiglie provenienti dalla diocesi di Albenga: tra gli altri Biot, Vallauris, Mons ed Escragnolles, le cui parlate, attraverso i rari usi scritti, sono state studiate dai dialettologi fornendo informazioni preziose sulla storia linguistica della Liguria occidentale in età medievale. Ancora, compatte e numerose colonie portuali liguri erano insediate nell’Ottocento a Marsiglia e a Tolone, dove i “Bachin” (corruzione di “Baciccin”, nome topico dei genovesi), prima dell’arrivo di altre componenti immigratorie, avevano anche dato vita a una “fiorente” malavita, immortalata in molta letteratura regionale. Anche a Nîmes, l’importazione della tela “bleu de Gênes” (blujeans), successivamente introdotta negli Stati Uniti, diede origine a una delle denominazioni commerciali con la quale essa è nota, il “denim” (de Nîmes).
Il mito della "Bella Nissa"
C’è ancora, oggi, una Francia meridionale che parla le lingue d’Italia? Sì e no, come si vede, perché al di là delle affinità culturali, a livello dialettale le “sopravvivenze” appaiono precarie e limitate alla fascia di confine, mentre l’italiano standard si sente, a Nizza e sulla Costa Azzurra, più come conseguenza di un recente flusso turistico-residenziale che non in continuità con l’epoca, tra il Cinque e l’Ottocento, in cui esso fu a tutti gli effetti lingua di cultura e dell’amministrazione della città e del suo comprensorio.
Certamente la storia passata e la pur fatiscente realtà dialettale odierna andrebbero meglio studiate, promosse e conosciute, aggirando però i rischi di un antistorico “irredentismo” che di quando in quando compare in alcuni ambienti italiani senza trovare a quel che sembra una sponda efficace al di là del confine, dove ha acquisito semmai una qualche visibilità un regionalismo basato essenzialmente sul mito della “Bella Nissa” e sulla specificità della parlata rispetto allo stesso provenzale. La storia della lingua e della letteratura italiana nelle Alpi Marittime, soprattutto nelle fasi più recenti, sono state in larga misura rimosse anche a livello di cultura locale, e la percezione dell’italiano è attualmente quella di una lingua a tutti gli effetti straniera, per quanto più diffusa di altre per la vicinanza territoriale e per l’immigrazione, anche di carattere frontaliero, che coinvolge il comprensorio.
Quanto alla realtà dialettale roiasca e mentonasca, gli sforzi di rivitalizzazione, che si appoggiano facilmente alle analoghe iniziative che si verificano in territorio italiano e nel Principato di Monaco, non sembrano aver generato un’inversione di tendenza rispetto al progredire della lingua nazionale francese ai più diversi livelli”. (aise) 

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