SPAGNA: UN GOVERNO DI SINISTRA-SINISTRA DAI PIEDI D’ARGILLA – DI LEONIDA TEDOLDI

SPAGNA: UN GOVERNO DI SINISTRA-SINISTRA DAI PIEDI D’ARGILLA – di Leonida Tedoldi

ROMA\ aise\ - “Infine l’investitura del leader socialista Pedro Sánchez alla guida del governo è arrivata. Per la prima volta nella storia della Spagna democratica si avvia un esecutivo di coalizione di sinistra-sinistra tra socialisti del Psoe e Podemos con un appoggio del partito indipendentista più longevo della Catalogna, l’Esquerra republicana (Erc), che ha ottenuto già la costituzione di un futuro tavolo di confronto politico tra le parti in un momento in cui a Barcellona la Generalitat e il suo presidente, Quim Torra, stanno alimentando venti di forte contrapposizione contro il governo centrale di Madrid”. Così scrive Leonida Tedoldi, docente di Storia delle istituzioni e dei sistemi politici europei all’Università di Bergamo, nell’analisi sulla Spagna pubblicata dall’Istituto Affari Internazionali. Ne riportiamo di seguito la versione integrale.
“Però, l’astensione di Erc, sebbene sia stata fondamentale, non si è rivelata decisiva. Sánchez ha riscosso 167 sì e 165 no (e 18 astensioni) in una votazione in cui conta avere più sì che no. Se i rappresentanti di Bildu, partito vicino alle posizioni più estreme dell’indipendentismo basco, avessero votato contro l’investitura, anziché astenersi, a questo punto staremmo scrivendo di un’altra storia.
Per queste ragioni, quello che si è appena insediato sarà molto probabilmente un esecutivo debole, guidato da un premier che ha ottenuto un’investitura risicata e in quelle condizioni. Probabilmente navigherà a vista, consapevole del filo molto sottile che lega la propria sopravvivenza politica all’indipendentismo, nonostante il programma di governo sia un contenitore di proposte di stampo socialdemocratico, con qualche venatura vecchia maniera, ma che di certo non presenta scelte radicali, anzi.
Il panorama politico a Madrid
Ma il dibattito parlamentare non è andato nel merito del programma. La contrapposizione tra i socialisti e i popolari, le due forze principali del Paese, non è mai stata così profonda, alimentata anche dalla crescita del partito di estrema destra Vox (diventato la terza forza del Paese, con un consenso strappato prevalentemente a quello dei popolari e in parte al partito di centro Ciudadanos, che nell’ultimo anno si è evoluto in una strana creatura, un misto di populismo, liberalismo e conservatorismo), e naturalmente dalla crisi catalana. In realtà Vox e il conflitto secessionista catalano sono due facce dello stesso fenomeno: la crisi dello Stato spagnolo. E la contrapposizione prima richiamata si innescò già all’indomani della chiusura dei seggi, quando il leader socialista, superando la diffidenza tradizionale verso la formula politica del governo di coalizione e quella che ha nutrito negli ultimi anni nei confronti del leader di Podemos Pablo Iglesias, rese manifesto l’orientamento verso un governo di coalizione con i viola e l’inizio delle trattative con gli indipendentisti di Erc.
Gli errori di Sánchez
Sánchez è stato obbligato a questa virata verso l’esecutivo di coalizione da una sua scelta precedente, che ormai appare sempre più errata: rompere il confronto sull’alleanza con Podemos dopo le elezioni dell’aprile 2019, per tentare di capitalizzare consenso con nuove elezioni, sulla scorta dei sondaggi favorevoli; consultazioni peraltro che si sarebbero celebrate nel periodo della sentenza del processo contro i leader indipendentisti catalani. Nelle nuove elezioni di novembre, infatti, il Psoe, sebbene vincitore relativo, non raggiunse comunque la percentuale precedente.
Riempite le caselle dei ministri, per il leader socialista arriva adesso al pettine il nodo più complicato, il suo vero dilemma: qual è il perimetro dell’accordo con gli indipendentisti in un momento in cui lo stesso leader di Erc, Oriol Junqueras, si trova in carcere dopo una pesante condanna a 13 anni? Quale soluzione politica si può trovare per una situazione che è evidentemente giudiziaria?
Bisogna anche aggiungere che in questi ultimi anni ci sono stati una serie di elementi che costituiscono poi il quadro del deterioramento della situazione politica spagnola. Ad iniziare dall’incapacità della sinistra di svolgere un confronto costruttivo per diversi mesi nel corso del 2019, senza per questo vincere diffidenza e a tratti ostilità reciproca, e sulla difficoltà, in misura prevalente, per il Psoe di prefigurare un governo di coalizione con una forza politica distante storicamente dal partito socialista.
L’assenza di un’opzione Grande coalizione alla tedesca
Poi c’è anche la crisi più generale del sistema politico e del confronto sulla crisi catalana. Salvo un dirigente popolare, seppure autorevole, Albert Feijó, presidente della Galizia, nessuno all’interno dei due partiti maggiori, Psoe e Pp, è stato in grado di caldeggiare una grande coalizione, modello tedesco, che possa definire una via d’uscita politica alla situazione catalana. E questo anche per un certa storica ostilità tra i due maggiori partiti verso accordi politici strutturali (meno ostili su quelli per la distribuzione del potere nelle istituzioni), ma anche per le differenze che hanno le due forze: i socialisti detengono tradizionalmente un indirizzo e un approccio e un legame politico e culturale verso il mondo autonomista e federalista (amplificato negli anni di Zapatero), mentre i popolari – e nel dibattito parlamentare per l’investitura questo è emerso chiaramente – rivendicano la centralità e l’unità dello Stato spagnolo, dimostrando però di non possedere un chiaro indirizzo politico su questi temi; sulla stessa scia Ciudadanos, per non parlare di Vox.
Poi certo, la crescita dell’ultradestra e anche, bisogna dire, la crisi vertiginosa di Ciudadanos non hanno fatto altro che aumentare la polarizzazione e quindi il conflitto, spostando inevitabilmente i popolari verso destra e verso un’opposizione dura che è ritornata agli atteggiamenti di Alianza Popular, partito-madre dei popolari, all’inizio della Transizione verso la democrazia”. (aise) 

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