È UN PROBLEMA DI IDENTITÀ: FELICE ITALIAN HERITAGE MONTH! – DI SIMONE SCHIAVINATO

È UN PROBLEMA DI IDENTITÀ: FELICE ITALIAN HERITAGE MONTH! – di Simone Schiavinato

SAN FRANCISCO\ aise\ - “L’identità è una cosa seria ma non troppo. Spieghiamo meglio. È qualcosa che è importante per le conseguenze e gli effetti che può avere, e pertanto va presa nella seria e dovuta considerazione. Ma non può essere rigida, assoluta, definitiva. L’identità è determinante ma è un continuo work in progress, qualcosa in costante divenire, significa cambiare ogni volta, un’evoluzione perpetua, una crescita senza soluzione di continuità ma che implica successive e progressive metamorfosi”. Partono da qui le riflessioni che Simone Schiavinato affida a “l’ItaloAmericano”, che dirige a San Francisco, a pochi giorni dal Columbus Day in un mese, ottobre, che in molti stati viene proclamato Italian Heritage Month.
“L’identità è essenziale per ciascuno di noi, è il motore, il nostro cuore pulsante: tutta la vita cerchiamo noi stessi in quel che facciamo, nelle persone con cui trascorriamo il tempo. Ci definiamo attraverso le nostre scelte, negli studi che seguiamo, nei lavori che scegliamo o a cui ci adattiamo, negli hobby che abbiamo, attraverso quel che pensiamo, nelle opinioni che esprimiamo, nei libri che scegliamo di leggere tra i milioni di titoli a disposizione.
Però non è una qualità innata nè tantomeno un traguardo che una volta raggiunto ci caratterizza a vita. Non succede nemmeno ai nostri tratti somatici: i capelli cambiano colore, per scelta o per età; il nostro viso passa dall’essere grande come un pugno a riempirsi di rughe; la nostra altezza passa dai picchi adolescenziali alle curve della vecchiaia o si piega sotto il peso delle fatiche.
Quindi, non pensiamo che la nostra identità sia qualcosa di definito nè di facile definizione.
Ognuno di noi è italiano o italoamericano in modo differente e quindi sarà ovvio che ciascuno di noi vivrà o considererà questo Mese del Patrimonio Italiano in maniera diversa. Ma al di là del gusto personale, del valore che gli attribuiamo, è importante almeno per una ragione: ci fa pensare alla nostra identità.
Nella sua routine, nel suo ritornare ogni anno come il 31 dicembre, ci fa fare un bilancio.
D’accordo, possiamo essere impermeabili ai festeggiamenti, del tutto indifferenti. Ma questo non cambia le cose. C’è sempre qualcosa, da ciò che mangiamo alla lingua che parliamo, dal nome o dal cognome che portiamo al quartiere in cui abitiamo, che ci farà capire chi siamo, se ci concediamo un pizzico di tempo per pensarci su, che ci farà riflettere sul nostro “Heritage”, su quel bagaglio che abbiamo ereditato e che in qualche modo ci definisce, che ne siamo consapevoli o meno.
Perchè anche se noi non ci facciamo caso, magari sono gli altri, i diversi da noi, che ci attribuiscono delle caratteristiche. Nel senso che prima o poi tocca a tutti fare un esame di coscienza, capire che cosa si è per gli altri, e cosa si è a nostro parere.
Insomma prima o poi uno specchio capita anche davanti a coloro che non badano all’aspetto esteriore così come non prestano attenzione alle celebrazioni sociali o ai fenomeni di massa e agli eventi della comunità. Possiamo appellarci a tutti i distinguo del caso, ma essendo animali sociali, finiamo per essere parte di un gruppo, che si voglia o no.
Questo Mese di Italianità ci potrebbe ricordare anche un’altra cosa.
A parte i casi di pura anarchia, poichè speriamo sempre che gli altri ci accettino, che ci riconoscano per quello che siamo, e ci accettino per quello che noi vogliamo essere, allo stesso modo non possiamo essere rigidi con gli altri. Dobbiamo cioè imparare ad accettare gli altri se vogliamo essere accettati.
Non è buonismo, ma un utile esercizio di flessibilità.
Più che tolleranti o accondiscendenti, bisogna essere elastici verso la diversità se vogliamo che venga accettata anche la nostra.
È questa una modalità utile a livello interpersonale e sociale nel senso che sicuramente sarà più facile relazionarsi con gli altri se impariamo a essere meno rigidi e più duttili, dove per malleabilità non si deve intendere un’incapacità a difendere le proprie condizioni, una mollezza di spirito, di energia, di carattere per cui ci si lascia deformare permanentemente sotto l’azione di urti o pressioni esterne, subendo sensibili modificazioni strutturali. Si tratta di diventare più rispettosi delle libertà e delle differenze altrui.
Accogliere la possibilità del confronto non significa indebolirsi ma sviluppare una capacità di adattamento che peraltro può portare ad una successiva evoluzione, a un cambiamento non preventivato ma non per questo meno opportuno e piacevole.
Così come accade con l’identità personale, riuscire a fare i conti con la propria identità culturale e sociale, con la propria Italianità o Italoamericanità, dentro i confini nazionali o lontano da quelli di partenza dei nostri nonni, genitori o del nostro personale luogo di nascita e crescita, è un processo essenziale.
Durerà tutta la vita, sarà continuo e capace di sorprendenti evoluzioni ma sarà sempre determinante per il nostro “ben-essere”.
Non possiamo essere in pace con noi stessi e le nostre potenzialità se non accettiamo di confrontarci anche con la nostra evoluzione e immagine sociale”. (aise) 

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