IL SUDAN TRA DIRITTO, ECONOMIA E RELAZIONI INTERNAZIONALI: A COLLOQUIO CON L’AMBASCIATORE LOBASSO - DI DOMENICO LETIZIA

IL SUDAN TRA DIRITTO, ECONOMIA E RELAZIONI INTERNAZIONALI: A COLLOQUIO CON L’AMBASCIATORE LOBASSO - di Domenico Letizia

NAPOLI\ aise\ - ““Il Sudan è molto impegnato nella lotta all’estremismo violento e ai finanziamenti illeciti al terrorismo” ed è “sotto stress alla frontiera libica” per la mancanza di sicurezza al confine e la grande porosità della frontiera anche dovuta all’assenza di interlocutori forti in suolo libico. Così ha recentemente dichiarato l’ambasciatore italiano in Sudan, Fabrizio Lobasso. Il diplomatico non ha mai nascosto le difficoltà collegate alle sanzioni unilaterali statunitensi che per vent’anni e più hanno messo all’angolo il Paese e di conseguenza la cronica problematica dei finanziamenti. Ma il Sudan, dopo la firma del Comprehensive Peace Agreement fra il Nord e il Sud del Paese, avvenuta nel 2005, e la sua progressiva implementazione, sta diventando un mercato attraente anche per le imprese italiane, vieppiù dallo scorso autunno con la caduta parziale delle suddette sanzioni. Opportunità di investimento vantaggiosi sono nel settore agricolo, e quelli ad esso collegati, industria alimentare, chimico, minerario, farmaceutico, nonché quello delle costruzioni e della produzione dei materiali da costruzione. Per comprendere al meglio la realtà di tale territorio e i collegamenti con l’Italia, abbiamo rivolto alcune domande all’ambasciatore italiano in Sudan, Fabrizio Lobasso”. Ad intervistare il diplomatico è stato Domenico Letizia, Presidente dell’Istituto di Ricerca di Economia e Politica Internazionale (Irepi), che firma questo articolo per “l’Opinione”, testata diretta da Arturo Diaconale.
D. Il governo sudanese ha in programma grandi opere infrastrutturali. Può elencarci le opportunità per le imprese italiane e per la promozione del Made in Italy?
R. Vi sono grandi possibilità nei mesi a venire. Il Sudan nel settore energetico, idroelettrico, portuale, aeroportuale, ferroviario ha da tempo statuito le sue priorità. Unico grande problema: la mancanza endemica di finanziamenti nazionale e/o internazionali. Un Paese che voglia competere al meglio nelle gare internazionali, che vedono il Sudan come cliente, dovrà presentarsi con un pacchetto che comprenda la sostenibilità finanziaria. La competenza e l’expertise italiani, pur riconosciuti in tutto il mondo, potrebbero non bastare nel momento contingente di necessità fortemente monetaria sudanese.
D. Nel Paese, molto più importante del commercio è il settore della cooperazione allo sviluppo attraverso programmi transnazionali e il lavoro delle Organizzazioni non Governative. Possiamo approfondire tale rapporto all’insegna dei diritti e dello sviluppo?
R. Altissimo il valore della presenza della Cooperazione Italiana in Sudan. Esposizione di parecchi milioni per i prossimi tre anni e un raggio di azione preciso nell’est del Paese dove le necessità sono enormi ma vi è anche la necessaria stabilità per essere efficaci. Salute, nutrizione, popolazioni vulnerabili, capacity building, resilienza, waste and water management, agricoltura e radio sociali per le popolazioni di frontiera, sono solo alcuni dei progetti italiani (ed europei gestiti dall’Italia) in atto. La nostra è una vera e propria diplomazia solidale.
D. Quali sono i settori in cui il Paese necessita maggiormente di profonde riforme istituzionali per l’implementazione delle relazioni internazionali?
R. Il Sudan, come ripetuto spesso dai suoi gradi governativi apicali, è una democrazia fragile. L’ambito politico, istituzionale, partitico, amministrativo, e la coesione e la capacità di fare rete nell’ambito della società civile, lo Stato di diritto e l’accesso alla giustizia, sono i settori su cui punta e dovrebbe maggiormente puntare la comunità internazionale in termini di capacity building,
D. In occasione della festa della donna, l’Ambasciata ha collaborato con l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo e l’Università Al Neelain per la promozione della difesa dei diritti di genere. Nel suo messaggio ha ricordato che vi è una forte spinta per promuove l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne in linea con l’obiettivo 5 dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile, che sostiene la parità di genere non solo come un diritto umano fondamentale, ma come condizione necessaria per un mondo prospero, sostenibile e in pace. Possiamo approfondire la realtà locale, gli sviluppi e le problematiche legate al gap di genere?
R. In Sudan si percepisce grande rispetto per la figura femminile, il suo ruolo e la sua partecipazione attiva in società. Un dato su tutti: la maggioranza degli studenti nelle numerose università sudanesi sono donne. Nel settore pubblico, il numero di donne impiegate è molto elevato. Si riscontra una certa presenza femminile anche a livello apicale in università, politica, associazionismo socio-culturale, in un quadro comunque molto minoritario. Certo, stiamo parlando di uno scenario diverso da quello a cui un italiano potrebbe essere abituato, soprattutto negli ultimi anni in cui le cosiddette “quote rosa” si sono imposte fortemente nel settore pubblico e privato. Pur tuttavia, in Sudan la figura femminile è rispettata, apprezzata, e alla stessa si concedono maggiori spazi rispetto ad altri Paesi dove pure vige la Sharia, la legge islamica.
D. Nel 2015 è stato avviato un processo che si chiama “Dialogo Nazionale” conclusosi con il varo di alcune riforme costituzionali che, seppur a piccoli passi, vengono portate avanti dal governo. Sul piano della politica interna che valutazione possiamo dare dell’attualità istituzionale in termini di diritto e costituzionalismo?
R. Un esercizio molto imponente, via via sempre più inclusivo ma non quanto basta per comprendere larghe sezioni di opposizioni civili e militari non rappresentate nel Dialogo e né vogliose di entrarvici. Il percorso nel tempo si è rinforzato e ha sortito risultati socio-politici anche di grande levatura, come la necessità di riforme costituzionali di spessore. È un primo passo: la strada verso l’inclusività più ampia e il dialogo pacifico a trecentosessanta gradi è lunga.
D. Ritornando all’Italia, per rafforzare il mondo della diplomazia e delle relazioni internazionale, Lei ha recentemente sostenuto la nascita della prima cattedra al mondo di “Intercultural Diplomacy/Diplomazia Interculturale”, presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma. L’idea è quella di implementare lo studio della diplomazia interculturale snodandosi su una molteplicità di direttrici, sette in particolare: la politica, l’economia e il commercio, la cooperazione allo sviluppo, la cultura, la comunicazione, la solidarietà e il diritto. Possiamo approfondire l’essenzialità di tali studi anche in rapporto alla sua esperienza e al suo lavoro in Sudan?
R. Sono molto grato al Sudan e all’esperienza di capo missione nel Paese. È attraverso proprio la messa in pratica sul campo delle intuizioni avute per anni che sono riuscito a dare corpo alla materia, a strutturare un programma, una teoria, a rinforzare le sue fondamenta e a calarla nel mondo delle relazioni internazionali e poi della diplomazia. Ogni giorno questo splendido esperimento continua. Ogni giorno la diplomazia Interculturale si arricchisce di nuovi elementi che mostrano a me nuovi scenari e mi danno l’occasione di mostrarli agli studenti che incontro costantemente, anche qui in Sudan nel corso delle mie relazioni istituzionali con le università del Paese. L’intercultura, la prospettiva interculturale, l’attitudine ad includere l’altro e a dialogare sono le uniche vere strumentazioni per l’essere umano per ottenere ricchezza interiore e benessere sociale dalla globalizzazione. In assenza di Intercultura esistono i muri. E i muri tolgono il respiro. La fiamma si spegne”. (aise) 

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