PAPAIS (UCEMI – CGIE): COSA CI INSEGNA MARCINELLE 62 ANNI DOPO?

PAPAIS (UCEMI – CGIE): COSA CI INSEGNA MARCINELLE 62 ANNI DOPO?

ROMA\ aise\ - “Avevo in mente di commentare l’annuale ricordo del disastro di Marcinelle, dicendo che questo episodio dovrebbe ricordarci l’importanza della sicurezza del lavoro, soprattutto quando si incrocia con il dramma della disoccupazione e dell’immigrazione che ne consegue.
Invece ieri, a Foggia si è verificato un disastro simile per i contenuti, anche se fortunatamente con meno vittime. Tante, comunque, perché ogni vita umana ha una propria dignità che non può venir meno per motivi di lavoro e di sfruttamento”.
Questo il messaggio di Luigi Papais, vice presidente UCEMI e consigliere del CGIE, che prosegue: “Quindi, il disastro minerario del 1965, nel quale persero la vita 266 persone, 136 delle quali italiane, non ci ha purtroppo insegnato alcunché per quanto riguarda la sicurezza del lavoro e l’affidamento agli immigrati dei lavori più gravosi.
Ricordiamo brevemente il contesto di allora, come ce lo raccontano gli storici. Sostiene Anne Morelli, che insegna storia all’Université Libre de Bruxelles (Ulb). Specializzata in storia delle religioni e delle minoranze, è riconosciuta come una dei massimi studiosi di migrazioni in Belgio e in Europa. L’origine italiana è evidente.
"È necessario premettere che gli italiani sperimentavano in Belgio una situazione “bollente”. Dopo la guerra i lavoratori belgi non volevano tornare nelle miniere dove, pur in presenza di un buon salario, c’erano condizioni durissime, con poca sicurezza. Le autorità nazionali avevano provato a stringere accordi per avere manodopera da Polonia e Spagna, senza successo. Poi arrivò il patto con Roma”.
"Quando gli immigrati italiani raggiungevano la regione mineraria venivano scaricati – talvolta di notte – dai vagoni ferroviari e indirizzati in quelli che, fino a poco tempo prima, erano stati campi di reclusione: nelle miniere belghe avevano lavorato, naturalmente senza paga, fino a poco tempo prima 22mila prigionieri tedeschi. Gli italiani venivano bollati come “crumiri” e vivevano nelle baracche costruite per i prigionieri di guerra. Era una vita penosa".
"E per lungo tempo chi tentava di prendere in affitto un alloggio non lo trovava: discriminazioni e un fondo di razzismo erano diffusi. Si calcola che complessivamente siano passati dal Belgio mezzo milione di italiani, molti dei quali impiegati nelle miniere, altri nelle cave di pietra o nelle fabbriche. Lo stipendio permetteva di inviare a casa rimesse di una certa consistenza, sostenendo la famiglia rimasta al paese. I ricongiungimenti familiari avvennero, spesso, solo dopo anni. Ricordiamo anche che una parte di quegli immigrati tornarono indietro, non potendo resistere in quelle condizioni di vita".
“Ebbene”, prosegue Papais, “i nostri minatori cercavano, da stranieri, il pane per vivere e l’Unione Europea era ancora solo un sogno di alcuni statisti. Oggi, però, nonostante l’Europa unita, esistono ancora barriere all’interno della stessa Europa (non parliamo del resto!) e il Belgio espelle ogni anno migliaia di persone con passaporto UE, anche italiani, perché non hanno di che mantenersi, per paura di dover estendere loro il welfare, mentre accoglie a braccia aperte lavoratori e pensionati.
Questa è la situazione, purtroppo immutata, per quanto riguarda la tutela dei diritti sociali dei migranti, quelli italiani compresi, sia che lavorino in Europa e peggio ancora in Australia, ad esempio. Sfruttamento continuo, ovunque, sia in uscita Paese sia in entrata, nel nostro Sud come nella Pianura Padana. Lavorare di giorno, possibilmente in modo invisibile, e scomparire di notte.
Andare alla miniera-museo di Marcinelle senza avere impresse queste considerazioni si tradurrebbe in un rito sterile che, neppure il ricordo cristiano, riuscirebbe a dare un senso.
Allora gli autoctoni belgi dicevano che gli italiani (ricordiamo che prima emigrarono quelli del Nord e poi quelli del resto d’Italia e che oggi le regioni con maggiore emigrazione sono proprio quelle del Nord, a partire dalla Lombardia e per fortuna non per andare in miniera), importavano in Belgio solo problemi (dai figli numerosi, ad un diverso modo di vivere, anche sotto,l’aspetto religioso)”.
Conclude il consigliere del CGIE Luigi Papais: “Un invito, quindi, a considerare l’immigrazione, quella regolare s’intende, come una risorsa per il Paese che li ospita e non solo come un problema e nel contempo a tutelare sicurezza e diritti sociali. Ricordando che, per aiutare a casa loro le popolazioni dei Paesi poveri, si può incominciare proprio dalle rimesse degli emigranti, di tutti gli emigranti, a prescindere dal colore della pelle, perché dal fondo delle miniere i minatori uscivano tutti con il volto nero!” (aise) 

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