EMIGRANTI BELLUNESI: LA STORIA DI IGINO D’INCÀ

 EMIGRANTI BELLUNESI: LA STORIA DI IGINO D’INCÀ

BELLUNO\ aise\ - Un bellunese in Svizzera. È Igino D’Incà il protagonista questa settimana delle storie di emigrazione raccolte dall’Associazione dei Bellunesi nel Mondo. riportiamo di seguito il suo contributo.
“Pochi soldi e tanti fratelli (eravamo in otto): all’epoca emigrare era una strada quasi obbligata.
Sono andato all’estero per la prima volta che non avevo nemmeno diciotto anni. Era il 1957 e avevo trovato occupazione come manovale a Wil, nel Canton San Gallo. Ci ho messo poco ad ambientarmi. D’altronde, eravamo in tanti italiani e molti erano del mio paese.
Dopo la prima stagione nel ’57 – una bella stagione – sono rientrato e l’anno successivo ho lavorato per il Corpo Forestale in Nevegal, a costruire la chiesa di San Giovanni Gualberto. È stato l'anno più bello della mia gioventù. Con un amico dormivo in una casera e nel fine settimana lavoravo alla seggiovia. In quegli anni era pieno di turisti!
Il '59, invece, è stato un anno abbastanza brutto. Speravo di poter lavorare in Italia, ma la stagione andava avanti senza esiti. Così ho scritto a un amico che lavorava in un albergo di Berna e gli ho chiesto se per caso avevano bisogno di qualcuno. Mi ha mandato il contratto e ho fatto le valigie.
Poi ho dovuto fare il militare in Alto Adige, proprio nel periodo degli attentati. Sono stati quindici o venti giorni di servizio, ma non nascondo di aver avuto paura. Conclusa l’esperienza sotto le armi, sono tornato in Svizzera.
Prima a Wil, in una delle prime fabbriche produttrici di oggetti in plastica. Facevano cassette. Poi, in una fabbrica di mobili, visto che in Italia avevo fatto la scuola di tappezziere.
Dopo qualche tempo, altro mestiere. Una sorella più giovane lavorava come stiratrice a Wilen, in una tintoria lavasecco. Con lei c'era anche un agordino, che però è andato via lasciando il padrone scoperto. Il macchinario da utilizzare era complesso e il titolare si è improvvisamente trovato senza la persona che lo faceva funzionare. Allora ha chiesto a mia sorella se poteva avere un colloquio con me. Una sera sono andato a casa sua. Gli ho detto che non sapevo usare quella macchina, ma l'offerta era buona e ho accettato.
In quella tintoria sono rimasto cinque anni, fino al '67, quando sono rientrato in Italia. Durante le ferie estive avevo saputo che in ospedale a Belluno cercavano personale e autisti per le ambulanze. Io avevo fatto la patente e così ho presentato domanda come autista. A fine dicembre mi hanno chiamato: dovevo rientrare dalla Svizzera subito. Non ho potuto dare al padrone nemmeno quindici giorni di preavviso e mi è dispiaciuto. Il rientro è stato un po' difficile. Lo stipendio in ospedale era molto inferiore. Ho iniziato in corsia, a fare l'infermiere. Dopo pochi mesi hanno aperto una scuola per infermieri. Ho studiato un anno e tre mesi. Poi è uscito un concorso, è andato bene e mi hanno assunto come infermiere a Belluno.
È strano a dirsi, ma io delle ambulanze mi sono scordato, perché ho scoperto che era bello il lavoro di infermiere, tanto che l’ho fatto fino alla pensione. Ricordo ancora un particolare. Nel periodo in cui ero ancora in Svizzera, sono tornato in Italia per sposarmi. Il mio capo, però, non poteva concedermi la licenza matrimoniale, perché aveva bisogno di me sul lavoro. Ci siamo sposati il sabato e la domenica pomeriggio eravamo già di rientro. Durante il viaggio mi è venuto in mente che non avevo fatto fare il contratto a mia moglie. Ero d’accordo con mia sorella che sarei passato a trovarla a Milano, ma ho pensato che se transitavo per Chiasso mi potevano creare problemi proprio per via di mia moglie, che aveva solo il visto turistico. Allora ho deciso di fare una frontiera più tranquilla, in Valtellina, a Castasegna.
Al momento del controllato documenti, ecco la domanda sulla mia consorte. Cosa fare? Ho detto la verità: “Ci siamo appena sposati. Mi sono dimenticato di farle fare il contratto e siccome il prete ci ha detto che la moglie deve seguire il marito, l'ho portata con me”. Si sono messi a ridere e ci hanno fatto passare. Gli abbiamo lasciato un po' di confetti e via. Poi anche mia moglie ha quasi subito trovato lavoro”. (aise) 

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