LA PENA DI MORTE NEL MONDO: UN PRIMATO ASIATICO E MEDIORIENTALE - DI DOMENICO LETIZIA

LA PENA DI MORTE NEL MONDO: UN PRIMATO ASIATICO E MEDIORIENTALE - di Domenico Letizia

ROMA\ aise\ - “Nel corso degli ultimi mesi del 2018 e durante i primi mesi del 2019, la storica organizzazione non governativa “Nessuno tocchi Caino”, che si batte per l’abolizione della pena capitale in tutto il globo, ha pubblicato il nuovo report che raccoglie i dati sulle esecuzioni capitali. L’evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in atto nel mondo da vent’anni, si è confermata nel 2018 e nei primi sei mesi del 2019. I Paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica sono oggi 162. Di questi, i Paesi totalmente abolizionisti sono 106; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 7; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 6; i Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni, sono 43”. Ad elencare e commentare questi dati è Domenico Letizia, componente del Consiglio Direttivo di “Nessuno tocchi Caino” e presidente dell’Istituto di Ricerca di Economia e Politica Internazionale (Irepi), che firma questo articolo per il “Nuovo corriere nazionale”, diretto da Francesco Corsi.
“I Paesi mantenitori della pena di morte sono progressivamente diminuiti nel corso degli ultimi dieci anni: nel 2017, sono 36, rispetto ai 38 del 2016 ed in calo rispetto ai 51 del 2007.
Dei 36 Paesi mantenitori della pena capitale, sono solo 6 quelli che possiamo definire di democrazia liberale, considerando non solo il sistema politico del Paese, ma anche il sistema dei diritti umani, il rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello Stato di diritto. Le democrazie liberali che nel 2017 hanno praticato la pena di morte sono state 2 e hanno effettuato in tutto 27 esecuzioni, lo 0,8% del totale mondiale: Stati Uniti (23) e Giappone (4). Ancora una volta, l’Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo.
Se stimiamo che in Cina vi sono state almeno 2.000 esecuzioni, il dato complessivo del 2017 nel continente asiatico corrisponde ad almeno 3.034 esecuzioni (il 97%), in leggerissimo calo rispetto al 2016 quando erano state almeno 3.073 e rispetto al 2015 quando erano state almeno 3.946. Insieme alla Cina, tra i paesi più problematici ritroviamo l’Iran. L’elezione di Hassan Rouhani come Presidente della Repubblica Islamica nel giugno 2013 e la sua riconferma alle elezioni nel maggio 2017, hanno portato molti osservatori, alcuni difensori dei diritti umani a essere ottimisti. Tuttavia, il suo Governo non ha cambiato approccio per quanto riguarda l’applicazione della pena di morte; anzi, il tasso di esecuzioni è nettamente aumentato a partire dall’estate del 2013.
Almeno 3.288 prigionieri sono stati giustiziati in Iran dall’inizio della presidenza di Rouhani. Dal 1 luglio 2013 al 31 dicembre 2013 le esecuzioni sono state almeno 444, sono state almeno 800 nel 2014, almeno 970 nel 2015, almeno 530 nel 2016 e almeno 544 nel 2017. Nel 2018, almeno 10 persone sono state impiccate per fatti di natura essenzialmente politica. Ma è probabile che molti altri giustiziati per reati comuni fossero in realtà oppositori politici, in particolare appartenenti alle varie minoranze etniche iraniane, tra cui azeri, curdi, baluci e ahwazi. Accusati di essere mohareb, cioè nemici di Allah, gli arrestati sono di solito sottoposti a un processo rapido e severo che si risolve spesso con la pena di morte.
Oltre alla morte, la punizione per Moharebeh è l’amputazione della mano destra e del piede sinistro, secondo il codice penale iraniano. Non c’è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia iraniana, ci sono anche torture, amputazioni degli arti, fustigazioni e altre punizioni crudeli, disumane e degradanti. Non si tratta di casi isolati e avvengono in aperto contrasto con il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che l’Iran ha ratificato e che non rispetta. Migliaia di ragazzi subiscono ogni anno frustate per aver bevuto alcolici o aver partecipato a feste.
Le autorità iraniane considerano le frustate una punizione adeguata per combattere comportamenti ritenuti immorali e insistono perché siano eseguite sulla pubblica piazza come “lezione per chi guarda”. Nel 2018, l’Osservatorio sui diritti umani in Iran stima che durante la protesta esplosa nel Paese nel gennaio 2018, sarebbero stati effettuati 8.000 arresti arbitrari, sarebbero state uccise almeno 58 persone e 12 tra i manifestanti imprigionati sarebbero stati uccisi sotto tortura.
A detrimento del diritto alla difesa, nel mese di giugno 2018, la magistratura iraniana ha approvato una lista di 20 avvocati per rappresentare le persone accusate di crimini contro la sicurezza nazionale nei tribunali di Teheran durante la fase di indagine, nonostante ci siano più di 20.000 avvocati iscritti all’albo.
In Iran, dove pure non esiste segreto di Stato sulla pena di morte, le autorità non rilasciano statistiche sulla sua pratica, tutti i nomi delle centinaia di giustiziati ogni anno e i reati per i quali sono stati condannati. Le sole informazioni disponibili sulle esecuzioni sono tratte da notizie selezionate dal regime e uscite su media statali o da fonti ufficiose o indipendenti che evidentemente non possono riportare tutti i fatti. La trasparenza del sistema iraniano e l’informazione sulla pratica reale della pena di morte sono diventate ancora più opache dopo che, il 14 settembre 2008, nel tentativo di arginare le proteste internazionali, le autorità iraniane hanno vietato ai giornali del Paese di pubblicare notizie relative a esecuzioni capitali, in particolar modo di minorenni. Delle almeno 309 esecuzioni effettuate nel 2018, solo 85 esecuzioni (circa il 27%) sono state riportate da fonti ufficiali iraniane e 224 casi (circa il 73%) sono stati segnalati da fonti non ufficiali (organizzazioni non governative per i diritti umani o altre fonti interne iraniane). In Europa, l’unica eccezione in un continente altrimenti totalmente libero dalla pena di morte è rappresentata dalla Bielorussia, un Paese che negli ultimi anni ha continuato a giustiziare i suoi cittadini. Nel 2017 le esecuzioni sono state almeno 2, mentre se ne erano registrate 4 nel 2016”. (aise) 

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