Donne italiane in Svizzera: ADISPO conclude trent'anni di impegno civile - di Angela Maria Carlucci

ZOFINGEN\ aise\ - L’Associazione Donne Italiane in Svizzera per le Pari Opportunità conclude il suo percorso istituzionale. Dai primi passi dopo la Conferenza di Pechino ai progetti di formazione per le lavoratrici, l’eredità di trent’anni di battaglie civili non scompare, ma si trasferisce per continuare il dialogo sull’integrazione e la parità. Con la chiusura di ADISPO si compie un ciclo storico per le donne italiane in Svizzera. Tra la memoria dei progetti internazionali e il valore della voce come “muscolo civile”, il bilancio di un’esperienza che non finisce, ma resta patrimonio collettivo. Una storia fatta di ponti tra due culture. Perché certe storie non finiscono, si trasferiscono.
ADISPO è nata l’8 marzo 1998 – la Giornata internazionale della donna – per iniziativa delle delegate al Seminario “Donne in Emigrazione” tenutosi a Roma nel novembre 1997. Non una fondazione a tavolino: una decisione presa da donne che si erano incontrate, avevano parlato, e avevano scelto di costruire qualcosa insieme. Erano gli anni in cui la Conferenza di Pechino del 1995 aveva appena ridisegnato l’agenda globale della parità di genere. ADISPO è stata la risposta locale a quella visione mondiale – concreta, quotidiana, radicata nella realtà delle donne italiane in Svizzera. Pochi mesi dopo la fondazione, nel maggio 1998, era già presente a Sciaffusa alla conferenza “Lucane Protagoniste in Europa” promossa dalla Commissione Regionale dei Lucani nel Mondo e dalla Federazione dei Lucani in Svizzera – le storie di quelle donne sarebbero diventate il libro di Maria Schirone “Storie di Donne Lucane – racconti di figlie, madri, nonne” nel 2001.
Quasi trent’anni dopo, chiudiamo. Non per sconfitta – ma perché certi cicli si compiono. E perché ciò che si costruisce non scompare quando si spegne la luce.
QUELLO CHE SIAMO STATE
ADISPO è stata un’associazione apartitica, aconfessionale, senza scopo di lucro, con sede legale a Berna. Nata per le donne italiane in Svizzera – quelle che avevano seguito i loro uomini in paesi a loro spesso ostili, col sogno di tornare presto – un sogno che per molte non si è mai avverato – quelle della seconda e terza generazione che navigavano tra due culture senza appartenere pienamente a nessuna delle due, e quelle altamente istruite, le accademiche e le professioniste, che avevano tutto sulla carta e continuavano a scontrarsi con muri invisibili – ADISPO è stata uno spazio dove l’identità e i diritti si incontravano – aperto a tutte, senza confini di nazionalità o cultura. Perché una società equa non può che nascere dal dialogo con tutti – donne, uomini, bambini, giovani, anziani, istituzioni. Nessuno escluso.
Abbiamo partecipato attivamente al dialogo sociale e politico – portando la voce delle donne italiane in Svizzera nei luoghi dove le decisioni vengono prese. Abbiamo lavorato in collaborazione con enti e autorità italiane e svizzere – consolati, Ambasciata d’Italia, associazioni dell’emigrazione, CGIE, COM.IT.ES, partiti politici, patronati, organizzazioni sindacali. Abbiamo garantito i reali interessi delle donne attraverso un’attività di stimolo e proposta nei confronti delle istituzioni. Abbiamo incentivato l’informazione sui diritti. Abbiamo favorito l’integrazione sociale, culturale e professionale.
Abbiamo costruito ponti anche oltre la comunità italiana – collaborando con associazioni di donne di altre etnie in Svizzera, con gruppi femminili svizzeri, con reti europee che condividevano lo stesso orizzonte. Perché la parità di genere non ha nazionalità. E la solidarietà tra donne non conosce confini.
Il riconoscimento più significativo è arrivato nel 2023, quando ADISPO è stata inclusa nella mostra “Esperienze della Svizzera – Italianità” al Museo Nazionale di Zurigo – un’esposizione che ha raccontato l’italianità in Svizzera attraverso le testimonianze dirette di chi l’ha vissuta. Essere presenti in quel museo, accanto alla storia del Paese che ci aveva accolte, è stato il segno più eloquente che il nostro lavoro aveva lasciato una traccia.
QUELLO CHE ABBIAMO FATTO
Abbiamo organizzato e partecipato a conferenze internazionali – in Svizzera, in Italia, in Europa – su parità di genere, migrazione, lavoro, identità. Abbiamo gestito progetti finanziati dall’Unione Europea, dal Ministero italiano del Lavoro e dall’Ufficio federale svizzero per le pari opportunità. Tra questi, il progetto DO.LA. – Donne Lavoratrici – finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali italiano tramite lo IAL CISL Nazionale, con tre anni di lavoro preparatorio prima di prendere avvio: tre percorsi formativi a Berna – pari opportunità e diritto del lavoro, creazione d’impresa, specializzazione linguistica – con un gruppo di docenti italiani e svizzeri e uno stage intensivo a Roma alla Casa Internazionale delle Donne.
Donne il cui destino professionale in emigrazione era stato spesso segnato già nell’adolescenza – cresciute tra due culture che faticavano a dialogare, in famiglie che portavano con sé valori e tradizioni di un’Italia lontana, in un paese che chiedeva loro di essere altro. Non per mancanza di volontà, né loro né di chi le circondava, ma per la complessità silenziosa di chi cresce nel mezzo – tra una cultura e l’altra, tra un mondo e l’altro, senza che nessuno avesse ancora trovato le parole giuste per accompagnarle. DO.LA. è stata una risposta concreta a quella distanza. Il progetto ENAIP RETRAVAILLER – Rientro alla professione attiva delle donne ha offerto 250 ore di formazione professionale gratuita a Basilea e Zurigo, progettate per facilitare il reinserimento nel mercato del lavoro. In collaborazione con ADISPO, il percorso ha unito le lezioni settimanali in aula a workshop intensivi di Empowerment e Gender Sensitivity Training, culminando nel Seminario sulle Pari Opportunità di Lugano e nella Conferenza sul Gender Mainstreaming di Olten. E il progetto LUI presentato all’UFU (Ufficio Federale per l’Uguaglianza fra la donna e l’uomo) – che ha insegnato agli uomini a conciliare lavoro e famiglia. Perché la parità non riguarda solo le donne.
Ma il lavoro più importante non si misura in progetti o finanziamenti. Si misura nelle persone.
Al convegno finale di DO.LA. una corsista ha preso la parola. Aveva taciuto per vent’anni “come una carmelitana dietro le grate del convento”, ha detto. Poi ha aggiunto: “Ora so di diritto e di economia amministrativa. Nessuno mi potrà mai più manipolare”. Un’altra corsista ha ribadito che il percorso di formazione è stato fondamentale per rimettere in questione se stessa. Non voleva molto: imparare ad usare il computer, forse creare un’impresa, incontrarsi con altre donne – “quasi una terapia di gruppo”, ha detto. Come se il diritto di stare insieme e imparare fosse ancora qualcosa da chiedere con cautela. Queste due voci, pronunciate nello stesso gelido dicembre a Berna, dicono più di qualsiasi rapporto statistico su cosa significasse la stagione della maturità civile per una donna italiana in Svizzera in quegli anni di transizione tra il vecchio isolamento e la nuova partecipazione. E su cosa abbia fatto ADISPO.
QUELLO CHE RIMANE
Il sito resta online a custodire articoli e pubblicazioni, memoria viva della nostra storia. Le donne mancanti all’appello in tante parti del mondo dove essere donna è ancora un rischio. Il Gender Gap Report. Le storie di donne lucane emigrate ancora leggibili nell’archivio del sito. Le battaglie in Parlamento. I comunicati. Le conferenze. I percorsi di formazione. Le voci di donne che, senza ADISPO, sarebbero rimaste inascoltate.
Ogni articolo è un documento. Ogni documento è una posizione.
QUELLO CHE HO IMPARATO
Quasi trent’anni di lavoro civile insegnano una cosa sopra tutte le altre: il cambiamento è lento, disordinato, e quasi sempre invisibile nel momento in cui avviene. Non si vede mentre succede. Lo si riconosce guardando indietro.
Ho imparato che le istituzioni cambiano quando ci sono persone disposte a stare nel mezzo – tra il potere e le persone che non ce l’hanno. Non a gridare dai margini, non a eseguire dall’interno. Nel mezzo. Dove il lavoro è più difficile, meno visibile, e più necessario.
Ho imparato che la parità non è un traguardo. È una pratica quotidiana. Si esercita nel linguaggio, nelle riunioni, nelle scelte editoriali, nelle domande che si fanno e in quelle che non si fanno. Si esercita, soprattutto, ogni volta che si sceglie di fare sentire la propria voce invece di tacere. La voce è un muscolo civile: se non lo usi, si atrofizza. ADISPO è stata la palestra in cui molte di noi hanno imparato a usarlo.
UN’ULTIMA COSA
Chiudere ADISPO non significa smettere di fare quello che ha fatto ADISPO. Significa farlo altrove, in altre forme, con strumenti diversi. Lo statuto prevedeva che, in caso di scioglimento, i beni dell’associazione fossero attribuiti a un’istituzione con analoghe finalità. È esattamente quello che facciamo: non disperdiamo, trasferiamo. Il lavoro continua in altre mani, in altri spazi, con altri strumenti.
La storia delle donne italiane in Svizzera, la storia della parità di genere come progetto civile incompiuto, la storia di chi ha scelto di interloquire con le istituzioni – e di farle funzionare – quando quelle istituzioni non le rappresentavano, non finisce con ADISPO. Continua.
“Maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa”.
Lo abbiamo ribadito per trent’anni. Lo ripetiamo ancora. Perché non è un traguardo, ma un esercizio quotidiano di civiltà.
Un ringraziamento di cuore a tutte le donne e gli uomini che hanno partecipato, sostenuto, creduto e lottato insieme a noi. Alle donne forti che ci hanno preceduto, a quelle che hanno lottato e costruito la strada per noi, alle femministe degli anni Settanta che sono state le nostre mentors – da loro abbiamo ereditato la crescita, la continuità, il coraggio di essere – senza etichette e senza distanze. Un ringraziamento speciale a chi ha costruito ADISPO dal principio insieme a noi: Anna Rüdeberg Pompei, Ilia Bestetti Izar, Palma La Gennusa Melillo, Nella Sempio – e a tutte le altre donne che non citiamo qui ma che sanno quanto il loro contributo abbia contato. Agli uomini che ci hanno teso la mano e a quelli che hanno accolto la nostra – perché abbiamo sempre lavorato insieme, non gli uni contro gli altri, ma gli uni con gli altri. A coloro che non ci sono più e che portano con sé una parte di questa storia. E a quelle e quelli che verranno – che continueranno questo cammino e porteranno avanti il dialogo per una società più equa, più inclusiva, più umana. (angela maria carlucci*\aise)
* direttrice di Sintagma.com e membro fondatrice e presidente di ADISPO dal 1998 al 2026