Francesca Cabrini: una Santa alla prova dei tempi. Un percorso tra storia, migrazioni, educazione e umanesimo cristiano

ROMA\ aise\ - Nella Sala Stampa di Montecitorio è stato presentato lo scorso 21 luglio il volume di Gianni Lattanzio, “Francesca Cabrini: una Santa alla prova dei tempi. Un percorso tra storia, migrazioni, educazione e umanesimo cristiano”. Il libro propone Santa Francesca Saverio Cabrini come figura capace di misurarsi con la storia e con il presente, offrendo una lettura originale della sua vicenda là dove si intrecciano migrazioni di massa, povertà urbana, scuola, responsabilità delle istituzioni e funzione sociale della cura. L’Aise ha intervistato l'autore per approfondire i temi del volume, particolarmente sentiti dalla comunità degli italiani nel mondo.
D. Come mai un libro su Madre Cabrini proprio in questo momento?
R. Il libro nasce in occasione dell'ottantesimo anniversario della canonizzazione di Francesca Saverio Cabrini, avvenuta il 7 luglio 1946 per opera di Pio XII. Ma il mio intento non è solo commemorativo: volevo mostrare come la sua vicenda parli ancora oggi a chi si occupa di migrazioni, di comunità italiane all'estero, di integrazione. Madre Cabrini non è un'icona edificante da museo, ma una risposta concreta alle ferite del suo tempo, capace di tradurre la fede in opere, ambienti educativi e istituzioni della misericordia.
D. I lettori dell’Aise seguono da sempre le vicende degli italiani nel mondo. Che ruolo ha avuto Cabrini per le comunità italiane emigrate?
R. Un ruolo fondamentale, e per questo le dedico un intero capitolo che intitolo "Gli italiani d'America e la riconquista della dignità". Gli emigrati italiani negli Stati Uniti, e più in generale nelle Americhe, non erano esposti solo alla povertà materiale, ma anche al disprezzo sociale, alla diffidenza etnica, all'insicurezza culturale e religiosa. Cabrini interviene precisamente su questo piano: costruisce scuole, ospedali, orfanotrofi, luoghi in cui i migranti possono riconoscersi ed essere riconosciuti come persone capaci di studio, di lavoro, di crescita civile.
D. In che modo l'opera di Cabrini si intreccia con la storia dell'emigrazione italiana nel mondo?
R. Su invito di Leone XIII, Madre Cabrini attraversa l'Atlantico ventiquattro volte per raggiungere gli emigrati italiani, non solo negli Stati Uniti ma anche in America Centrale, Argentina e Brasile. Fonda, in trentaquattro anni di missione, sessantasette istituti tra ospedali, scuole e orfanotrofi. È una storia che riguarda direttamente le comunità italiane all'estero: parliamo di reti educative e sanitarie che hanno accompagnato generazioni di famiglie emigrate, aiutandole a non perdere la propria identità mentre si integravano nei nuovi contesti.
D. Lei insiste molto sul concetto di "bene organizzato". Cosa intende esattamente?
R. Intendo dire che la carità, per essere davvero efficace, non può fermarsi al gesto isolato. Cabrini ci insegna che il bene, per incidere sulla storia, deve tradursi in metodo, struttura, organizzazione, capacità di durare nel tempo. Le sue opere non nascono per caso: rispondono a una vera logica di sistema, dove scuola, ospedale, orfanotrofio e formazione religiosa sono parti di un'unica visione della promozione umana.
D. Quanto è attuale questo messaggio per le comunità italiane nel mondo di oggi?
R. Moltissimo. Il magistero contemporaneo, e in particolare papa Francesco, ha richiamato più volte la figura di Cabrini in relazione alle migrazioni globali, sottolineando come avesse intuito con grande anticipo che la modernità sarebbe stata segnata da enormi flussi migratori. Oggi le comunità italiane all'estero, ma anche le nuove generazioni di migranti di ogni provenienza, vivono sfide simili a quelle di allora: integrazione, trasmissione della lingua e della cultura d'origine, accesso ai diritti, lotta contro nuove forme di marginalità.
D. C'è un aspetto del libro che lega la storia di Cabrini alle sfide più recenti, penso alla trasformazione digitale?
R. Sì, ed è un punto che mi interessava molto approfondire. Se Cabrini trovò migranti esclusi per la lingua, la mancanza di documenti, la povertà materiale, oggi dobbiamo chiederci quali siano i nuovi "porti d'arrivo" dell'esclusione. Credo che uno dei più importanti sia proprio quello digitale: chi non ha accesso alla tecnologia, o è discriminato da sistemi automatizzati mal progettati, vive una forma di marginalità non troppo diversa da quella che colpiva i migranti italiani di fine Ottocento.
D. Un messaggio finale per i lettori dell’Aise, in Italia e nel mondo?
R. Vorrei che questo libro circolasse non solo negli ambienti ecclesiali, ma anche tra le comunità italiane all'estero, nelle scuole italiane nel mondo, nei circoli e nelle associazioni che ogni giorno lavorano per mantenere viva la nostra identità fuori dai confini nazionali. Madre Cabrini ci ricorda che la storia dell'emigrazione italiana non è solo sofferenza, ma anche capacità di costruire, con dignità e organizzazione, un futuro migliore. È un patrimonio che appartiene a tutti gli italiani nel mondo, e credo meriti di essere raccontato e conosciuto ancora oggi. (gi.za.\aise)