Fraternité, fraternitè, fraternité: a Milano l’omaggio a Robert Filliou della Fondazione Mudima

MILANO\ aise\ - Nel centenario della nascita di Robert Filliou (Sauve 1926 – Les Eyzies-de-Tayac-Sireuil 1987) la Fondazione Mudima ospita a Milano (via Tadino 26) una sua mostra personale dal titolo “fraternité, fraternitè, fraternité”, che è anche il titolo di un’opera del 1973 presente in mostra. Curata da Gino Di Maggio, la mostra, inaugurata lo scorso giovedì, rimarrà aperta al pubblico fino al 10 luglio.
La Rivoluzione francese ci aveva regalato i tre principi fondamentali della convivenza umana “liberté, fraternité, egalité”. Di fronte all’evidente fallimento di questa proposta negli ultimi due secoli, Robert Filliou sofferma il suo sguardo sulla sola parola fraternité perché è evidente che senza fraternità non può esserci uguaglianza, e senza uguaglianza non esiste la libertà.
Robert Filliou è stato una delle figure chiave dell’arte sperimentale della seconda metà del XX secolo, poeta, drammaturgo, artista visivo, economista e pensatore francese.
Dopo aver studiato dal 1948 al 1951 economia alla University of California di Los Angeles, partecipa per tre anni, per conto delle Nazioni Unite, a un programma di ricostruzione rivolto alla Corea del Sud, esperienza che insieme a un viaggio in Giappone gli consente di conoscere la filosofia zen, che eserciterà un ruolo fondamentale nello sviluppo della sua ricerca.
Rientrato a Parigi nel 1958, si dedica alla scrittura, preferendo considerarsi, anche successivamente, più che un artista, soprattutto un poeta-scrittore. L’interesse per la scrittura determina nel tempo una riflessione sulle possibilità del testo di operare sconfinamenti imprevedibili che danno origine a performance come, nel 1960, Le collage de l’immortelle mort du monde, trascrizione scomposta e casuale di un testo teatrale, in cui la disarticolazione delle regole convenzionali apre a non sempre controllabili possibilità semantiche.
La Danse poème aléatoire collectif del 1962 è un esempio straordinario di questa attitudine alla poesia. L’opera consiste in due ruote di bicicletta fissate a una tavola di legno montata a parete con tre aghi direzionali per ruota. Intorno, una serie di parole: verbi, sostantivi, piccoli agglomerati semantici. Il Poème è una sorta di strana macchina poetica, memore dei giochi linguistici surrealisti. Il visitatore è chiamato infatti a girare la ruota così che gli aghi puntino le diverse parole componendo una scrittura casuale ed evocativa. La parola poetica si fa evento, partecipazione, fatto visuale.
Filliou, pertanto, concepisce l’arte come una dimensione partecipata che si sviluppa attraverso il coinvolgimento e l’azione collettiva, al di là degli standard del sistema artistico. Da questo principio scaturiscono progetti come l’Eternal Network e La fête permanente. Il tema della creazione non è legato a una condizione di “privilegio” dell’artista; essa è contenuta in tutti gli individui, anche in quelli che normalmente non ne hanno consapevolezza: la condizione dell’artista che agisce all’interno di un’eterna rete di connessioni.
In base a questa pratica di partecipazione e indistinzione tra artista e pubblico, nel 1971 Filliou realizza Le territoire de la république géniale, un’azione concettuale che ha il senso di un’utopia, presentata per la prima volta allo Stedelijk Museum di Amsterdam, dove il territorio non può mai essere rivendicato da nessuno. In questo spazio utopico e ideale la gente comune entra in un territorio de-territorializzato, allestito con documenti e fotografie, in cui a varie scatole corrispondono diversi paesi del mondo: interagendo con tale reinterpretazione della geopolitica, predisposta dall’artista, il pubblico è chiamato a sviluppare il proprio “genio” nella convinzione che l’insipiente è privilegiato rispetto al savio.
Filliou dice che ci formiamo e strutturiamo per avere un valore economico da immettere sul mercato. Tale valore, per Filliou, è il talento. E, nel contesto del suo discorso, ciò ha una valenza negativa. La mercificazione di queste qualità creatrici rappresenta uno strumento di prostituzione dell’essere. All’opposto del talento per Filliou c’è il genio, ossia la creatività spontanea presente in tutti gli uomini. “Tutti siamo geni fino a quando non cediamo alla tentazione del talento”.
L’arte, quando la concepiamo come produzione di oggetti, è talento; quando l’arte diventa un modo di essere e non di fare, diventa “creatività permanente”. Tale concetto elaborato e pensato da Filliou, si ritrova sulla grande tela presente alla Fondazione Mudima dal titolo: Research on Pre-Biology - Research in Progress: I. Proposing a New Concept: PreBiological Genius, 1973. Filliou sostiene che qualità come “l’innocenza, l’immaginazione, la libertà e l’integrità”, frenate fin dall’infanzia, possono diventare il motore di un cambiamento. “La cosa più importante da insegnare ai bambini è l’uso creativo del tempo libero”, scrive, per aiutarli a realizzarsi e a inserirsi in seguito nella sfera professionale con creatività ed etica. Lontano dalla società del tempo libero, che ha trasformato il tempo libero in una merce standardizzata, Filliou suggerisce di incorporare nelle nostre vite, in tutti i settori di attività, “l’innocenza e l’immaginazione”, per “passare dal lavoro come pena al lavoro come gioco”, affinché il cambiamento dei valori si ripercuota nel sistema economico e si instauri un’economia poetica.
L’intera opera di Robert Filliou accompagna il progetto di stravolgere i “principi di economia politica” di John Stuart Mill (pensatore liberale ed economista britannico del XIX secolo) in Principi di economia poetica fondati non più su criteri di rendimento e redditività capitalistici, ma su una nuova teoria del valore che miri alla creazione di una nuova “arte di vivere”. Ispirato in ciò dagli scritti di Charles Fourier, socialista e utopista del XIX secolo, che aveva definito nuovi rapporti sociali riguardanti la totalità della vita, per un’“armonia sociale” e un’“armonia universale”. È ciò che proclama la sua espressione più famosa: “l’arte è ciò che rende la vita più interessante dell’arte”, riprendendo il pensiero dadaista dell’inizio del XX secolo in cui già si affermava che “la vita è più interessante dell’arte”.
Il valore “assoluto” dell’idea artistica, la consapevolezza delle fondamenta sociali dell’“atto creativo” di fronte allo scetticismo che politica ed economia possano risolvere i problemi profondi della società, costituiscono la grammatica di un pensiero dell’artista: “Non sono solo interessato all’arte, ma alla società della quale l’arte è un aspetto. Sono interessato al mondo come a un tutto, un tutto del quale la società è una parte. Sono interessato all’universo del quale il mondo è un frammento. Sono anzitutto interessato alla Creazione costante della quale l’universo è soltanto un prodotto”.
Approccio sintetizzato anche nel seguente aforisma, che individua nell’opera una sparizione o limitazione congenita: “Quando fai è arte, quando finisci è non-arte, quando esibisci è anti-arte”. Filliou, pertanto, concepisce l’arte come una dimensione partecipata che si sviluppa attraverso il coinvolgimento e l’azione collettiva, al di là degli standard del sistema artistico.
Nel 1968 Filliou elabora il principio di equivalenza, con il quale propone di considerare, in termini di creazione permanente, tre proposizioni come equivalenti: “ben fatto”, “mal fatto” e “non fatto”. L’equivalenza non è uguaglianza, un valore non si sostituisce all’altro; al contrario, le tre proposizioni si completano a vicenda e il “ben fatto”, il “mal fatto” e il “non fatto” si manifestano, secondo Filliou, come un tutto naturale e spontaneo. Così le tre proposizioni del principio di equivalenza sono legate da questo principio creatore che ristabilisce l’equilibrio fra le parti, fra i tre mondi, e assicura l’Unità con una possibile armonia.
Il principio di equivalenza è un attacco diretto al primato del giudizio estetico nella cultura occidentale. L’opera presente in Fondazione Mudima dal titolo Boîtes parlantes del 1973 ne è un chiaro esempio. Autodidatta nel campo delle arti, Robert Filliou va oltre l’ambito specifico della creazione artistica; la sua ricerca si inserisce in un processo di rinnovamento dei valori applicato a tutti i settori di attività. Sempre animato da una fortissima curiosità, si è nutrito di tutti i campi del sapere e la sua arte affronta questioni legate tanto alla gnosi (la conoscenza suprema che passa attraverso la conoscenza di sé), alla metafisica, alla filosofia, alla linguistica, all’economia, all’ecologia, quanto alle scienze o alle arti.
Filliou si presenta quindi come un vero e proprio “animatore del pensiero”. La sua produzione è definita in termini di “proposte artistiche”, piuttosto che di opere d’arte, in cui la comunicazione avviene come un’attività di scambio, attraverso la creazione di dispositivi che invitano a condividere e sperimentare a propria volta. Filliou non è solo uno degli artisti più influenti del recente passato, ma una voce eminentemente rilevante per la nostra epoca, lui che ha affrontato l’economia politica e poetica, la curiosità, e che ha insistito sull’“idea che la ricerca sia il privilegio di chi non sa, e non il dominio di chi sa”; lui che ha parlato di “convivialità e gioco”, ma anche della “solitudine come uno stato produttivo e desiderabile”. Una morte prematura ha interrotto il suo ritiro in un monastero buddhista che avrebbe dovuto durare tre anni, tre mesi e tre giorni. (aise)