L’autogol dei dazi di Trump - di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

ROMA\ aise\ - Chi paga per i dazi di Trump? Negli Stati Uniti si rivelano sempre più un vero autogol. Lo evidenzia in uno studio l’autorevole “Kiel Institute for the world economy”, centro di ricerca tedesco tra i più prestigiosi think tank economici internazionali.
I 25 milioni di registri di spedizione analizzati da gennaio a novembre 2025, per un valore totale di quasi 4.000 miliardi di dollari di importazioni statunitensi, rivelerebbero che l’onere tariffario è stato trasferito agli acquirenti statunitensi per il 96%. Gli esportatori esteri hanno assorbito solo circa il 4%. In altre parole sono stati gli importatori, e alla fine i consumatori, americani a pagare per i dazi di Trump.
Lo studio ha evidenziato in particolare che i volumi degli scambi e delle importazioni americani sono diminuiti, ma i prezzi dei beni esportati verso gli Usa non sono diminuiti. La retorica di Trump, invece, afferma che sono gli esportatori esteri a pagare per i dazi. Nel periodo analizzato ci sarebbero stati 200 miliardi di dollari in più di entrate doganali, che sono, però, finite nelle casse del Tesoro e non nelle tasche dei consumatori. Economicamente ciò equivale a un’imposta sui consumi, ma applicata selettivamente ai beni importati, creando così altre distorsioni.
In generale si è notato che l'effetto principale dei dazi è stato di ridurre le importazioni, e non di costringere i produttori stranieri a proporre prezzi più bassi. Ciò significa meno beni, meno varietà e catene di approvvigionamento interrotte per le aziende americane. Di conseguenza, i produttori americani che dipendono da semilavorati importati devono affrontare costi più elevati. Devono assorbirli, riducendo profitti e investimenti, scaricarli sui clienti, aumentando i prezzi per gli acquirenti a valle o affannarsi a trovare fonti alternative, sostenendo costi di adeguamento e ritardi.
Ci sono diversi fattori perché gli esportatori stranieri non hanno abbassato i prezzi per mantenere l'accesso al mercato statunitense. In primo luogo esistono dei mercati alternativi. Gli Stati Uniti sono un mercato ampio, ma non l'unico. Infatti, molti esportatori possono reindirizzare le loro vendite verso l’Europa, l’Asia e i paesi Brics. Non è un processo facile, ma se diventa fattibile, allora gli esportatori non sono incentivati a ridurre i prezzi per mantenere il mercato statunitense. Inoltre, il Kiel Institute calcola che con un dazio del 50% un esportatore dovrebbe ridurre il prezzo delle sue merci di almeno il 30%. Il che non sarebbe redditizio per la maggior parte delle aziende. Ciò, di conseguenza, spinge verso la riduzione dei volumi esportati.
Inoltre, se si pensa che i dazi siano temporanei, si tende a non apportare costosi aggiustamenti dei prezzi per non creare un precedente che indurrebbe futuri aumenti tariffari. Si evita così una corsa al ribasso. Anche le catene di approvvigionamento sono rigide per cui molti importatori statunitensi hanno rapporti di lunga data con fornitori esteri e non possono facilmente passare a fonti alternative. Questo conferisce un certo potere di determinazione dei prezzi ai fornitori esistenti.
Lo studio ha visto che i dazi del 50% imposti al Brasile e quelli del 30-50% imposti all’India non hanno portato a una sostanziale riduzione dei prezzi da parte di questi due paesi Brics. L'India offre un caso di convalida particolare in quanto sono accessibili i registri doganali dettagliati per l'esportazione che riportano i prezzi FOB (free on board), fino al carico sulla nave al porto di partenza. Rappresentano il prezzo ricevuto dall'esportatore indiano al netto di tutti gli altri costi che sono a carico del compratore (trasporto, dogana, ecc). Confrontando le esportazioni indiane verso gli Stati Uniti con quelle verso l’Ue, il Canada e l’Australia, destinazioni che non hanno imposto nuovi dazi sui prodotti indiani, i valori unitari delle esportazioni verso gli Usa sono rimasti invariati rispetto ad altre destinazioni
Le analisi della guerra commerciale degli Usa con la Cina del 2018-19 avevano già indicato che i valori unitari delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti erano rimasti sostanzialmente invariati, mentre i prezzi delle importazioni statunitensi sono aumentati quasi di uno a uno con i dazi.
Anche i dati statistici di census.gov evidenziano che le grandi aspettative di Trump sui dazi non si sono concretizzate. Da gennaio a novembre 2025 il deficit commerciale americano per le sole merci (senza i servizi) si è attestato a 1.139.777 miliardi di dollari, con un aumento del 5% rispetto allo stesso periodo del 2024. Il settore dei servizi, invece, vanta un grande surplus. Nei primi tre mesi del 2025 le importazioni erano schizzate per riempire di scorte i magazzini, prima degli annunci dei dazi di aprile. Quest’anno potrebbe andare meglio.
Si ricordi che la storica guerra dei dazi, decisa dal presidente americano Herbert Hoover dopo il crollo della borsa di Wall Street del 1929, aveva provocato una forte restrizione del commercio americano e internazionale contribuendo a scatenare la Grande Depressione economica. L’America cominciò a risollevarsi soltanto con il New Deal e le riforme bancarie e finanziarie di F. D. Roosevelt.
In conclusione, si può costatare che i dazi danneggiano tutti, esportatori, importatori e consumatori, riducono i volumi del commercio internazionale e generano forti tensioni economiche e geopolitiche che possono sfociare in vere e proprie guerre. Non ci sarebbe da stupirsi se domani Trump mettesse anche il Kiel Institute nella lista dei nemici da punire. (Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**\aise)
*già sottosegretario all’Economia **economista