LE NUOVE DIMENSIONI DELL’EMIGRAZIONE

LE NUOVE DIMENSIONI DELL’EMIGRAZIONE

ROMA\ aise\ - La mobilità è un bene, se è circolare e se riesce a far rientrare i nostri giovani talenti in Patria. Altrimenti "rischiamo di perdere preziose risorse umane che decidono di mettere a frutto all'estero quanto hanno appreso in Italia. Portando con loro anche le famiglie di origine". Da qui, dalle parole di Laura Garavini, è partito – e qui è tornato – il confronto che si è svolto oggi in Sala Isma al Senato in occasione dell’incontro "Famiglie senza confini. Sfide e opportunità".
Organizzato dal gruppo PD prendendo spunto dal volume "Famiglie transnazionali dell’Italia che emigra. Costi e opportunità", edito dal Centro AltreItalie, l’incontro è stato aperto dalla "padrona di casa" Laura Garavini, alla presenza delle tre curatrici Maddalena Tirabassi, Brunella Rallo e Valeria Bonatti. In sala anche molte esponenti del gruppo #mammedicervelliinfuga.com che pure hanno collaborato all’inchiesta, da cui è scaturito il libro, condotta on line tra le famiglie italiane dei giovani expat e con le testimonianze dei diretti interessati, ovvero genitori e figli.
In effetti si parla tanto dei giovani che emigrano, ma poco si sa delle loro famiglie. Il volume e l’incontro odierno hanno inteso puntare l’attenzione proprio su chi resta: i genitori, analizzando le relazioni, economiche ed emozionali, che si stabiliscono all’interno delle nuove famiglie transnazionali e fornendo una occasione di riflessione per comprendere quali politiche siano necessarie per affrontare un fenomeno, quello dell’emigrazione, che davvero ha assunto caratteristiche assai complesse e diversificate. Come ha sottolineato Laura Garavini, un tempo giovane expat ed oggi senatrice PD eletta in Germania, convinta che andare all’estero sia "un arricchimento", ma consapevole che il fenomeno rischia di sottrarre talenti ed investimenti al Sistema Paese, il fenomeno della giovane emigrazione qualificata costa all’Italia "quanto una Finanziaria". "Ogni dottore di ricerca è costato allo Stato circa 230mila euro, mentre un laureato 170mila e un diplomato 90mila, secondo i dati dell'Ocse. Una perdita di talenti che rischia di influenzare negativamente il benessere e la sostenibilità del Paese. Che così si svuota delle sue risorse ed energie migliori".
occorre comprenderne i "meccanismi" per poi elaborare le "proposte normative" utili a rendere tale mobilità "più circolare".
Come è accaduto, in un certo senso, alla collega parlamentare Angela Schirò, "figlia di una famiglia che se n’è andata dall’Italia per realizzare la propria vita all’estero", in Germania, ma che non si sente il "prodotto di una fuga", quanto piuttosto di una "decisione". Dopo una esperienza di Erasmus in Italia ed un passato di impegno politico, oggi è tornata in Italia come deputata PD. Anche Schirò è convinta che l’esperienza all’estero sia un arricchimento, se però è "una libera scelta e non una cosa inevitabile" dettata dalla mancanza di prospettive future e se si assicura a chi lo voglia la "possibilità di restare". Per garantire queste condizioni bisogna partire da un "grande lavoro culturale e politico, i cui frutti arriveranno solo dopo molto tempo". Intanto – è la proposta di Schirò – "potremmo cominciare coinvolgendo le persone che sono già fuori, che sono in gamba e sono molto legate alla loro terra d’origine". Nella sua veste di italiana nata all’estero prima ancora che come parlamentare, Schirò ha poi esortato: "cerchiamo di valorizzarci di più, di renderci più visibili e di mantenere i nostri diritti", ha detto facendo tra l’altro riferimento al Fondo per cultura che sinora non è stato prorogato – "e se perdiamo la lingua perdiamo il legame con l’Italia e tutto diventa più difficile" -. Quanto al tema più strettamente legato all’incontro, Schirò si è detta "contenta" perché "qui si parla di noi giovani famiglie italiane all’estero, si raccontano le nostre storie, non più come una cosa astratta ma con un punto di vista personale". Si parla di gioie e dolori, soddisfazioni e sacrifici, dei giovani ma anche dei loro genitori, sia che restino in Italia sia che scelgano di seguire i propri figli e nipoti all’estero.
Ma – e qui veniamo allo spaccato offerto dal volume – quanto costa questa emigrazione al nostro Paese in termini economici? Al di là della perdita per lo Stato che investe nella formazione di chi poi se ne va, Marina Sereni, già vicepresidente della Camera, ha individuato un "costo materiale" a carico delle famiglie ed un "costo specifico" dovuto a "l’impoverimento di alcuni contesti territoriali", specie nel sud d’Italia. Eppure, ha osservato Sereni, "nel dibattito pubblico si è più portati a discutere di chi arriva, sebbene il fenomeno dell’immigrazione non abbia la dimensione dell’emergenza". Al contrario "i numeri di chi se ne va hanno molto più a che fare con futuro del nostro Paese". Intanto, ha evidenziato Sereni, la presenza di "comunità dinamiche, creative, operose che, portano il volto positivo dell’Italia nel mondo" rappresenta per il nostro Paese una "ricchezza", una "opportunità da cogliere", ma "quanto le istituzioni se ne rendano conto resta un punto di domanda". C’è poi un’altra questione da affrontare: "se si ha voglia di rientrare, quali sono i problemi a cui si va incontro?". Per Marina Sereni sarebbe utile riflettere sulle misure attuate nel passato, sui loro effetti, perché "possono aver funzionato o meno", e "mettere a fuoco" che "serve una rilettura del sistema del welfare nei confronti di chi", oggi 30/40enne, "vuole metter sù famiglia", che viva in Italia o all’estero.
In effetti, ha ricordato Laura Garavini, negli ultimi anni ci sono stati diversi interventi normativi finalizzati a rispondere a queste necessità e nel "decreto crescita" è prevista la rimodulazione di misure la cui "validità" trova conferma nella scelta di ripristinarle da parte di un governo diverso.
Massimo Ungaro, giovane deputato PD eletto in Europa, è intervenuto oggi nella "doppia veste" di "legislatore da un anno a questa parte" e di "figlio che ha vissuto molte delle vicende descritte nello studio" del Centro AltreItalie. Per Ungaro il volume rappresenta "uno dei primi tentativi di studiare questa nuova forma e cultura della mobilità" che è "molto diversa" da quella della vecchia emigrazione. "Mio nonno emigrò da Napoli in Uruguay per necessità. Io a 18 anni ho scelto di partire". L’inchiesta si rivolge in particolare a chi, come lui, è emigrato "per aspirazione" ed il legislatore ha il compito di tutelarlo: dalla copertura dell’assicurazione sanitaria all’equiparazione dei titoli di studio sino all’assistenza per i genitori che scelgono di seguire i figli all’estero. Quanto all’Italia, "un Paese da cui le menti più giovani e con più capacità contributiva se ne vanno" senza tornare o senza che vi sia un diverso flusso d’entrata "è un Paese in difficoltà". Anche Ungaro è d’accordo sulla necessità di "capire le cause" – guadagni troppo bassi, mancanza di responsabilità, pochi investimenti nella ricerca e diseguaglianza di trattamento per le donne - e "valutare le politiche degli ultimi anni". Degli sgravi fiscali contenuti nel "pacchetto contro-esodo" hanno usufruito 10mila connazionali, che però, ha riferito Ungaro, "una volta terminati gli incentivi sono ripartiti".
"La mobilità deve tornare ad essere una delle questioni centrali delle politiche del nostro Paese". Non ha usato mezzi termini Maddalena Tirabassi, direttore del Centro AltreItalie, secondo la quale "le nuove migrazioni potrebbero fare da traino per quelle vecchie, forse un po’ trascurate e impantanate nella vecchia legislazione". La ricerca condotta sulle famiglie transnazionali può essere un punto di partenza, da sviluppare anche grazie al contributo della politica, poiché ha svelato una realtà sinora poco conosciuta sebbene assai interessante anche in termini di "opportunità". La prima è quella della "sprovincializzazione della società italiana" grazie ad una "classe di genitori" che ha iniziato a viaggiare e a conoscere nuovi Paesi, a studiare le lingue e imparare l’uso di nuove tecnologie. "Vedere il mondo fa bene a una classe media italiana troppo a lungo rimasta dentro i propri confini". A fronte di questa "multiculturalità delle relazioni affettive che si ripercuote nell’apertura di mentalità delle famiglie italiane", Tirabassi ha individuato alcune "criticità". Intanto vi sono dei problemi pratici che possono ostacolare i rientri, ad esempio per i connazionali che abbiano un coniuge o un partner straniero: "le nostre leggi sui permessi di soggiorno dall’estero sono impossibili". Detto ciò, "non si potrà pensare ai rientri sino a che non si risolveranno molte delle questioni che hanno spinto i nostri giovani ad emigrare". Quegli stessi giovani, ha concluso Tirabassi con una "nota di ottimismo", che divengono "ambasciatori dell’Italia" se accompagnati a dovere in questo loro "esodo". Tutti riconoscono il "soft power" della cultura italiana, che, "molto apprezzata all’estero", "può essere portata avanti dai nostri giovani", ma, ha ammonito la ricercatrice, "non possiamo affidarci alle impressioni, bisogna agire con consapevolezza".
Brunella Rallo è intervenuta a nome della community di "mammedicervellinfuga", un vero e proprio "date base dell’emigrazione" e un "osservatorio bidirezionale che riunisce chi parte e chi resta" e che, a questa ricerca come ad altri approfondimenti (Rapporto Italiani nel Mondo) ha fornito aspetti e dati qualitativi che "i semplici numeri dell’Aire o dell’Istat o del centro statistico della Banca d’Italia non ci danno". Rallo ne ha riportati alcuni. Il 18% delle famiglie intervistate ha più di un figlio all’estero, perché si cerca di dare le stesse opportunità a tutti, il che vuol dire che "lo svuotamento delle famiglie è sempre maggiore". E ancora il 67% di famiglie aiuta economicamente i figli all’estero attraverso l’invio di denaro. In media si stima che questa cifra si attesti sugli 8.000 euro l’anno, con una forbice che varia da 2.000 a 40.000 euro. "In molti casi, anche con figli ritenuti autonomi, i genitori ritengono importante esprimere il loro ruolo genitoriale anche attraverso piccole e simboliche cifre". Rallo ha parlato di due tipi di costi: "i costi diretti ovvero il sussidio economico su base mensile o annuale" versato ai figli e "i costi indiretti per la mitigazione della distanza". In altre parole: quanto costa andare a trovare un figlio all’estero? Quante volte si va? Quante volte tornano i figli in Italia? E quanto costa la spesa al supermercato quando tornano? Quanto costa studiare una lingua straniera? (a tal proposito è stato lanciato il primo accordo commerciale del blog mammedicervellinfuga con Babel) Quanto costa spedire pacchi di approvvigionamento? In totale si arriva ad una cifra di 10.000 euro l’anno stimati.
Informazioni importanti, queste, perché, come ha osservato Laura Garavini, "avere una quantificazione nazionale di questi flussi darebbe un’idea di come intervenire per correggere alcuni elementi della nostra economia".
Sull’intreccio costi-famiglia è intervenuta anche Valeria Bonatti, anche lei curatrice dello studio, oggi negli Stati Uniti alla University of Illinois, che ha portato la sua riflessione dal punto di vista di nuova expat su tre aspetti della genitorialità a distanza. Il "mantenimento dei costi" e la " mitigazione distanza" sono senz’altro i fenomeni "più evidenti", ma rappresentano "solo una parte dello sforzo logistico dei nostri genitori". Vi sono infatti altri "sforzi emozionali" che, ha spiegato Bonatti, consistono nel coordinare i contatti come le telefonate su Skype e i social media per "riprodurre" tradizioni e "regolarità di famiglia", come i pranzi della domenica. Alla "dimensione emotiva" appartiene anche "come riorganizzare la casa quando i figli tornano", magari con i nipoti. E poi c’è il "coinvolgimento" dei genitori nelle "fasi di transizione della vita dei giovani expat" – trasferimento, ricerca di una casa, matrimonio, figli… -, che "avviene con interventi economici, ma anche con l’intensificamento dei contatti sociali alla ricerca di risorse, opportunità e aiuto per i propri figli". Ma non è tutto. I genitori degli expat, dopo essersi sobbarcati costi economici ed emotivi, si trovano ad invecchiare. Cosa fare dopo la pensione, dove collocarsi e come gestire il proprio denaro? È possibile trasferirsi all’estero per raggiungere i propri figli? E che succede poi se il mercato del lavoro sempre più dinamico e flessibile porta i figli altrove? Come rifarsi una vita da anziani quando ci si trasferisce all’estero? Come farlo senza pesare sui propri figli? "Continueremo a studiare il fenomeno per dare risposte a queste domande", ha concluso Bonatti, "confidando anche sull’ascolto della politica".
Hanno preso oggi la parola anche due giovani, che stanno vivendo in prima persona e con le loro rispettive famiglie l’esperienza migratoria.
Tra loro Andrea, romano, ora a Sydney. Laureto in ingegneria edile, dopo una prima esperienza in Azerbaijan è rientrato in Italia, ma poi ha avuto una buona occasione e l’ha colta: in Australia il suo primo contratto era otto volte più alto di quello italiano, senza contare la tassazione favorevole e la possibilità di "fare": "non importava se fossi giovane o meno, ma se sapessi fare una cosa o meno". E così a 28 anni gli hanno chiesto di progettare impianti per tre grattacieli firmati da Renzo Piano. Ora di anni ne ha 32 e il suo "sogno", da Sydney, è quello di lavorare a Roma.
Ha scelto invece Berlino Debora, ingegnere elettrotecnico, che in Germania ha trovato un lavoro a tempo indeterminato e una compagna. "Voglio sposarmi e avere dei figli, un futuro che in Italia vedo scuro". Non c’è dunque solo un motivo economico per restare all’estero: sono in tanti infatti i giovani che scelgono di lasciare l’Italia per poter vivere più serenamente la propria omosessualità. Per loro alla politica Debora ha chiesto di lottare anche "per i diritti civili".
Ha due figli all’estero anche Fabio Porta, coordinatore PD in Sud America, tornato in Italia per due legislature come deputato eletto all’estero. Qui i figli, hanno terminato le scuole dell’obbligo per poi affrontare una esperienza negli Usa ed ora l’Università in Francia. "In Italia c’è un problema culturale", perché il nostro, "nonostante la grande propensione internazionale" che ci dà l’emigrazione, "è un Paese provinciale". Lo dimostra la mancanza di sensibilità nell’intercettare l’enorme potenzialità degli italodiscendenti, spesso "cervelli" che vorrebbero venire in Italia ma verso i quali non è previsto alcun incentivo.
Eppure, come ha voluto ribadire Garavini, prima di affidare le conclusioni ad Antonio Misiani, "la mobilità è una occasione straordinaria, una esperienza, sì, difficoltosa, a volte lacerante, ma un’esperienza che illumina i ragazzi che la vivono ma anche chi resta, perché è una opportunità di arricchimento, di conoscenza". L’augurio è che, sebbene ancora non si vedano, gli "effetti benefici" del nuovo "approccio multiculturale" delle famiglie transnazionali aiuti concretamente l’Italia a sprovincializzarsi. E in tal senso Garavini ha assicurato il proprio impegno ed il "sostegno pieno" dei nostri colleghi.
Anche quando si tratterà di trovare i finanziamenti per le politiche ad hoc. Lo ha assicurato anche il capogruppo PD in Commissione Bilancio del Senato, Antonio Misiani, il quale ha riconosciuto il "carattere multidimensionale del fenomeno migratorio, che per noi legislatori è indispensabile sapere leggere e interpretare, per rispondere a bisogni così articolati". Per questo l’incontro odierno è stato importante: perché ha "acceso i riflettori" su un aspetto particolare del fenomeno, facendo venire a galla "perdite enormi di capitale e di investimenti per il Paese". "Insieme siamo chiamati a costruire delle risposte efficaci in due ambiti", ha proseguito Misiani. Da un lato occorre migliorare "la qualità della vita di chi, volente o nolente, all’estero ci vive e di chi è rimasto in Italia". In che modo? Semplificandone la vita con una adeguata assistenza e garantendo l’efficienza tanto delle rappresentanze diplomatico-consolari all’estero quanto della pubblica amministrazione. Dall’altro "occorre tornare a rendere l’Italia attrattiva per chi vuole ritornare e evitare che i giovani si trovino costretti ad emigrare". Ma per far ciò bisogna Nostro compito "tornare a ragionare guardando al futuro, recuperando più risorse per gli investimenti" e per tutti gli interventi che "chiamano in causa le prossime generazioni". Troppo a lungo l’Italia "colpevolmente" non ha messo al centro del l’agenda politica il capitolo dei giovani, siano essi all’estero o in Italia: dall’istruzione al mondo del lavoro, dalla fiscalità delle famiglie al sistema imprenditoriale, l’Italia deve "imboccare la strada giusta".
Lo ha detto anche Garavini: "I nostri talenti rientrano se sosteniamo l'occupazione, la giusta retribuzione, le possibilità di carriera in base al merito. E poi se favoriamo la conciliazione tra tempi di lavoro e natalità, come si fa in tanti paesi europei. Dove la cura dei figli è ripartita tra entrambi i genitori. E non affidato solamente alla madre. Se, in definitiva, facciamo di tutto non solo per farli tornare, i nostri talenti all'estero. Ma anche, e soprattutto, per farli rimanere". E di tutto ciò beneficerebbe anche chi sceglie di restare. (raffaella aronica\aise)


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