Ankara, il vertice che interroga l’Europa - di Gianni Lattanzio

ROMA\ aise\ - Il vertice NATO di Ankara del 7-8 luglio 2026 non è un semplice appuntamento dell’agenda atlantica: è la rappresentazione in tempo reale di una transizione d’epoca, in cui l’alleanza militare più longeva della modernità riscrive se stessa e l’Europa è chiamata a misurare la propria capacità di durare come soggetto politico, non solo come spazio normativo. Nella capitale turca prendono forma, insieme, la riduzione graduale della presenza statunitense sul continente, la pretesa di una “NATO 3.0” a trazione europea, l’ambizione turca di trasformare la propria centralità geostrategica in rendita politica e l’urgenza, per l’Unione, di decidere se vuole rimanere potenza civile o diventare civiltà politica.
Non colpiscono soltanto le parole: colpiscono i numeri e le immagini. Ad Ankara il forum industriale della difesa è stato trasformato in una grande vetrina strategica, con oltre 50 miliardi di dollari in contratti e programmi annunciati, altri 40 miliardi destinati ai sistemi anti-drone nei prossimi cinque anni, l’espansione di flotte multinazionali di aerocisterne Airbus, l’acquisto di droni Triton da parte di Danimarca, Finlandia, Germania e Norvegia, e nuovi programmi per colmare i vuoti lasciati dal progressivo disimpegno americano.
Mark Rutte ha presentato tutto questo come una “rivoluzione industriale della difesa”, mentre gli europei e il Canada hanno mostrato a Trump l’aumento della loro spesa, in un contesto in cui l’Alleanza punta a raggiungere il 5 per cento del PIL entro il 2035, diviso fra esigenze militari di base e investimenti connessi alla sicurezza.
Su questo palcoscenico si muovono, con ruoli distinti ma convergenti nella logica della personalizzazione del potere, Donald Trump e Recep Tayyip Erdogan.
Il presidente americano usa il linguaggio della lealtà tradita, minaccia ritiri di truppe dall’Europa, rilancia perfino la questione della Groenlandia e accusa apertamente Italia, Germania, Francia e Regno Unito di non essere stati al fianco degli Stati Uniti nel confronto con l’Iran e sullo stretto di Hormuz.
Erdogan, invece, offre la Turchia come alleato “più leale degli altri”, rilancia il dossier F35 e cerca di convertire la propria indispensabilità geografica in un riconoscimento politico permanente, proprio mentre Ankara teme di restare fuori dai grandi contratti finanziati da Bruxelles.
La dimensione storica del vertice sta qui: Ankara non registra soltanto un equilibrio di forze, ma fotografa la fine di una lunga illusione europea. Per decenni il Vecchio Continente ha potuto coltivare la convinzione di essere qualcosa di più di una potenza tradizionale: uno spazio giuridico, una comunità di diritto, un laboratorio normativo capace di sublimare il conflitto in regole. Oggi, però, la guerra in Ucraina, il riarmo industriale, il ritorno della minaccia russa, la pressione strategica americana verso l’Indo-Pacifico e la politica apertamente transazionale di Trump riportano l’Europa alla nudità della storia. La domanda non è più se l’Unione debba restare fedele alla propria vocazione normativa, ma se possa farlo senza una forza politica, militare e industriale adeguata a sostenerla.
Da questo punto di vista, il lessico di “NATO 3.0” è meno tecnico di quanto sembri. Secondo la ricostruzione riportata dalla stampa internazionale, l’Alleanza entra in una fase in cui l’Europa dovrà assumersi una quota molto maggiore della difesa convenzionale, mentre gli Stati Uniti resteranno il garante nucleare e il fornitore delle capacità più avanzate, ma con una presenza più intermittente e selettiva. La formula diplomatica scelta ad Ankara — “un’Europa più forte in una NATO più forte” — significa in realtà che l’europeizzazione dell’Alleanza non è più una opzione intellettuale, ma una necessità geopolitica.
Qui la riflessione politico-filosofica si impone quasi da sé. La tradizione liberale occidentale ha tentato di subordinare la forza alla norma, di far convivere sicurezza e diritto entro cornici multilaterali condivise. La nuova stagione, invece, sembra sempre più dominata da leader che concepiscono la politica estera come estensione del proprio temperamento e del proprio rapporto diretto con gli altri capi di Stato. In questa torsione, le istituzioni rischiano di perdere la loro funzione deliberativa per diventare scenografia della decisione. Ankara, in questo senso, non è solo un vertice: è una lezione sulla fragilità dell’ordine multilaterale quando la volontà del decisore torna a prevalere sulla pazienza delle procedure.
Tutto ciò ha una dimensione geoeconomica decisiva. I contratti militari, le piattaforme comuni, la produzione di missili, i sistemi anti-drone, i fondi Safe dell’Unione, gli accordi per il rafforzamento della base industriale europea mostrano che la sicurezza non è più separabile dall’economia politica della tecnologia, dell’energia e delle catene di approvvigionamento.
Se l’Europa saprà utilizzare questo ciclo per rafforzare la propria capacità industriale e la propria integrazione tecnologica, Ankara potrà apparire, col tempo, come l’inizio di una soggettività europea più matura; se invece prevarranno la dispersione nazionale, la dipendenza da fornitori esterni e la mancanza di comando politico comune, il riarmo rischierà di produrre spesa senza autonomia.
Ed è su questo punto che il vertice turco tocca direttamente anche l’Italia.
Roma arriva ad Ankara in una posizione insieme esposta e potenzialmente rilevante: esposta, perché Trump ha scelto di citare esplicitamente l’Italia tra i Paesi che “hanno voltato le spalle” agli Stati Uniti sul dossier iraniano, e perché il rapporto personale con Giorgia Meloni è stato pubblicamente raffreddato dalla mancata adesione italiana alle richieste americane su Hormuz. Ma l’Italia arriva anche come attore che potrebbe avere un ruolo non marginale nel processo di europeizzazione dell’Alleanza, sia per la sua collocazione mediterranea, sia per il peso della sua industria della difesa, sia per la possibilità di inserirsi in quel formato E5 evocato nella stampa politica come nucleo di una futura NATO a più forte trazione europea.
Il problema italiano, tuttavia, è che questa potenzialità strategica convive con una fragilità politica ancora irrisolta. Secondo i dati riportati nella rassegna, l’Italia si ferma oggi al 2,1 per cento del PIL in spesa per la difesa, lontana dai Paesi baltici, dalla Polonia e perfino dalla Grecia, mentre il percorso verso il 5 per cento entro il 2035 resta, per ora, più una promessa politica che una decisione consolidata di finanza pubblica. Sullo sfondo pesa il nodo delle risorse: ricorso ai prestiti Safe, possibile deroga al Patto di stabilità, priorità concorrenti nella legge di bilancio, divisioni dentro la stessa maggioranza sull’opportunità e sulla sostenibilità di un’accelerazione della spesa militare.
Ma proprio per questo Ankara può rappresentare, per l’Italia, non soltanto un momento di imbarazzo diplomatico, bensì una scelta di verità. Se Roma continuerà a vivere la sicurezza europea come materia da gestire in posizione difensiva, cercando soltanto di smorzare le pressioni americane e di evitare conflitti politici interni, il suo profilo internazionale resterà subalterno, oscillante, esposto agli umori altrui. Se invece saprà leggere il nuovo ciclo strategico come occasione per connettere industria, politica estera, difesa comune europea e centralità mediterranea, allora potrà concorrere alla definizione della nuova postura europea, non come comprimaria ma come uno dei suoi architetti.
L’Italia, in altre parole, ha davanti a sé la stessa domanda che attraversa oggi l’intera Unione: essere oggetto di tutela o soggetto di decisione. La sua posizione geografica, il peso delle sue basi, il ruolo di Sigonella nei nuovi dispositivi di sorveglianza e ricognizione, la sua storica vocazione a fare da ponte fra Europa continentale e Mediterraneo allargato le offrono margini reali di influenza, ma questi margini esistono soltanto se vengono abitati da una visione. Una visione che non consista nel rincorrere l’ultima benevolenza di Washington né nel rifugiarsi nell’equivoco di una fedeltà atlantica passiva, ma nel contribuire a costruire una Europa capace di restare transatlantica proprio perché più solida, più autonoma, più responsabile.
In questo senso, il vertice di Ankara interroga l’Europa e l’Italia con la stessa severità.
Chiede se il continente intenda restare un mercato protetto da altri o diventare un soggetto politico dotato di forza propria. E chiede all’Italia se voglia limitarsi a essere valutata, ammonita o blandita dalle grandi potenze, oppure se sia pronta a trasformare la sua rilevanza geografica in iniziativa strategica. Le forme politiche durano quando sanno unire potenza e legittimità, interesse e destino. Ankara ci ricorda che questo tempo è tornato. E che, per l’Europa come per l’Italia, il futuro non sarà garantito dal semplice richiamo ai valori, se quei valori non sapranno darsi finalmente gli strumenti della storia. (gianni lattanzio*\aise)
*Segretario generale Istituto Cooperazione Paesi Esteri (ICPE)