Nino Springolo (1886–1975) e “I due compagni” al Museo Bailo di Treviso

Nino Springolo, Ritratto di giovane signora (part.), 1930. Olio su tavola, cm 62 × 51,5. Collezione privata

TREVISO\ aise\ - Una mostra promossa e realizzata dai Musei Civici del Comune di Treviso, con il patrocinio della Provincia di Treviso, il contributo e la collaborazione della Camera di Commercio Treviso – Belluno Dolomiti. Si è aperta il 14 marzo al Museo Bailo di Treviso la mostra “Nino Springolo (1886–1975) e “I due compagni””, che si potrà visitare sino all’1 novembre, a cura di Fabrizio Malachin.
“Con questa nuova mostra il Museo Bailo conferma la qualità e l’ambizione culturale del lavoro che i Musei Civici stanno portando avanti in questi anni”, ha dichiarato Mario Conte, sindaco di Treviso, ringraziando “l'assessore Maria Teresa De Gregorio e il direttore Fabrizio Malachin per aver dato avvio a una stagione di mostre autoprodotte di grande prestigio artistico, capaci di valorizzare il patrimonio, approfondire figure centrali della nostra storia culturale e rafforzare il ruolo di Treviso nel panorama espositivo nazionale. È un percorso che restituisce alla città mostre scientificamente solide e al tempo stesso accessibili a un pubblico sempre più ampio”.
Nino Springolo. Ragioni di una mostra
L’esposizione, dedicata a una delle figure più appartate ma centrali dell’arte veneta del primo Novecento, viene proposta in occasione del Cinquantenario della morte e del 140° anniversario della nascita dell’artista, con l’obiettivo di restituire al pubblico e alla critica la complessità e la profondità della sua ricerca pittorica e la sua indipendenza e singolarità non solo rispetto alle avanguardie storiche, ma anche nel contesto trevigiano, attraversato in quegli anni da una generazione vivacissima di artisti tra Treviso e Venezia, soprattutto quella di Ca’ Pesaro.
Attraverso un percorso di circa cento opere, provenienti da collezioni pubbliche e private, la mostra presenta Springolo come autore indipendente, fedele al principio di una rigorosa “onestà artistica”, lontano dalle mode e dalle adesioni programmatiche, ma pienamente partecipe dei fermenti culturali europei. Nino Springolo è un artista che non si lascia facilmente ricondurre a un movimento preciso. Studia il cromatismo sezionato dei postimpressionisti, sperimenta soluzioni divisioniste, fa propria la lezione di Cezanne e riflette “sugli antichi”, fino a giungere, negli esiti più tardi, a una pittura che sembra quasi naïf. Ogni influenza viene filtrata, decantata, reinterpretata in modo personale, come se avesse sempre presente le parole che Cesare Laurenti gli scriveva nel 1909: “Ricerchi sempre sé stesso”. Un monito che diventa il filo rosso della produzione di Springolo, autore di una pittura fondata sullo studio e su una ricerca interiore costante che non mira allo spettacolo, ma a un rapporto intimo e meditato con l’osservatore.
La proverbiale lentezza esecutiva – “cinque o sei quadri all’anno”, ricordano Biason e Buzzati – non è un limite produttivo ma un metodo: “Ho prodotto poco perché ho sempre lavorato tanto” affermava lo stesso Springolo.
Il percorso espositivo
Il progetto unisce taglio storico-filologico e lettura critica tematica, articolandosi in quattro sezioni: Paesaggi, Ritratti, Nature morte, e una sala conclusiva intitolata “I due compagni”, ispirata al romanzo di Giovanni Comisso e dedicata ai rapporti con Gino Rossi e Arturo Martini.
I paesaggi sono forse il genere più amato, e costituiscono la chiave di accesso alla sua ricerca.
Dai primi tentativi divisionisti (1913–1914) ai pastelli di Onè di Fonte (1919–1925), fino ai grandi paesaggi maturi degli anni Cinquanta, Springolo utilizza la natura come campo di osservazione e meditazione. In questa sezione emerge il legame profondo con Treviso, i corsi d’acqua, la laguna, Malamocco, e l’assimilazione personale della lezione cézanniana, visibile nelle “opere solide” teorizzate da Comisso, fino all’approdo a un naturalismo razionale e moderno.
Il ritratto, genere meno noto ma fondamentale, è interpretato come luogo della costruzione del disegno. Gli studi preparatori – come quelli per ‘Davi bambino’ (1923) – testimoniano l’importanza della linea come ossatura dell’immagine. Springolo abbandona ogni retorica novecentista a favore di un linguaggio della quotidianità, capace di esprimere la delicatezza delle figure familiari e della comunità trevigiana.
Le nature morte, spesso costruite con gli oggetti della cucina o dello studio, rappresentano un genere che Springolo affronta con pari dignità e rispetto. Il percorso illustra la riflessione sulle “ombre colorate” e sui contrasti tonali, in un equilibrio del tutto personale tra la tradizione francese e quella veneta.
La sala conclusiva contestualizza Springolo nel rapporto con due protagonisti dell’avanguardia veneta: Gino Rossi e Arturo Martini. Martini è un modello di forza creativa, Rossi un sostegno determinante, ma Springolo emerge non come epigono bensì come interlocutore autonomo e profondo di quella stagione artistica. Non mancano riferimenti alle relazioni intrecciate con altre figure centrali della vita culturale trevigiana e veneta: da Luigi Serena a Luigi Coletti, da Gino Scarpa a Bepi Fabiano, fino al cugino Giovanni Comisso e ai coniugi Mazzolà. (aise)