“Tutto Boetti 1966–1993”: l’Arte Povera ancora protagonista al Magazzino Italian Art

Alighiero Boetti, Mappa, 1983. Courtesy Magazzino Italian Art. Ph. Marco Agnelli

NEW YORK\ aise\ - Dopo le mostre dedicate a Piero Gilardi (Tappeto natura, 2022) e a Michelangelo Pistoletto (Welcome to New York, 2023-2024), Magazzino Italian Art a Cold Spring, New York, prosegue il programma di approfondimento che riguarderà ciascuno degli artisti legati al movimento dell’Arte Povera, attraverso una serie di focus espositivi. In questo contesto si inserisce la nuova mostra “Tutto Boetti 1966-1993”, che aprirà al pubblico domani, 26 aprile, e sarà visitabile sino al 26 aprile 2028 negli spazi del Main Building, che ospitano anche la collezione permanente di Arte Povera del museo.
“Tutto Boetti 1966-1993” presenta circa 30 opere di Alighiero Boetti (1940-1994) a partire da un nucleo appartenente alla collezione permanente del museo, tra cui una selezione straordinaria dei primi lavori di Boetti, risalenti agli anni Sessanta, a cui si aggiungono dei prestiti provenienti dagli eredi Boetti e da una collezione privata di prima importanza. Tra le opere esposte, alcune di dimensioni monumentali come Mazzo di tubi (1966), Da mille a mille (1975), Insicuro Noncurante (1975-76) e il grande kilim Alternando da uno a cento e viceversa (1993).
A completare la mostra, nella giornata del 25 aprile si terrà un simposio che vedrà la partecipazione di autorevoli curatori, critici e artisti chiamati a riflettere sull’importanza che Alighiero Boetti ha avuto nello sviluppo dell’arte contemporanea. Il simposio è organizzato in collaborazione con la Fondazione Alighiero e Boetti di Roma.
Il titolo della mostra richiama l’idea di una presentazione ampia della ricerca dell’artista, lungo quasi tre decenni di attività. Allo stesso tempo, allude esplicitamente alla celebre serie dei Tutto, grandi composizioni tessili realizzate a partire dagli anni Ottanta e che accostano una fitta trama di immagini e segni.
Il percorso espositivo prende avvio da uno dei nuclei fondanti della collezione di Magazzino Italian Art: una selezione straordinaria di opere del primo Boetti, datate al 1966, molte delle quali furono presentate nella storica prima mostra personale dell’artista presso la Galleria Christian Stein di Torino nel 1967. Questo gruppo di lavori – tra cui Triplo metro, Asta di misurazione, Mancorrente a squadra, Pannello luminoso e Clino – offre un accesso privilegiato alle preoccupazioni concettuali ed estetiche che animano la ricerca dell’artista agli inizi della sua carriera. Attraverso strutture essenziali, materiali industriali e oggetti tratti dalla quotidianità, Boetti mette in discussione categorie consolidate come misura, funzione, autorialità e rappresentazione, rivelando la valenza concettuale di strumenti tecnici e forme d’uso comune.
Due grandi opere che ancorano fisicamente la prima galleria della mostra sottolineano la dimensione scultorea della ricerca di Boetti negli anni della sua formazione. Pavimento luminoso (1966), struttura lignea dipinta con un sistema di illuminazione nascosto al suo interno, e disposta a terra come una piattaforma, mette in discussione i confini tra oggetto, architettura e scultura, materializzando la luce all’interno di una forma geometrica essenziale. L’opera dialoga con il contesto culturale della Torino degli anni Sessanta, richiamando i pavimenti illuminati del Piper Club, luogo centrale della scena artistica e sperimentale frequentata dagli artisti dell’Arte Povera. Accanto a questa presenza luminosa, Mazzo di tubi (1966) introduce un diverso tipo di intervento sulla materia industriale. L’opera è composta da sedici tubi in PVC assemblati verticalmente fino a evocare la forma ieratica di una colonna. Grazie alla riorganizzazione di elementi prefabbricati, Boetti ridefinisce la funzione e la percezione di oggetti solitamente nascosti negli spazi tecnici di un edificio. Questo gesto trasforma la composizione in una struttura spaziale autonoma, spostando l’attenzione dal fare manuale alla scelta, all’assemblaggio e alla ridefinizione del significato. Emergono così alcuni temi centrali del lavoro di Boetti, quali l’interesse per i sistemi e le classificazioni, la tensione tra ordine e variazione, e la possibilità di generare significato attraverso regole semplici e processi strutturati. Allo stesso tempo, queste opere testimoniano il clima sperimentale della Torino della seconda metà degli anni Sessanta e il dialogo di Boetti con il nascente movimento dell’Arte Povera, le cui linee di indagine egli contribuì a definire.
A questa prima stagione artistica fa poi seguito una serie di opere rappresentative del lavoro di Boetti negli anni romani, quando la sua ricerca si espande in molteplici direzioni, insistendo sempre più sui temi della dualità, dell’autorialità e della delega dell’esecuzione. Esemplare di questa fase è Da mille a mille (1975), opera composta da undici fogli di carta millimetrata in cui gli assistenti dell’artista erano liberi di combinare i quadratini da colorare secondo scelte autonome. Il lavoro mette così in discussione il tradizionale statuto dell’autore come espressione di una volontà singola, trasformando l’opera in un campo aperto in cui il risultato finale emerge dall’interazione tra regola e libertà.
Alla stessa sezione appartiene anche una Mappa del 1983, esempio della celebre serie iniziata dopo il primo viaggio di Boetti in Afghanistan nel 1971. Colpito dall’arte tessile delle donne afghane, l’artista avviò con loro una collaborazione destinata a durare negli anni, affidando la realizzazione di queste opere ricamate alla loro straordinaria perizia tecnica. Le Mappe combinano così un altissimo livello di manualità con un intervento minimo da parte dell’artista: la composizione deriva infatti da forme e sistemi già esistenti – i contorni geografici dei paesi e le bandiere nazionali – tradotti in tessuto dall’abilità artigianale delle artefici. Proprio come nella serie Tutto, in queste opere Boetti unisce rigore concettuale e apertura al contributo altrui, trasformando una struttura apparentemente oggettiva come la carta geografica in un’immagine in continuo mutamento.
“Tutto Boetti 1966–1993” intende restituire un’immagine articolata della ricerca di Alighiero Boetti, seguendone lo sviluppo dalle prime sperimentazioni torinesi degli anni Sessanta fino ai grandi lavori della maturità. La mostra mette in luce la straordinaria coerenza di un artista che ha costruito la propria pratica attorno all’idea di sistema, di collaborazione e di apertura al mondo, e il ruolo fondamentale che ha giocato nel definire molti dei temi al centro dell’Arte Povera.
“Questa mostra nasce dall'impegno di Magazzino ad approfondire in modo sempre più puntuale lo studio della nostra collezione”, spiega Nicola Lucchi, direttore di Magazzino Italian Art. “Stiamo preparando visite guidate e laboratori didattici per le scuole che accompagneranno questo progetto, ampliandone la portata sul piano educativo. Attendiamo inoltre con particolare interesse la pubblicazione del catalogo, che ci consentirà di consolidare e diffondere ulteriormente questo percorso di studio”.
Nancy Olnick e Giorgio Spanu, cofondatori di Magazzino Italian Art, sottolineano che “il nucleo storico di opere di Alighiero Boetti qui presentato, riunito grazie all’importante rapporto che abbiamo maturato nel corso degli anni con Gianfranco Benedetti della Galleria Christian Stein, permette oggi una piena valutazione critica di un momento fondativo nella carriera dell’artista e nella storia del movimento dell’Arte Povera. Siamo inoltre molto lieti della collaborazione con la Fondazione Alighiero e Boetti per il simposio e con tutti quanti hanno reso possibili prestiti di grande rilievo, contribuendo in modo significativo alla completezza del progetto espositivo”.
La mostra sarà accompagnata da un catalogo, curato da Francesco Guzzetti e corredato da schede dedicate a ciascuna opera, concepito come punto di riferimento per lo studio di questi lavori e come strumento di lavoro per futuri studiosi.
Alighiero Boetti (detto anche Alighiero e Boetti) nasce il 16 dicembre 1940 a Torino da Corrado Boetti, avvocato, e Adelina Marchisio, violinista. Dopo aver abbandonato gli studi di Economia e Commercio, si avvicina all’arte da autodidatta, in dialogo con il vivace clima culturale torinese. Legge Cesare Pavese, Eugenio Montale, Thomas Mann, William Faulkner ed Herman Hesse. Guarda all’espressionismo americano, lo Spazialismo di Lucio Fontana e i lavori di artisti come Henry Michaux e Giacomo Balla. Nel 1962 incontra Annemarie Sauzeau, che diventerà sua moglie nel 1964 e si distinguerà in seguito come critica d’arte. I due tra il 1963-64 si trasferiscono a Parigi, dove Boetti studia incisione con Johnny Friedlaender e approfondisce il lavoro di Nicolas de Staël, Jean Dubuffet e André Malraux.
La prima mostra personale, organizzata nel gennaio 1967 presso la galleria Christian Stein a Torino, presenta sculture realizzate con oggetti industriali e materiali di uso comune. L’attenzione al valore intrinseco dei materiali e la loro capacità di generare significato porta il critico Germano Celant a includere Boetti nel movimento dell’Arte Povera, teorizzato e pubblicato su Flash Art nello stesso anno. Sempre nel 1967 Celant invita Boetti alle mostre seminali Arte povera-IM spazio alla galleria La Bertesca di Genova e, nel 1968, Arte Povera + Azioni Povere presso gli Antichi Arsenali della Repubblica di Amalfi: quest’ultima segna il culmine del suo coinvolgimento nel movimento, e al contempo, il suo superamento in senso concettuale.
Nel 1969, partecipa all’influente mostra Live in Your Head, When Attitudes Become Forms (1969), curata da Harald Szeeman a Berna, Londra e Krefeld. Nel 1974 tiene la prima personale in un’istituzione pubblica al Kunstmuseum di Lucerna. In questi anni, Boetti inizia a esplorare il tema dell'identità, in particolare il concetto di dualità espresso attraverso la firma Alighiero e Boetti.
Tra il 1969 e il 1970, inizia la serie dei Viaggi postali, con cui esplora la vita temporale e spaziale dell'opera d'arte e ridefinisce le tradizionali concezioni di autorialità. All'inizio degli anni Settanta, insieme ad Annemarie Sauzeau, inizia la mappatura dei principali corsi d’acqua mondiali, culminata nel libro d’artista Classifying The Thousand Longest Rivers in the World (1977) e in una serie di ricami.
Tra il 1971 e il 1979 Boetti viaggia spesso in Afghanistan, soprattutto a Kabul, dove rileva il One Hotel, che gestisce insieme a Gholam Dastaghir e che diventa la sua residenza e luogo di produzione. Qui nascono le Mappe, iconiche opere tessili commissionate alle ricamatrici afghane. Con l’invasione sovietica del 1979, la produzione s’interrompe per alcuni anni per poi riprendere nel 1983 non più a Kabul ma a Peshawar, in Pakistan, dove si sono rifugiati alcuni artigiani afghani e dove verranno prodotte le prime opere della serie Tutto.
Nel 1972 si trasferisce a Roma e stabilisce il suo studio in Piazza Sant’Apollonia, nel quartiere di Trastevere. Qui sviluppa i lavori a biro, superfici interamente campite con tratti di penna a sfera, che generano campi cromatici densi e vibranti, realizzati con uno strumento comune ed economico. Nello stesso anno partecipa a Documenta 5 a Kassel ed espone per la prima volta a New York nella collettiva De Europa alla John Weber Gallery. L’anno successivo ha una personale alla galleria di Gian Enzo Sperone, anche a New York, e viene invitato alla X Quadriennale Nazionale d’Arte a Roma. Nel 1975 partecipa alla collettiva Eight Contemporary Artists al MoMA e all’inizio dello stesso anno, torna a New York per una nuova mostra sempre presso John Weber. Nel 1978, la Kunsthalle di Basilea gli dedica una retrospettiva curata da Jean-Christophe Ammann. Nel 1985 Boetti si reca a Tokyo, dove s’interessa allo shodo, l’arte della calligrafia giapponese, collaborando con il maestro Enomoto San. Nel 1993 presenta a Le Magasin Centre National d'Art Contemporain di Grenoble, in una mostra curata da Adelina von Fürstenberg, due opere corali monumentali: il lavoro postale De bouche à oreille, in collaborazione con il Musée de La Poste di Parigi, e l’installazione Alternando da uno a cento e viceversa, con cinquanta kilim realizzati su disegni elaborati in diverse scuole d’arte francesi, secondo un sistema ideato dall’artista.
Boetti muore a Roma il 24 aprile del 1994. Negli ultimi mesi di vita concepisce il progetto Worlds Envisioned, realizzato in dialogo con l’artista Frédéric Bruly Bouabré, presentato postumo dall’ottobre 1994 al giugno 1995 al Dia Art Foundation di New York.
Dopo la morte dell’artista, il lavoro di Boetti é stato celebrato in importanti retrospettive internazionali: Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (1996), Museum für Moderne Kunst di Vienna (1997) e di Museum für Moderne Kunst di Francoforte sul meno (1998), Whitechapel Gallery di Londra (1999) e Kunstmuseum Liechtenstein di Vaduz (2005). Nel 2001, in occasione della 49ª Biennale di Venezia, il Padiglione Italia gli ha reso un omaggio postumo. Una delle retrospettive più importanti, Game Plan, ha viaggiato tra Museo Reina Sofía di Madrid (2011-2012), Tate Modern di Londra (2012) e MoMA di New York (2012).
Magazzino Italian Art è un museo e un centro di ricerca dedicato a promuovere lo studio e la conoscenza dell'arte italiana del dopoguerra e contemporanea negli Stati Uniti. Situato a Cold Spring, New York, il museo è stato fondato da Nancy Olnick e Giorgio Spanu e inaugurato nel 2017 con una mostra dedicata a Margherita Stein, fondatrice della storica Galleria Christian Stein di Milano e fondamentale sostenitrice degli artisti associati all'Arte Povera. Immerso nel paesaggio delle Hudson Valley Highlands, il primo edificio di Magazzino, progettato da Miguel Quismondo, ospita la collezione del museo e un centro di ricerca. Nel settembre 2023, il museo ha inaugurato il secondo edificio, il Robert Olnick Pavilion, progettato dagli architetti Alberto Campo Baeza e Miguel Quismondo. Questo nuovo edificio offre ulteriori spazi espositivi, un Education Center, uno Spazio Aperto, The Store e il Café Silvia, che propone cucina italiana a cura dello chef Luca Galli. (aise)