I NUMERI DELL’EMIGRAZIONE: LA MIGRANTES IN SENATO

I NUMERI DELL’EMIGRAZIONE: LA MIGRANTES IN SENATO

ROMA\ aise\ - Una lunga relazione quella che Delfina Licata ha svolto ieri in Commissione Esteri al Senato, nell’ambito dell'indagine conoscitiva sulle condizioni e sulle esigenze delle comunità degli italiani nel mondo. La curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo ha infatti presentato ai senatori i dati delle partenze degli italiani; numeri drammatici, che hanno portato i senatori a parlare di un Paese “che ha perso la speranza nel proprio futuro” (Craxi), di “suicidio demografico” (Aimi) e di giovani che percepiscono “mancanza di futuro” (Vescovi).
Accompagnata da don Giovanni De Robertis, Direttore Generale della Migrantes, introdotta dal Presidente della commissione Petrocelli, Licata ha esordito spiegando che “dal 2006 al 2019, la mobilità italiana è aumentata del 70,2% passando, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’AIRE a quasi 5,3 milioni. Da gennaio a dicembre 2018 si sono iscritti all’AIRE 242.353 italiani, di cui il 53,1% per espatrio, il 35,9% per nascita, il 6,8% per reiscrizione da irreperibilità, il 3,3% per acquisizione di cittadinanza e lo 0,9% circa per trasferimento dall’AIRE di altro comune”.
Da gennaio a dicembre 2018, quindi, hanno registrato la loro residenza fuori dei confini nazionali per espatrio 128.583 italiani, confermando la prevalenza degli uomini (oltre 71 mila, il 55,2%) sulle donne (oltre 57 mila, il 44,8%), anche se – ha precisato – questa differenza nell’ultimo anno si è leggermente accentuata. Si tratta, soprattutto, di celibi e nubili (64%) e, a distanza, di coniugati/e (30,3%). I maschi prevalgono in tutte le disaggregazioni dello stato civile, ma soprattutto nelle unioni civili con il 68,9% e tranne nello stato di vedovanza, dove le donne sono il 77,2%”.
L’attuale mobilità italiana, ha aggiunto Licata, “continua a interessare prevalentemente i giovani (18-34 anni, 40,6%) e i giovani adulti (35-49 anni, 24,3%). In valore assoluto, quindi, chi è nel pieno della vita lavorativa e ha deciso, da gennaio a dicembre 2018, di mettere a frutto, fuori dei confini nazionali, la formazione e le competenze acquisite in Italia, raggiunge le 83.490 unità, di cui il 55,1% maschi. Il 71,2% degli iscritti all’AIRE per solo espatrio, da gennaio a dicembre 2018, è in Europa e il 21,5% in America (il 14,2% in America Latina)”.
Ben 195”, ha aggiunto Licata, “le destinazioni di tutti i continenti, con il protagonismo del Regno Unito. Al secondo posto, con 18.385 connazionali, e nonostante il decremento di 1.622 unità rispetto all’anno precedente, vi è la Germania (-8,1%). A seguire la Francia (14.016), il Brasile (11.663) la Svizzera (10.265), la Spagna (7.529)”.
“Le partenze nell’ultimo anno hanno riguardato 107 province italiane. Le prime dieci, nell’ordine, sono: Roma, Milano, Napoli, Treviso, Brescia, Palermo, Vicenza, Catania, Bergamo e Cosenza”, nel dettaglio, “con 22.803 partenze, continua il solido "primato" della Lombardia, la regione da cui partono più italiani, seguita dal Veneto (13.329), dalla Sicilia (12.127), dal Lazio (10.171) e dal Piemonte (9.702)”.
Il 2014, ha spiegato Licata, “è stato l’ultimo anno che ha visto le partenze degli italiani essere inferiori alle 100 mila unità. Da allora, l’aumento è stato continuo sino a superare le 128 mila partenze negli ultimi due anni con un aumento, quindi, del 36% rispetto al 2014”.
Le partenze, nell’ultimo anno, tornano a interessare fortemente gli italiani giovani e nel pieno delle loro energie vitali e professionali. Si tratta, soprattutto, di single o di nuclei familiari giovani, donne e uomini spesso non uniti in matrimonio ma con figli: i minori sono, infatti, il 20,2% degli oltre 128 mila registrati, ovvero quasi 26 mila. Di questi, il 12,1% ha meno di 10 anni, il 5,6% ha tra i 10 e i 14 anni e il 2,5% tra i 15 e i 17 anni. Ciò sta a significare che probabilmente è più semplice decidere un drastico cambiamento di vita quando ancora i figli o non hanno ancora raggiunto l’età scolare o frequentano i primi anni di istruzione: il peso di chi ha meno di 10 anni sul totale dei minori è, infatti, del 60%”.
“Continua, quindi, la dispersione del grande patrimonio umano giovanile italiano”, ha rilevato Licata. “Capacità e competenze che, invece di essere impegnate al progresso e all’innovazione dell’Italia, vengono disperse a favore di altre realtà nazionali che, più lungimiranti di noi, le attirano a sé, investono su di esse e le rendono fruttuose al meglio, trasformandole in protagoniste dei processi di crescita e di miglioramento. Questo clima di fiducia rende i giovani (e i giovani adulti) expat italiani sempre più affezionati alle realtà estere che, al contrario di quanto fa la loro Patria, li valorizzano e li rendono attivi sostenendo le loro idee e assecondando le loro passioni. In altri contesti internazionali, infatti, le esperienze di formazione e lavorative in altri Stati vengono salutate positivamente salvo poi considerare più che necessario ri-attirare quei professionisti che hanno arricchito il loro bagaglio – umano, culturale, linguistico e professionale – con un periodo trascorso in un’altra realtà nazionale”.
Rispetto all’anno scorso, ha spiegato ancora Licata, l’età degli expat si è molto abbassata: “se lo scorso anno, infatti, sono stati registrati aumenti significativi per tutte le classi di età dai 50 anni e fino agli over 85enni”, quest’anno “l’età di chi è partito si è significativamente abbassata e questo non dovrebbe far dormire sonni tranquilli”.
“Del resto, se come da più anni si registra ovvero che i dati AIRE anticipano quelli dell’ISTAT di un anno, tra dodici mesi verificheremo l’ulteriore grave passo verso il baratro che l’Italia demograficamente sta compiendo”, ha osservato Licata, che ha poi stigmatizzato “la percezione errata di una presenza straniera in Italia sempre più consistente”.
“In realtà, di stranieri in Italia ne arrivano sempre meno e anche chi, tra gli immigrati, ha acquisito la cittadinanza italiana, vaglia sempre più spesso e, sempre più spesso mette in pratica, il trasferimento in un altro Paese”, ha spiegato Licata. “Secondo i dati Istat, infatti, negli anni tra il 2012 e il 2017, degli oltre 744 mila stranieri divenuti italiani, sono quasi 43 mila le persone che hanno poi trasferito la residenza all’estero; il 54,1% dei quali, ovvero oltre 13 mila, solo nel 2016. È quella che viene definita mobilità dei "nuovi" italiani”.
Dal 2008 al 2017 la mobilità interna dei cittadini italiani è diminuita del 6,3%. Nello stesso periodo, il numero degli emigrati italiani per l’estero si è triplicato, passando da 39 mila nel 2008 a più di 114 mila individui nel 2017”, ne deriva che “chi decide di emigrare fuori dalla propria regione di residenza, sceglie, sempre con più frequenza, di risiedere all’estero rispetto a un’altra regione italiana: tale quota aumenta, infatti, dal 12% nel 2008 al 30% nel 2017”.
“La crescita delle emigrazioni all’estero e la riduzione di quelle interne riguarda in modo diverso le ripartizioni italiane: è nelle regioni settentrionali – ha spiegato ancora Licata – che alla riduzione degli arrivi dalle altre regioni si abbina una evidente crescita delle partenze che determina saldi migratori negativi più consistenti, rispetto alle altre ripartizioni geografiche. Sembra, pertanto, che proprio nelle regioni settentrionali l’emigrazione all’estero sia risultata l’unica opzione possibile, essendo peggiore la situazione economica nelle altre regioni italiane. L’analisi dei flussi migratori per livello di istruzione mette in evidenza le aree del Paese che attraggono in maggior misura capitale umano e quelle, invece, che più si impoveriscono di risorse qualificate. Se, negli anni successivi al Secondo dopoguerra, i flussi migratori verso le regioni centro settentrionali erano prevalentemente costituiti da manodopera proveniente dalle aree rurali del Mezzogiorno, nell’ultimo decennio, mediamente, il 70% delle migrazioni dalle regioni meridionali e insulari verso il Centro-Nord sono state caratterizzate da un livello di istruzione medio-alto. Cedendo risorse qualificate, il Mezzogiorno ha ridotto le proprie possibilità di sviluppo, alimentando ulteriormente i differenziali economici con il Centro-Nord”.
Secondo Svimez “il costo della mobilità dei laureati meridionali verso le regioni settentrionali e/o verso l’estero costa, al Meridione d’Italia, 3 miliardi di euro all’anno”.
“L’estero, dunque, affascina sempre di più gli italiani”, ha aggiunto. Italiani che non sempre si iscrivono all’Aire: “i numeri legali ci dicono che, per il secondo anno consecutivo, siamo oltre le 128 mila iscrizioni in un anno all’AIRE. Questo dato potrebbe significare apparentemente che il flusso di partenze si è normalizzato e potrebbe far rasserenare rispetto a un problema che, al contrario, risulta alle analisi degli specialisti sempre più grave se unito al quadro di insieme delle principali problematicità vissute dal Belpaese. Non si tratta, quindi, di dare cifre al rialzo come molti si aspetterebbero, ma occorre porre in evidenza che, per il secondo anno consecutivo, è sparita in Italia una città come Sassari o Latina e che, dal 2014, quasi 685 mila italiani hanno cambiato la loro residenza dal Belpaese all’estero. Detto in altri termini, la mobilità verso l’estero è, oggi, per l’Italia un fenomeno strutturale. Continuando in questo modo – soprattutto considerando l’età e la preparazione dei protagonisti di queste partenze – ad essere messo in forte dubbio è il futuro dell’Italia e della sua capacità di competizione – sociale, culturale, economica – in Europa e nel mondo”.
Licata ha quindi ricordato che da tempo nel Rim si sottolinea “la necessità di ripensare l’Aire”, alla luce dei cambiamenti in atto, perché “parlare di mobilità italiana oggi significa trovarsi di fronte non a progetti definiti, ma a storie migratorie in divenire che mutano a velocità impensabili per i motivi più disparati: la nascita di un figlio, il sopraggiungere di un problema di salute, una promozione di carriera, una opportunità lavorativa, ecc. Le cause possono essere plurime e molto differenti tra loro. Non vale più la strategia del "per sempre" come quando si sfidava l’oceano e dopo giorni di navigazione si giungeva dall’altra parte del mondo e ci si rimaneva per lunghissimi anni (se non definitivamente) prima di ripercorrere faticosamente e rischiosamente la strada del ritorno in patria”.
Quanto alla “narrazione” dei cervelli in fuga, Licata ha spiegato che, sì, “sicuramente, il titolo di studio di chi parte oggi dall’Italia è più alto di un tempo, ma questo non esclude profili di soggetti con preparazione medio-bassa o che comunque all’estero finiscono con l’inserirsi in occupazioni sottoqualificate rispetto al titolo e alle competenze possedute”. Persone che hanno bisogno di “accompagnamento”, per evitare di migrare verso “situazioni di irregolarità, se non proprio di sfruttamento lavorativo”, che spesso diventano “illegalità”.
Citati diversi progetti sull’assistenza psicologia agli expat, Licata si è soffermata sui “migranti previdenziali”, cioè i pensionati, di tutte le classi sociali, che lasciano l’Italia per Paesi che defiscalizzano la pensione, primo tra tutti il Portogallo, che è passato dal 182 iscrizioni Aire nel 2015 alle 1.819 del 2019.
“Incrociando le classi di età con i principali paesi di destinazione emergono dati molto interessanti”, ha commentato Licata. “Si palesa ancora più evidente il protagonismo dei nuclei familiari giovani con minori al seguito, soprattutto con destinazione Europa, Regno Unito, Francia e Germania in primis. Emerge indiscusso il protagonismo trasversale del Brasile per ogni fascia di età, ma soprattutto dai 50 anni in su. Il Sudamerica – ovvero Brasile e Argentina – caratterizza le iscrizioni degli italiani dai 65 anni in su. Oltre a nuove iscrizioni, il dato può effettivamente riguardare i migranti di rimbalzo, ovvero chi, dopo anni di emigrazione all’estero è rientrato in Italia ma decide di ripartire e ritornare nella nazione che per tanti anni lo ha accolto da migrante e che oggi gli assicura una vita più dignitosa e felice di quanto l’Italia riesca a fare. Molti migranti di rimbalzo, inoltre, sono vedovi/e e i parenti più stretti (figli e nipoti) sono nati e/o cresciuti all’estero: sicuramente questo è un ulteriore motivo che fa propendere per il ritorno coloro i quali decidono di rientrare nel paese di emigrazione o i familiari di emigranti che si spostano laddove hanno certezza di trovare qualcuno di famiglia.”
“Tra le presenze, invece, più precarie e provvisorie vi sono sicuramente quelle che caratterizzano i soggetti in mobilità per studio o formazione”, ha aggiunto Licata citando i dati di Almalaurea: “le esperienze di studio all’estero coinvolgono il 13,0% dei laureati del 2018: l’8,9% ha svolto un’esperienza nell’ambito di un programma dell’Unione Europea (quasi esclusivamente di tipo Erasmus), il 2,4% ha svolto altre esperienze riconosciute dal corso di studio e l’1,7% ha realizzato esperienze su iniziativa personale”. Si va soprattutto in Spagna (26,2%), Francia (11,1%), Germania (10,6%) e Regno Unito (6,2%). “La partecipazione ai programmi di studio all’estero è più frequente fra i laureati del gruppo linguistico (30,8%), medicina e odontoiatria (18,5%) e architettura (16,1%). Valori particolarmente ridotti si rilevano per le professioni sanitarie (2,1%), insegnamento (4,1%) ed educazione fisica (3,7%)”.
Ma studiare all’estero costa: “i laureati che hanno svolto un’esperienza di studio all’estero riconosciuta dal corso sono pari al 18,0% fra i figli di genitori laureati e al 9,5% fra i figli di genitori non laureati; analogamente, i laureati che hanno svolto un’esperienza di studio all’estero sono pari al 14,9% tra quelli di estrazione sociale più elevata (imprenditori, liberi professionisti, dirigenti) e all’8,3% tra quelli provenienti da contesti meno favoriti (lavoro esecutivo). Per quanto riguarda l’acceso al mondo del lavoro, il tasso di occupazione è pari al 73,9%, 6 punti percentuali in più rispetto a quello osservato tra i laureati che non hanno svolto un’esperienza di studio all’estero. Inoltre, in termini retributivi, coloro che hanno svolto un’esperienza di studio all’estero percepiscono, in media, 1.307 euro mensili netti, l’8,8% in più rispetto a coloro che non hanno svolto alcun tipo di esperienza all’estero”.
Passando ai dottori di ricerca, “la motivazione prevalente che li ha portati a svolgere un periodo all’estero è la possibilità di collaborare con esperti (55,0%), seguita dall’esigenza di elaborare la tesi di dottorato (13,8%) e di usufruire di laboratori o di attrezzature specifiche (12,8%). Il 72,5% di chi ha vissuto un’esperienza all’estero si è recato in un paese europeo, prevalentemente nel Regno Unito (13,9%), in Francia (13,6%) o in Germania (11,6%); interessante rilevare – ha commentato Licata – che si tratta degli stessi paesi (a parte la Spagna, che non risulta particolarmente attrattiva per i dottori di ricerca) scelti più di frequente anche dai laureati. Tra i Paesi extraeuropei, la scelta ricade prevalentemente sugli Stati Uniti (15,4%). La soddisfazione complessiva per l’esperienza all’estero raggiunge un livello molto elevato tra i dottori di ricerca: gli aspetti più apprezzati sono il miglioramento delle competenze di ricerca, la disponibilità di strumenti e infrastrutture e i rapporti con il team di ricerca”.
E poi c’è la cosiddetta "Generazione I", cioè “9.981 gli studenti, tra i 15 e i 17 anni, che nel 2018 hanno visto approvare la propria richiesta di mobilità per andare a studiare all’estero, secondo le rilevazioni dell’INDIRE, l’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa. È un trend in continua crescita”, ha osservato Licata: “nel 2014 furono 7.300 studenti delle scuole superiori italiane (il 55% in più rispetto ai tre anni precedenti), oggi sfiorano le 10 mila unità. Le destinazioni: nell’ordine, Europa (33%), America Latina (25%), Nord America (22%), Asia (13%), Australia/Nuova Zelanda (5%), Africa (2%). Quest’ultima destinazione è sempre più richiesta dopo che lo scorso anno sono stati riaperti i programmi in Tunisia ed in Egitto (chiusi durante la Primavera araba)”.
Interrogata sulla “quantificazione dei ritorni”, Licata ha spiegato che “in gran parte possono essere assimilati ad un possibile "fallimento" della vicenda migratoria. I dati a disposizione ci dicono che a 100 partenze corrispondono circa 30 rientri, di soggetti con età superiore ai 50 anni”. Al tempo stesso si riscontra “il triste fenomeno di tante persone che, non avendo conseguito un successo durante la loro permanenza fuori confine, finiscono per cadere nelle sacche della marginalità sociale del posto, ove alberga, purtroppo, la criminalità e l'emarginazione”.
Al Direttore De Robertis che ha esortato i senatori ad “adottare una visione "sincronica" delle varie condotte migratorie - quella italiana verso l'estero e quella degli stranieri verso l'Italia - le quali presentano, in realtà, molti tratti in comune, anche se non evidenti all'apparenza”, è seguito il commento di Vescovi (L-SP-PSd'Az) secondo cui è “prioritario interrogarsi se, tra le motivazioni che spingono soprattutto le nuove generazioni a partire, non vi sia anche quella, alquanto drammatica, che sottende la mancanza di futuro in Italia”.
Stessi toni per la senatrice Craxi (FI-BP) secondo cui dai dati del Rim “emerge un Bel Paese che ha perso la speranza nel proprio futuro”; un Paese che per Aimi (FI-BP) “rischia un possibile suicidio demografico”. (aise) 

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