RISVEGLIARE CHI NON SA PIÙ COMMUOVERSI DEL DOLORE ALTRUI

RISVEGLIARE CHI NON SA PIÙ COMMUOVERSI DEL DOLORE ALTRUI

foto Osservatore Romano

ROMA\ aise\ - Il pentimento “è un atteggiamento diventato centrale nella spiritualità cristiana”. Così Papa Francesco che, nell’udienza generale di questa mattina, in Sala Nervi, ha proseguito il ciclo di catechesi sulle Beatitudini soffermandosi sulla terza: “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati”.
“Nella lingua greca in cui è scritto il Vangelo, - ha spiegato il Santo Padre – questa beatitudine viene espressa con un verbo che non è al passivo – infatti i beati non subiscono questo pianto – ma all’attivo: “si affliggono”; piangono, ma da dentro. Si tratta di un atteggiamento che è diventato centrale nella spiritualità cristiana e che i padri del deserto, i primi monaci della storia, chiamavano “penthos”, cioè un dolore interiore che apre ad una relazione con il Signore e con il prossimo; a una rinnovata relazione con il Signore e con il prossimo”.
“Questo pianto, nelle Scritture, può avere due aspetti: il primo è per la morte o per la sofferenza di qualcuno. L’altro aspetto sono le lacrime per il peccato – per il proprio peccato – , quando il cuore sanguina per il dolore di avere offeso Dio e il prossimo. Si tratta quindi – ha osservato Francesco – di voler bene all’altro in maniera tale da vincolarci a lui o lei fino a condividere il suo dolore. Ci sono persone che restano distanti, un passo indietro; invece è importante che gli altri facciano breccia nel nostro cuore”.
“Ho parlato spesso del dono delle lacrime, e di quanto sia prezioso”, ha proseguito il Papa. “Si può amare in maniera fredda? Si può amare per funzione, per dovere? Certamente no. Ci sono degli afflitti da consolare, ma talvolta – ha precisato – ci sono pure dei consolati da affliggere, da risvegliare, che hanno un cuore di pietra e hanno disimparato a piangere. C’è pure da risvegliare la gente che non sa commuoversi del dolore altrui. Il lutto, ad esempio, è una strada amara, ma può essere utile per aprire gli occhi sulla vita e sul valore sacro e insostituibile di ogni persona, e in quel momento ci si rende conto di quanto sia breve il tempo”.
“Vi è un secondo significato di questa paradossale beatitudine: piangere “per il peccato”. Qui – ha chiarito il Papa – bisogna distinguere: c’è chi si adira perché ha sbagliato. Ma questo è orgoglio. Invece c’è chi piange per il male fatto, per il bene omesso, per il tradimento del rapporto con Dio. Questo è il pianto per non aver amato, che sgorga dall’avere a cuore la vita altrui. Qui si piange perché non si corrisponde al Signore che ci vuole tanto bene, e ci rattrista il pensiero del bene non fatto; questo è il senso del peccato. Costoro dicono: “Ho ferito colui che amo”, e questo li addolora fino alle lacrime. Dio sia benedetto se arrivano queste lacrime!”.
“Questo è il tema dei propri errori da affrontare, difficile ma vitale”, ha sottolineato Bergoglio. “Pensiamo al pianto di san Pietro, che lo porterà a un amore nuovo e molto più vero: è un pianto che purifica, che rinnova. Pietro guardò Gesù e pianse: il suo cuore è stato rinnovato. A differenza di Giuda, che non accettò di aver sbagliato e, poveretto, si suicidò. Capire il peccato è un dono di Dio, è un’opera dello Spirito Santo”.
“Noi, da soli, non possiamo capire il peccato. È una grazia che dobbiamo chiedere. Signore, che io capisca il male che ho fatto o che posso fare. Questo – ha rimarcato – è un dono molto grande e dopo aver capito questo, viene il pianto del pentimento”.
“Uno dei primi monaci, Efrem il Siro dice che un viso lavato dalle lacrime è indicibilmente bello. La bellezza del pentimento, la bellezza del pianto, la bellezza della contrizione! Come sempre – ha detto il Papa – la vita cristiana ha nella misericordia la sua espressione migliore. Saggio e beato è colui che accoglie il dolore legato all’amore, perché riceverà la consolazione dello Spirito Santo che è la tenerezza di Dio che perdona e corregge. Dio – ha ribadito ancora una volta – sempre perdona: non dimentichiamoci di questo. Dio sempre perdona, anche i peccati più brutti, sempre. Il problema è in noi, che ci stanchiamo di chiedere perdono, ci chiudiamo in noi stessi e non chiediamo il perdono. Questo è il problema; ma Lui è lì per perdonare”.
“Se teniamo sempre presente che Dio “non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe”, viviamo nella misericordia e nella compassione, e appare in noi l’amore. Che il Signore – ha concluso - ci conceda di amare in abbondanza, di amare con il sorriso, con la vicinanza, con il servizio e anche con il pianto”. (aise) 

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