La Vespa compie 80 anni: un sogno divenuto realtà attraverso il genio di Corradino d’Ascanio – di Gianni Lattanzio

ROMA\ aise\ - Ci sono oggetti che nascono per essere utili, e finiscono per diventare immortali. La Vespa appartiene a questa stirpe rara: venne pensata per aiutare un’Italia ferita a rimettersi in cammino e, nel corso di ottant’anni, si è trasformata in un simbolo universale di libertà, eleganza e immaginazione.
Dietro questo mito c’è anzitutto un uomo, Corradino D’Ascanio, ingegnere di genio nato a Popoli, in Abruzzo, nel 1891. Fin da ragazzo sognava il volo, e quel sogno non fu un capriccio infantile, ma la prima scintilla di una vocazione assoluta: progettare macchine capaci di sottrarre il corpo al peso della terra e di aprire all’uomo uno spazio nuovo di movimento e possibilità. La testimonianza della sua famiglia racconta un adolescente che, appena quattordicenne, costruì con lenzuola e stecche di legno un rudimentale aliante per lanciarsi da un pendio, inseguendo con ostinazione quel desiderio di librarsi nell’aria che non lo avrebbe mai più abbandonato.
Quel ragazzo cresciuto tra i paesaggi aspri di Popoli diventò poi uno dei più originali ingegneri italiani del Novecento. Prima dell’invenzione della Vespa, D’Ascanio si dedicò infatti agli studi sul volo verticale e ai prototipi di elicottero, ottenendo risultati di assoluto rilievo già negli anni Venti e Trenta. La sua era una mente aeronautica nel senso più profondo del termine: pensava in termini di leggerezza, equilibrio, essenzialità, rapporto armonico tra struttura e corpo umano. Ed è proprio questa formazione, apparentemente lontana dalle due ruote, ad aver reso possibile la sua invenzione più celebre.
Quando, nel dopoguerra, Enrico Piaggio gli chiese di progettare un mezzo economico e pratico per rimettere in movimento gli italiani, D’Ascanio si trovò davanti a una sfida nuova. La leggenda vuole che non fosse nemmeno entusiasta dell’idea, anche perché non amava le motociclette tradizionali: le trovava scomode, sporche, difficili da usare, poco adatte a un pubblico ampio. Ma proprio questa diffidenza si trasformò nel suo colpo di genio. Invece di migliorare la moto esistente, egli la ripensò da capo.
Nacque così, il 23 aprile 1946, con il deposito del brevetto Piaggio, uno scooter assolutamente innovativo. D’Ascanio ideò una scocca portante priva del tradizionale tunnel centrale, una carrozzeria che proteggeva dalla polvere e dall’olio, un cambio al manubrio più semplice da usare, una struttura agile e accogliente, pensata – come si disse allora – per un uomo, una donna e perfino un prete in tonaca. C’era dentro, in quella macchina, tutta la sua cultura del volo: la leggerezza dell’insieme, la funzionalità elegante, la sensazione che il movimento dovesse essere naturale e quasi lieve.
Quando Enrico Piaggio vide il prototipo MP6, con la sua vita stretta e il suo ronzio sottile, gli diede il nome destinato a entrare nella leggenda: “Sembra una vespa”. Fu un’intuizione perfetta. Perché la Vespa, sin dall’inizio, non apparve come un semplice veicolo meccanico, ma come una creatura viva: agile, urbana, moderna, capace di entrare nell’immaginario ancora prima che nelle strade.
Da quel momento cominciò una storia che nessuno avrebbe potuto prevedere fino in fondo. La Vespa motorizzò l’Italia della ricostruzione, accompagnò il boom economico, cambiò il costume, rese più vicine le città e più liberi i giovani. Ma soprattutto diventò un linguaggio universale. Il cinema la consacrò per sempre, da “Vacanze romane” in poi, trasformandola in emblema di una libertà sorridente, sentimentale, cosmopolita. Il design internazionale ne riconobbe la purezza della forma, il pubblico mondiale ne fece un oggetto del desiderio, e ancora oggi essa continua a evocare, con una sola curva della sua silhouette, un’idea di Italia felice e inventiva.
A ottant’anni dalla sua nascita, la Vespa resta dunque molto più di un marchio storico o di uno scooter di successo. È la prova che i sogni, quando incontrano l’ingegno, possono cambiare la vita concreta delle persone e allo stesso tempo parlare all’immaginazione del mondo. In fondo, dentro ogni Vespa continua a vibrare il primo slancio del ragazzo di Popoli che voleva volare. E forse è proprio per questo che, ancora oggi, salire su una Vespa somiglia un poco a staccarsi da terra. (gianni lattanzio \aise)