LAVORO E ITALIANI ALL’ESTERO: DIBATTITO AL CGIE

LAVORO E ITALIANI ALL’ESTERO: DIBATTITO AL CGIE

ROMA\ aise\ - C’è bisogno di continuare a lavorare per la tutela dei lavoratori delle categorie più deboli, tra cui ci sono molti italiani all’estero. E “non c’è più tempo da perdere”, anche perché il Covid ha aumentato le diseguaglianze e per troppo tempo il Consiglio Generale degli Italiani all’estero si è occupato “di questioni ideali, ma adesso è doveroso guardare in faccia la realtà e svolgere il nostro compito in maniera sostanziale, aiutando alla sopravvivenza degli italiani all’estero”. È questo il fulcro del dibattito ribadito dal Segretario Generale del Consiglio Generale degli Italiani all’estero alla fine del dibatto di questo pomeriggio della riunione del Cgie, alla quale ha preso parte anche Luca Visentini, Segretario Generale della Confederazione Europea dei Sindacati (Ces) che dopo il suo intervento iniziale ha ascoltato gli interventi dei consiglieri, specialmente di quelli provenienti dall’Europa, ma non solo.
Ad aprire il dibattito è stato il Consigliere Cgie Paesi Bassi, Andrea Mantione, che ha sottolineato come possa sembrare “una forzatura parlare di sindacati con consiglieri provenienti da tutto il mondo”, proprio perché nel mondo ci sono modelli molto diversi l’uno dall’altro. E anche in Europa, “ogni sindacato continua per la sua strada, e il Ces, per ora, ha potuto fare poco. Spiace dirlo, ma il coordinamento della Ces in Europa non ha colmato le differenze tra sindacati, o ha fallito nel suo intento. Ogni paese, infatti, decide per sé e fa da sé. Ma non è colpa dei sindacati, sono i trattati che lo dicono”. L’augurio che si è fatto il consigliere dei Paesi Bassi è stato che “oggi, la Ces, possa fare quello che non è stato fatto negli ultimi 50 anni”.
Secondo Andrea Malpassi, Consigliere di nomina governativa del Cgie per la Cgil, l’Europa resta “un faro per i diritti sociali dei lavoratori”, e non a caso il vecchio continente resta ancora “la principale meta degli italiani che emigrano”. Dopo anni l’Italia è tornato un paese di emigrazione più che di immigrazione, e infatti non esiste più, secondo Malpassi, la cosiddetta “fuga dei cervelli” ma vanno alla ricerca di “lavori qualsiasi”. Oggi c’è “una nuova fase” ancora, soprattutto dovuta alla “precarizzazione del lavoro” e della pandemia, per la quale migliaia dei nostri cittadini all’estero, trovandosi con contratti atipici, e precari, “non possono accedere alla protezione sociale”. A tal proposito il consigliere ha fatto due considerazioni da sottoporre al Segretario Generale Ces: la prima è che negli ultimi anni “il diritto di assistenza si è spostato verso il diritto di cittadinanza”. E, in un’ottica europea, questo costringe i giovani a tornare nel paese alla ricerca di un minimo di welfare; la seconda considerazione, invece, va di pari passo con la seconda: infatti aiuterebbe molto i diritti dei lavoratori “arrivare a una cittadinanza europea”, che prescinda dalla nazionalità.
Per la consigliera Silvana Mangione, il “post-covid sarà lungo e difficile”, e ha esortato il Cgie “a mettere tutte le forze insieme, esportando buone pratiche all’interno di tutti i paesi del mondo e riprendere una vita serena”.
Dal Brasile, la consigliera Rita Blasioli Costa ha parlato di una mobilità diversa, chiedendo al Segretario del Ces e al Cgie in generale di tenere particolarmente presente la situazione dei “doppi cittadini”, ossia gli italo-discendenti, che si trovano in “situazioni gravissime”, proprio perché provengono da paesi che non hanno stato sociale. Per questo, secondo Blasioli Costa “è importante acquisire una qualifica di cittadini europei”.
È intervenuto poi Fernando Manzo, del Cgie Belgio, che ha spiegato la sua visione della sfida che aspetta i sindacati europei, ossia “rispettare le regole armonizzando le legislazioni del lavoro, anche perché spesso sono le stesse sigle sindacali che si appellano alle loro autonomie”. Manzo ha infatti parlato di “modello concentrico”, pensando alla trasformazione del lavoro nell’attualità, per il quale sono protetti solo quei lavoratori che fanno parte del nucleo e che sono “superlavoratori superpagati”. Questo è, secondo lui, “un problema che si può imputare anche ai sindacati che non hanno protetto abbastanza i lavoratori più distanti dal nucleo”.
“Siamo tornati a parlare di persone in carne e ossa. E per questo sono molto soddisfatto”. Così ha esordito il Consigliere Norberto Lombardi nel suo intervento, durante il quale ha fatto trapelare preoccupazione per quegli “italiani che hanno lavoro precario ma non godono di ammortizzatori”. Questo è, secondo Lombardi, il nodo della questione: “il Cgie deve prendere una posizione e chiedersi, chiediamoci, che cosa stiamo facendo noi per proteggere i lavoratori precari italiani all’estero”. Insomma, Lombardi ha fatto un appello a muoversi in maniera sostanziale per proteggere i lavoratori migranti, e non parlare solo di questioni assolute, ma più pratiche. Poi si è detto d’accordo a proseguire la politica di ammortizzatori sociali nell’immediato, per rispondere alla pandemia, ma ha anche esortato a “programmare il futuro, attraverso il Recovery Fund, con una vita ancora impiantata sul lavoro e non su altro”. Il Cgie, sempre a parere suo, “deve farsi carico di una richiesta al Governo: un’indagine area per area sulle conseguenze che la pandemia ha creato tra le categorie più fragili degli italiani che sono all’estero”.
È una grande cosa, per il consigliere Gianluca Lodetti, che all’interno del Cgie si possa parlare di queste tematiche, anche perché “molti di noi non sanno che esiste il Ces”. Ed è importante soprattutto perché “in questo momento il Covid ha aumentato la diseguaglianza, specialmente per quanto riguarda i diritti dei migranti”. Secondo Lodetti, infatti, la “cultura che ci ha toccato negli ultimi anni, l’individualismo, con il Covid dovrebbe mutare. Questa è una grande occasione che dobbiamo sfruttare”, soprattutto per attuare una “crescita sociale delle comunità intere”. Infine, ha anche detto di appoggiare l’ipotesi di un’agenzia, ma ha anche sottolineato come questa abbia “bisogno di una spinta che deve venire dal basso, perché non può essere calata dall’alto”.
Infine, sono intervenuti i consiglieri Eleonora Medda e Rodolfo Ricci, prima di far concludere e rispondere Visentini. La prima consigliera ha affermato la necessità di “calcolare le misure sociali”. Negli ultimi anni, infatti, “il lavoro precario è aumentato profondamente, e tanti sono i problemi. Giovani, donne, sistemi scolastici che sono specchio di diseguaglianze socio-economiche. I sistemi di welfare si sono ristretti sempre di più”. Per queste ragioni, secondo lei, è “decisiva la revisione dell’883/2004 relativo al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale. “Proprio perché l’Europa è immaginata unita, anche lavorativamente, ma i diritti si differenziano da paese a paese”. Il secondo consigliere, Ricci, ha esortato la CeS a impegnarsi “non solo riguardo i diritti individuali dei lavoratori, ma anche sui diritti dei territori”.
Per concludere, ha preso parola Luca Visentini, che ha spiegato come la “parità dei diritti non riguardi solo l’Europa. Il tema della protezione è importante a livello globale. È un tema che è al centro delle nostre discussioni e anche al centro del dialogo nel G20, di cui l’Italia nel prossimo anno avrà la presidenza. La dimensione globale della protezione sociale è un tema che non dobbiamo mai dimenticarci. Da questo punto di vista, la cittadinanza europea, e tutelare gli europei fuori dall’Ue, è un elemento sulla quale bisogna sviluppare una riflessione seria. Perché questo è un tema che riguarda la protezione delle persone. Tutti quanti sappiamo che se non c’è armonizzazione è perché ci sono dei trattati. E di questo non si può dare la colpa ai sindacati, che si muovono nei limiti giuridici”. Tra l’altro, Visentini ha anche ricordato come ci siano sindacati di diversi paesi “dove ci sono i lavoratori che stanno meglio”, ossia nei cosiddetti “paesi frugali”, che “si oppongono al coordinamento”. Paesi come quelli nordici e come quelli del Benelux, o l’Austria, “bloccano infatti la revisione dell’883/2004, introducendo un elemento di nazionalismo dei loro sistemi”. Differenze che esistono anche tra sindacati, ha affermato ancora il SG del Ces, “perché ogni sindacato è figlio del proprio sistema. Abbiamo portato risultati per l’armonizzazione - ha concluso -, ma non è semplice”. (lu.matteuzzi\aise) 

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